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Passaggio generazionale e cultura della mediazione

Esiste la possibilità di contare su un progetto di passaggio generazionale improntato alla cultura della mediazione.

Questo innovativo processo di consulenza considera innanzitutto il bisogno di ciascun elemento della famiglia di poter “influire” sulle scelte dell’imprenditore o dell’imprenditrice, rispetto al patrimonio e all’azienda di famiglia. Contemporaneamente, sostiene la opportunità di aiutare l’imprenditore o l’imprenditrice a mantenere la propria responsabilità genitoriale e generativa nei confronti della famiglia e dell’azienda. Decidere insieme l’avvenire dell’azienda e nello stesso tempo separarsi, cioè definire il proprio punto di vista individuale. Rendendosi consapevoli della propria differenza di vedute, la propria diversità; imparando a riconoscere i punti di vista divergenti e quelli discordanti, che possono rappresentare gli elementi della separazione e del conflitto ma anche le opportunità di intesa per un efficace passaggio generazionale. E’ possibile mediare le differenze e nello stesso tempo collaborare insieme per garantire uno sviluppo sano e competitivo all’azienda di famiglia.

Di solito sono proprio le diversità di punti di vista, di sentimento, che vengono utilizzate per armare il conflitto e per contrapporsi e cercare alleati da contrapporre ad altri alleati.

Però, se ciascuno accetta la responsabilità dei propri conflitti e quindi accetta la propria diversità – e di conseguenza riesce a rispettare e ad accettare la diversità dell’altra persona – probabilmente il conflitto può essere trasformato in progetto, nell’interesse principale dei della famiglia che è chiamati a garantire una congruente funzione di leadership all’interno dei processi organizzativi aziendali.

Tutti dicono stress

Quanto comunemente definiamo con la parola “stress” – ed inevitabilmente tendiamo a banalizzare – riguarda una normale funzione dell’organismo vivente che è parte integrante della componente genetica di ciascuno di noi che, in condizioni di normalità, rappresenta una modalità fisiologica di adattamento. Pensiamo ad esempio a tutti quei momenti in cui, del tutto automaticamente, il nostro corpo si adatta – con diversi livelli di “fatica” – alle mutate condizioni dell’ambiente esterno o interno; oppure alle diverse volte in cui noi, in modo più o meno consapevole, adeguiamo i nostri gesti e i nostri sforzi alle azioni che stiamo compiendo o agli sforzi che vengono richiesti dai nostri compiti. In tali casi la reazione di “stress” si attiva in modo veramente automatico e compare come risultato del funzionamento dell’organismo nell’interazione stimolo-risposta/eliminazione-dello-stimolo funzionale per il ri-equilibrio omeostatico.

Solo nel momento in cui questo specifico processo di adattamento diventa una modalità permanente di reazione dell’organismo, al di là dei casi oggettivamente normali, lo stress si trasforma in “sindrome” e, di conseguenza, in disfunzione. Se nella regolare modalità di risposta dell’organismo verso stimoli di tipo fisico e/o psichico si verifica solo un momentaneo aumento della secrezione di ormoni, detti anche ormoni dello stress; nel caso della disfunzione, cioè quando la situazione è “cronica”, il rilascio continuo – ed evidentemente eccessivo – degli ormoni cosiddetti corticosurrenali, in associazione con varie modificazioni dei parametri neurormonali e immunologici, porta alla malattia somatica. I disturbi psicosomatici comportano alterazioni abbastanza stabili del sistema neurovegetativo e disordini funzionali a carico di qualsiasi organo.

Queste manifestazioni somatiche abitualmente associate allo stress riguardano la ipertensione arteriosa, le palpitazioni, l’infarto del miocardio, l’insonnia, la sensazione di fatica (quella che di solito viene definita “fatica cronica”), il mal di schiena, l’emicrania, le eruzioni cutanee, i disturbi della digestione, l’ulcera, la colite, la bulimia, i crampi, le sensazioni di nausea, la difficoltà di respiro ed altre ancora.

Lo stress può anche influire sulle abitudini di vita favorendo stati compulsivi legati all’assunzione di cibo, dolciumi, sigarette, alcool, acquisti indiscriminati e – dulcis in fundo – alla dipendenza da lavoro quel fenomeno che nel mondo anglosassone viene definito con il termine di workaholism.

 

Competitività, concorrenza, rivalità

Un pedone che investe un altro pedone, e per di più viene condannato a risarcire il danno, è una notizia degna di nota che può allo stesso tempo aiutarci a comprendere il senso di ciò che sta accadendo nelle relazioni tra persone, gruppi e categorie, nell’era del turbo liberismo. Perché non è esagerato chiedersi se in questa nostra epoca del fare presto e bene, della velocità e della precisione, della società ultramoderna o ipermoderna, i messaggi relativi alle politiche di qualità e eccellenza, dell’accrescimento, della produttività e del contrasto della concorrenza, non stiano “modellando”subdolamente i comportamenti delle persone: in privato, in famiglia, al lavoro e nel tempo libero.

Ed è fuori discussione che le “complessità”, i rapporti interpersonali che vengono vissuti nei contesti sociali, la crescita e lo sviluppo degli individui e delle organizzazioni, la qualità della vita delle persone e degli ambienti di lavoro, costituiscono un campo privilegiato di osservazione per lo psicologo del lavoro.

Ricordo un fatto di alcuni anni fa che propongo come esempio. Un uomo è stato chiamato a pagare ben 18.000 euro per avere investito a Busto Arsizio una donna di 56 anni che nell’occasione riportò una lussazione alla spalla. Risarcimento che il giovane autista, dipendente di un corriere, ha dovuto pagare di tasca sua, come stabilito dal tribunale. La sua assicurazione non ha tirato fuori un centesimo per il semplice motivo che l’uomo in quel momento non guidava alcun mezzo. Era sceso dal suo furgone e quindi era un pedone anche lui. Pertanto si è trattato di un incidente tra pedoni che secondo il giudice sarebbe stato causato dalla foga con cui l’uomo camminava per andare a consegnare un pacco.

È stato sicuramente un incidente, un caso fortuito, tuttavia alla luce del mito della competitività e allo stesso tempo della lotta di tutti contro tutti che non può fare a meno di un certo quid di aggressività, non possiamo più evitare di renderci conto che stiamo vivendo in un clima di rivalità tra le persone, alimentato da reciproci desideri di sopraffazione.

Mi sembra abbastanza tangibile in tanti gesti relazionali ed è profondo lo sconcerto che provoca, perché sono molte le forme di aggressività mascherata, di violenza nascosta o agita direttamente che prendono corpo quotidianamente sotto i nostri occhi.

P. S.
Ho ritrovato su alcune vecchie agende delle annotazioni che trovo ancora interessanti: brevi riflessioni, credo non banali rispetto al tempo in cui le ho scritte.
Ne ho scelto cinquantadue, risalenti al 2002, 2003 e 2004, con l’intenzione di proporre un motivo di ispirazione settimanale per il corso dell’anno.
Questa è la n. 14:
Competitività, concorrenza, rivalità (2002). In Oltre il Giardino, ebook 2008

Gli analgesici ridurrebbero il dolore psichico … e l’empatia?

Alcune ricerche condotte per vent’anni nell’intersezione tra psicologia sociale, psicologia cognitiva e psicofarmacologia, suggeriscono che l’assunzione di analgesici, massicciamente erogati senza prescrizioni, cambierebbe la nostra percezione del dolore fisico … ma anche il modo in cui viviamo la sofferenza emotiva e i nostri processi cognitivi. Tra coloro che hanno assunto un placebo, le donne che hanno preso una dose di ibuprofene hanno riferito, ad esempio, di soffrire meno di fronte a esperienze emotive dolorose (quando sono escluse da una determinata situazione o quando si chiede loro di scrivere un ricordo di tradimento). Il contrario è stato tuttavia osservato negli uomini. Il modo in cui gli individui si pongono a confronto con le emozioni negative potrebbe quindi avere un peso.

In un altro esperimento, gli individui che hanno assunto una dose di acetaminofene o paracetamolo, hanno mostrato meno empatia nei confronti di un’altra persona che ha sofferto un dolore fisico o emotivo; sempre rispetto a quelli che hanno preso solo un placebo. In una revisione sistematica, gli autori specificano che questo effetto non sarebbe correlato a un cambiamento generale dell’umore causato dal paracetamolo, umore che potrebbe a sua volta influenzare l’empatia.

Secondo altre esperienze, l’assunzione di paracetamolo comporterebbe anche maggiori errori e omissioni, forse in relazione a una maggiore indifferenza all’idea di commettere un errore, e attenuerebbe inoltre le reazioni alle immagini fotografiche, che siano piacevoli o spiacevoli da guardare.

Gli autori sottolineano, inoltre, che queste ricerche sono ancora agli inizi, che alcune di esse sono basate su campioni troppo limitati, e quindi meritano ulteriori studi. In particolare, per quanto riguarda gli esatti effetti psicologici di questi analgesici, essi possono aiutare anche a provare emozioni positive? Gli autori ricordano in aggiunta che se il paracetamolo e l’ibuprofene possono essere pericolosi in caso di sovradosaggio, specialmente quando sono mescolati con l’alcol, essi potrebbero tuttavia, nel caso i loro effetti sono confermati, essere combinati con altri trattamenti o prescritti a persone depresse.

Fonte:
« Can Over-the-Counter Pain Medications Influence Our Thoughts and Emotions? », Kyle G. Ratner, Amanda R. Kaczmarek, Youngki Hong, Policy Insights from the Behavioral and Brain Sciences 2018, Vol. 5(1) 82–89.
http://journals.sagepub.com/doi/full/10.1177/2372732217748965

Continuità dell’impresa e ricambio generazionale . Dentro la complessità della famiglia

Nucleo comunitario elementare, la famiglia è quasi universalmente riconosciuta come via maestra per l’accesso all’individualità (Galimberti U., 1999: 412).

A partire dalla fine degli anni Settanta, si sono verificate notevoli trasformazioni sociali che hanno delineato modelli di famiglia più centrati sull’individualità; “nell’ambito di una relazione familiare elettiva connotata dall’autonomia, dall’autoregolazione normativa e dalla negoziazione, come pure dall’instabilità” (Ronfani P., 2004).
Si assiste a una “eclissi progressiva della figura paterna”(Cristiani, 2000) che prima era centrale nella gestione del potere e nella trasmissione dei valori etici. A una struttura gerarchica, verticale, con a capo il padre, si sostituisce la coppia dei genitori.
Al declino della “patria potestà” ha corrisposto una sempre maggiore rilevanza di valori materni, più attenti al bisogno e al desiderio dei figli, che ha privilegiato il modello educativo del “figlio felice” (Di Nicola P., 2002). Al centro della scena familiare non vi è più un padre severo, ma una madre sollecita e attenta regista delle scelte opportune.

Nel quadro delle profonde trasformazioni che in questi ultimi anni hanno investito i rapporti tra generazioni e quelli tra generi, la famiglia mononucleare, caratterizzata dalla coppia uomo/donna con figli, non rappresenta più la “normale” struttura entro la quale prendono corpo i legami primari. E’ attualmente necessario includere le forme nuove – coppie senza figli; famiglie ricostituite, con o senza figli di precedenti unioni; singles, uomini o donne, con figli; coppie di omosessuali, con o senza figli; immigrati, con eventuali “altri” stili di coniugalità; famiglie non di tipo coniugale; famiglie multiple; famiglie unipersonali; famiglie con uno dei coniugi pendolare o assente per lunghi periodi e/o residente altrove – che la famiglia oggi può assumere, occasione di trasformazione della comunità sociale in cui le famiglie stesse sono inserite (Francesconi M, Scotto Di Fasano D., 1998) .

Tra le famiglie europee, la famiglia italiana è quella più legata alla tradizione (Di Nicola P., 1998), è quella che ha resistito maggiormente alle trasformazioni della modernità; si pone in una situazione di ritardo rispetto agli altri paesi europei occidentali. Probabilmente, come suggerisce Zanatta (1997), in Italia sono “contemporaneamente presenti elementi di modernità e di tradizione” che impediscono un cambiamento più rapido. La protratta permanenza dei giovani in famiglia (e, di riflesso, la loro ritardata uscita dalla casa dei genitori) è ormai considerato uno dei mutamenti principali della struttura familiare (Di Nicola 1998; Golini, 1998) Le ultime generazioni di giovani sono più lente a lasciare la casa dei genitori (Righi A:, Sabbadini L., 1994). Il fatto che nella nostra società, come negli altri paesi occidentali, si sia affermata la categoria sociale dei giovani adulti, rende manifesta una nuova condizione esistenziale, quasi una nuova fase della vita che vede la compresenza di aspetti di vita giovanile (dipendenza affettiva dai genitori, indefinitezza e dilazione dei propri progetti, ecc.) e di sfere di vita adulta (autogoverno del proprio tempo e delle proprie relazioni extra familiari, eventuale indipendenza economica e stabilità lavorativa, ecc.).

Gli studi di matrice psicologica hanno indagato sugli elementi che ritardano il processo di formazione dell’autonomia e di responsabilizzazione dei giovani e sono stati incentrati soprattutto sulle dinamiche di cambiamento individuali e familiari. L’idea di fondo è che ogni evento significativo, nello sviluppo dell’individuo e della famiglia, vada studiato quale parte del ciclo di vita familiare, più che di quello individuale, in quanto prodotto dei processi evolutivi dei sistemi di relazioni intra-familiari e intergenerazionali, che a loro volta vengono influenzati dagli esiti dell’evento che li coinvolge.
Faimberg e Corel, evidenziano che il figlio “per la propria sopravvivenza psichica, perde il libero accesso all’interpretazione del proprio psichismo e resta assoggettato a ciò che i genitori dicono o tacciono” (Faimberg H., Corel A., 1989 : 278)

La Kaes scrive che l’individuo assorbe, senza una sua adesione volontaria, soprattutto ciò di cui non si parla, attraverso divieti, rituali, abitudini e tutto quanto prende forma dentro di lui e vi resta in maniera indiscussa e invariabile. Solo se viene riportato a livello di coscienza, egli può rendersi conto dell’alta influenza che questo patrimonio ha nella sua vita: fino a quando, la “disidentificazione” permette di restituire la storia in quanto appartiene al passato (Kaes R., 1955). Possiamo così comprendere che ogni persona è costituita di una parte “tributaria del funzionamento proprio dell’Incoscio nello spazio intrapsichico”, del soggetto stesso e di una parte determinata dalla “catena delle generazioni” che lo precedono, “i cui soggetti ci tengono e ci mantengono come i servitori e gli eredi dei loro sogni di desideri irrealizzati”. Pertanto, la famiglia di cui il bambino entra a far parte, predispone e consegna al nuovo venuto “segni di riconoscimento e di richiamo, assegna dei posti, presenta degli oggetti, offre dei mezzi di protezione e di attacco, traccia delle vie di realizzazione, segnala dei limiti, enuncia degli interdetti” (Kaes, 1955: 19-20). Aggiungendo anche che “Se i processi psichici di una generazione non si prolungassero nella generazione successiva, ogni generazione dovrebbe acquisire ex-novo il proprio atteggiamento verso l’esistenza, e non vi sarebbe in questo campo nessun progresso e in sostanza nessuna evoluzione” (Kaes, 1955: 61).

Ci ricorda Oliver Sacks che ” Ognuno di noi ha una storia del proprio vissuto, un racconto interiore, la cui continuità, il cui senso è la nostra vita. Si potrebbe dire che ognuno di noi costruisce e vive un “racconto”, e che questo racconto è noi stessi, la nostra identità.

Se nelle cosiddette società arcaiche tutto era connesso con tutto e l’individuo non era nulla al di fuori della famiglia, della tribù o della “città” di appartenenza, oggi registriamo un vero e proprio capovolgimento di questa prospettiva, così che da un lato la società si differenzia in innumerevoli sistemi parziali, dall’altro gli interessi e i bisogni individuali sembrano aver preso il sopravvento su qualsiasi dimensione (Belardinelli S:, 1996), Vorremmo essere, in primo luogo, autonomi e liberi da legami troppo impegnativi, ma in questo modo indeboliamo anche quel riconoscimento reciproco dal quale dipende non da ultimo la nostra identità (Belardinelli, 1996: 57).

Cigoli (1988) è stato il primo in Italia a mettere in luce l’esistenza di un reciproco vantaggio di tipo psicologico, tanto per i genitori quanto per i figli, nel perpetuare il loro rapporto di interdipendenza e di convivenza. Individuando un meccanismo di doppia identificazione negli atteggiamenti genitoriali, è riuscito a dimostrare che i genitori si identificano con i propri genitori (in quanto genitori), perpetuando il lavoro interno di riparazione in cui recuperano positivamente le figure genitoriali. Dall’altro lato, si identificano con i figli (in quanto sono stati figli) a cui cercano di dare di più di quanto hanno avuto loro e si autogratificano per questo. Realizzando così il loro ideale di rapporto, in quanto riescono ad incarnare l’immagine dei genitori che avrebbero idealmente voluto, auspicando allo stesso tempo che i figli vivano quella condizione che loro stessi avrebbero voluto vivere in quanto figli. Tutto questo disporrebbe i genitori a mantenere viva questa esperienza gratificante di “buona genitorialità” e – inconsciamente – a non incoraggiare l’uscita dei figli. In questo caso è evidente che dei buoni e soddisfacenti rapporti tra genitori e figli, pur essendo delle notevoli risorse evolutive per la famiglia e gli individui, possono diventare un ostacolo al distacco dei giovani dalla famiglia di origine, impedendo loro di vivere quelle positive tensioni alla trasformazione che portano dalla dipendenza all’autonomia.

L’aforisma di Oscar Wilde “è con le migliori intenzioni che il più delle volte si ottengono gli effetti peggiori” sembra essere perfettamente calzante all’evoluzione del rapporto fra genitori e figli in questi ultimi decenni. Risulta evidente anche da un recente studio pubblicato con il titolo “Modelli di famiglia” (Nardone G., Giannotti E., Rocchi R., 2001). Frutto di cinque anni di ricerca-intervento sulle problematiche adolescenziali e della famiglia, l’indagine ha rilevato significative correlazioni fra disturbi presentati dai figli e particolari modelli di comunicazione familiare Sui “disturbi” hanno un peso sempre crescente le relazioni familiari; l’accento va posto non sull’individuo ma sulle relazioni; luogo della “salute” sono le relazioni di unità diverse stabilite con legami interattivi significativi. Una interazione comunicativa viene scelta dalla famiglia come chiave risolutiva di tutti i mali e di tutte le difficoltà e, ogni volta che una comunicazione viene eletta come unica risorsa e soluzione a disposizione per risolvere tutti i problemi, determina l’irrigidimento della struttura familiare e la famiglia si trova imprigionata in un nodo insolubile..

Sono due le tendenze nello stile educativo dei genitori italiani particolarmente frequenti e, sfortunatamente, dannose quando esse vengono estremizzate: la iper protezione e l’amicizia tra genitori e figli. Purtroppo favoriscono la mancata assunzione di responsabilità e la realizzazione di personali progetti di vita sulla base di un eccesso di amore e protezione profusi dai genitori in maniera incondizionata, senza cioè alcuna pretesa che i figli se li meritino. C’è una perfetta complementarietà tra le posizioni protettive dei genitori e quella di privilegio richiesta dai figli che è in realtà una forma disfunzionale di relazione familiare in quanto ritarda o addirittura blocca il naturale percorso evolutivo del giovane che, per diventare adulto, ha bisogno di rendersi autonomo ed indipendente e deve essere in grado di assumersi responsabilità personali e sociali.

Però è importante evidenziare quanto questo possa essere problematico anche all’opposto, ovvero quando i genitori hanno timore dei figli (Nardone G., Giannotti E., Rocchi R., 2001: 13).
E’ l’irrigidirsi ed il ripetersi delle modalità di relazione tra soggetti o fra soggetto e se stesso che porta, se non vengono cambiati, a circoli viziosi patogeni. Quindi il costituirsi di elementi disfunzionali nel comportamento dei figli è l’effetto di complicate interazioni e non di pre condizioni; ciò che in piccole dosi può fare tanto bene, in dosi massicce può fare molto male.

Dopo che è tramontata l’identità familiare come istituzione e dopo che l’unicità del modello si è dissolta in una molteplicità di tipologie familiari, la famiglia assume il carattere di una continuità nel cambiamento, di una costruzione continua, di un sistema di relazioni in divenire (Iori V., 1998).
Rampazi (1998), riprendendo un’idea di S. Vegetti Finzi (1992), afferma che è nella genitorialità la prima condizione irreversibile di assunzione di responsabilità adulta, rilevando che si può forse parlare, di una “storia vera e propria” della famiglia che inizia con la nascita del figlio, quasi che il tempo della coppia precedente fosse da ritenere una “preistoria”: l’evento più significativo che demarca un “prima” ed un “dopo” nella dimensione della coppia è sicuramente il passaggio della procreatività.

Converrebbe forse parlare più di famiglie che di famiglia: le differenze sono almeno tante quante le somiglianze. Sono possibili diverse definizioni della famiglia: un sistema di parentela (come direbbero gli antropologi): una dinastia (la nobiltà del “sangue”, il nome, le generazioni; una cultura:i miti, i riti, la trasmissione del sapere, le storie che ci si racconta; una rete sociale: i parenti più o meno vicini; un nucleo ristretto: la famiglia nucleare (Bertrando P. 1997: 25),

Conclusioni
Se la famiglia è quasi universalmente riconosciuta come via maestra per l’accesso all’individualità (Galimberti U., 1999: 412). L’azienda familiare rappresenta la forma di organizzazione più antica e più diffusa nel mondo (Gersick H. E., Davis J. A., Mc Collom H. M., Lansberg S. I., 1997: 93).

La caratteristica dell’impresa familiare è rappresentata dalla contemporanea presenza del sistema famiglia (family) e del sistema impresa (business). Naturalmente, le finalità dei due sistemi sono differenti: la famiglia fornisce sostegno e cura ai propri componenti; l’azienda soddisfa bisogni attraverso la produzione di beni e/o l’erogazione di servizi. Spesso le logiche del sistema famiglia sono quelle del sentimento e dei valori, del risparmio, del senso di appartenenza, del clima e della tradizione, del controllo. Mentre, il sistema impresa si basa su logiche di razionalità, finanziamento, merito, delega, confronto tra obiettivi e risultati, competitività e cambiamento (Boldizzoni D., Serio L., Cifalino A., 1998).

La prima risorsa della famiglia – costitutiva della sua stessa esistenza – è l’orientamento dei suoi membri a concepirsi come costruttori di una durata sovra-individuale. La durata, intesa come “presente che dura”, grazie alla capacità di pensarsi come identità – familiare in questo caso -, nonostante e attraverso i cambiamenti, può “farsi”, a condizione di essere “organizzata” intorno ad un referente che, agli occhi dei soggetti, assuma una valenza etica. Ne consegue che, perché ci sia famiglia, è indispensabile che i suoi membri condividano non solo una consuetudine quotidiana, ma anche il significato – il progetto, insomma – che sorregge l’idea stessa di appartenere ad un insieme, del cui divenire tutti sono egualmente responsabili.

Nell’ambito del Family Business, ci fa notare Zocchi (2004: 53) vi è un problema di rapporti interpersonali o meglio di “chiarezza nei rapporti familiari”. La scarsa chiarezza dei ruoli dei familiari monopolizza l’attenzione dei familiari indiretti, che provano una specie di timore reverenziale nei confronti dei figli. I consulenti sono spesso alla ricerca del consenso di due generazioni differenti, con una serie di difficoltà notevoli per mantenere il proprio incarico professionale. Cultura, obiettivi e caratteri non sempre coincidenti tra padri e figli impongono anche linguaggi differenti a tali professionisti e tecniche di relazioni umane molto personalizzate, e ciò con più grande difficoltà..