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Comunicare e mettere in comune

Nelle imprese di solito si incontrano limitate difficoltà relative alla comprensione e alla soluzione di problemi tecnici. Coloro che sono coinvolti nel progetto tuttavia fanno spesso fatica ad intendersi e sono sempre più evidenti i segnali relativi alla loro insoddisfazione riguardo il lavoro.

Molte persone hanno la impressione di non farcela più, di non avere abbastanza tempo per fare correttamente ciò che viene loro richiesto, di vivere continuamente nell’urgenza. I sentimenti si intensificano e incidono sulla percezione qualitativa del lavoro e influiscono sul significato da dare alla propria occupazione. Si chiedono se ha un senso ciò che stanno facendo e se vale veramente la pena di andare avanti in quel modo.

C’è pure un sentimento di degrado dei valori che spinge a chiederci quale possa essere il “ruolo” della cultura dell’organizzazione del lavoro e in che modo essa venga percepita da chi lavora. Perché ogni organizzazione ha un proprio ”respiro” che imprime più o meno intensità al lavoro delle persone che la compongono. Ritmo e intensità che invece di fluidificare le attività, spesso le rendono stressanti, pericolose e angosciose, con ricadute sulla salute delle persone e delle stesse organizzazioni.

Il nostro ruolo dovrebbe essere quello di “mettere un po’ d’olio nei meccanismi”, lubrificare gli scambi, lavorando sull’ascolto, sulla gestione dello stress e delle emozioni, sui problemi relazionali. Sarebbe importante, prima di tutto, sviluppare un clima di fiducia e migliorare la coesione del gruppo, per far respirare bene l’organizzazione e le persone.

Ciò, alla fine, offrirebbe tante opportunità. Perché, ad esempio, in caso di conflitto, se io mi trovo in disaccordo con un collaboratore o con un collega, ho la possibilità di rispettarlo totalmente e, allo stesso tempo, fargli delle rimostranze su un atto preciso, senza attaccare la persona. Potrò anche offrirgli la possibilità di parlare di ciò che lo mette in difficoltà e lo porta ad agire in quel modo. Sarebbe per ambedue una opportunità per restituire “senso” e “valore” a ciò che stiamo facendo. E, alla fine, riusciremo a sentirci anche meno precari.

“Comunicare e mettere in comune” (2002). In Oltre il Giardino, ebook 2008

Affermazione di sé e iniziativa personale

“La cottura è una fase importantissima della cucina e purtroppo nessuna prescrizione scritta può sostituire l’occhio vigile del cuoco. Non si può dire tassativamente se una certa pietanza deve cuocere per cinque o dieci minuti, poiché la giusta cottura dipende dalla forza del fuoco, dalla qualità del prodotto, dalla stagione, ecc. ogni prodotto ha una sua risultanza e sta al cuoco capire il momento in cui la cottura valorizza al meglio il cibo.”

Queste parole di Gianfranco Vissani, mi offrono uno spunto per parlare della affermazione di sé e della iniziativa personale: essere intraprendenti, affermarsi, diventare protagonisti talvolta sfacciati o sfrontati, questo è il problema.

L’affermazione di sé è la capacità di esprimere se stessi, le proprie emozioni, i bisogni, i valori, le aspirazioni, ecc. Una attitudine a rispettarsi e farsi rispettare. È attraverso l’esperienza (quindi la pratica) che si acquista la sicurezza e la garanzia di affermarsi con chiarezza.

Esiste la possibilità di esercitarsi, in vista dei propri obiettivi particolari, per rendere duttile l’affermazione di se’ in modo progressivo.

Perché l’affermazione di sé è come la cottura e perciò bisogna saper dosare il fuoco e il tempo.

Allora potremmo vivere meglio anche il nostro lavoro, dove tra colleghi, pause caffè, riunioni, ecc., ciascuno di noi passa la maggior parte della giornata e non tutti viviamo allo stesso modo tale esperienza.

Non siamo tutti uguali di fronte al piacere o al dispiacere di sentirci operosi. C’è chi si realizza e chi soltanto si abbruttisce.

Qualcuno esercita con passione un mestiere o una professione, altri “soltanto” un lavoro. Vocazione o condanna?

Lavorare in modo più intelligente

Ci sono dei giorni talmente strampalati che verrebbe voglia di dire: basta!

E questa sarebbe già una buona occasione per ripensare alla organizzazione del proprio lavoro, soprattutto per creare delle circostanze più vivibili e, perché no, più gratificanti.

Bisognerebbe iniziare dalla propria agenda. Di solito essa è sempre troppo piena e non ci offre la possibilità di avere sufficiente spazio per gli imprevisti.

Accade perciò che, nel momento in cui essi si fanno sentire, noi … siamo già troppo esposi e non riusciamo a rientrare in tempo.

Poi, bisognerà occuparsi delle continue interruzioni portate dalle urgenze dell’ultimo minuto, perché esse non permettono di canalizzare adeguatamente il flusso delle nostre energie. Anzi, ci sfiniscono.

E che dire della casella di posta elettronica sempre stracarica di messaggi? Varrebbe la pena, molte volte, d’essere capaci di passare direttamente al cestino.

Arrivati a questo punto diventa più facile rendersi conto che l’appuntamento con il dentista, la scuola dei nostri figli, la famiglia, lo spazio per sfogliare il giornale, ecc., fanno parte anch’essi dell’organizzazione del nostro lavoro e della gestione del tempo necessario.

 

Vittorio Tripeni (2002) “Lavorare in modo più intelligente”, in “Oltre il Giardino”. eBook 2018

Un pensiero per i tanti “mister”

“Il fatto che la gente scambi uniformi e titoli per le effettive qualità della competenza non è qualcosa che accade di per sé. Coloro che possiedono questi simboli di autorità e coloro che ne beneficiano devono attutire il modo di pensare realistico, vale a dire critico, dei loro subordinati, e far sì che credano alla finzione. Chiunque si soffermi a riflettere su quanto s’è detto, si renderà conto delle macchinazioni della propaganda, dei metodi cui si fa ricorso per togliere di mezzo il giudizio critico, di come la mente, mediante il ricorso a cliché, venga addormentata e sottomessa, di come la gente sia resa ottusa perché diventi dipendente e perda la capacità di prestar fede ai propri occhi e alla propria capacità di giudizio. Si è così resi ciechi alla realtà dalla finzione in cui si crede”. (E. Fromm, Avere o essere?, 1976 )

In tutte le “squadre” – anche in quelle aziendali – l’allenatore o coach è certamente una figura essenziale, non solo per la preparazione fisica e tecnica delle persone. Tuttavia – lo dicono gli studi sull’argomento – viene molto spesso riscontrata una certa incapacità degli allenatori di comunicare le proprie intenzioni agli atleti. Questi ultimi, altrettanto spesso, percepiscono gli allenatori come molto distaccati e incuranti di quelle che sono le aspettative dei “giocatori”, soprattutto a livello umano.

Capita allora che gli allenatori, o coach o manager, non riescano più a credere ai loro occhi. Perché all’improvviso vengono scossi da ciò che rimette in discussione l’immagine positiva che hanno di loro o che vogliono avere nei confronti degli altri.

Coraggio, quando capita di sbagliare, non bisogna arrabbiarsi. Al contrario, ogni errore ci offre l’opportunità di imparare e migliorare, perché è solo grazie a questo evento critico che noi iniziamo a porre attenzione sulla questione e, allo stesso tempo, se lo vogliamo, siamo in grado di comprenderla nel modo migliore.

Impariamo sempre dai nostri errori e da quelli degli altri.

 

 

Vittorio Tripeni (2002) ” Un pensiero per i tanti mister”, in “Oltre il Giardino”. eBook 2018

Palafreniere, ecco il mio mestiere !

Probabilmente è radicato nella mia anima abbastanza in profondità questo sentimento. Perché ormai da decenni, anche nell’ultimo incontro con una persona della quale ho massima considerazione, è venuto fuori con molta spontaneità.

Alla domanda: “Ma tu, di cosa ti occupi esattamente?” Ho risposto proponendo l’immagine del palafreniere: “Aiuto le persone a salire sul loro cavallo affinché trovino la strada più agevole per raggiungere i loro obiettivi”.
E’ un mio credo l’attività che svolgo, dove arte, religione e scienza si interpenetrano e fecondano il mio essere e il lavoro che faccio. Quello di stare al fianco delle persone; affinché esse stesse, attraverso la ri-scoperta e il ri-conoscimento delle loro capacità e dei loro talenti, riescano ad emergere dalla palude del disagio.