Archivio per Categoria Spirito di servizio

Decalogo della quotidianità

Solo per oggi

cercherò di vivere alla giornata senza voler risolvere i problemi della mia vita tutti in una volta.

Solo per oggi

avrò la massima cura del mio aspetto: vestirò con sobrietà, non alzerò la voce, sarò cortese nei modi, non criticherò nessuno, non cercherò di migliorare o disciplinare nessuno tranne me stesso.

Solo per oggi

sarò felice nella certezza che sono stato creato per essere felice non solo nell’altro mondo, ma anche in questo.

Solo per oggi

mi adatterò alle circostanze, senza pretendere che le circostanze si adattino ai miei desideri.

Solo per oggi

dedicherò dieci minuti del mio tempo a sedere in silenzio ascoltando Dio, 
ricordando che come il cibo è necessario alla vita del corpo, così il silenzio e l’ascolto sono necessari alla vita dell’anima.

Solo per oggi,

compirò una buona azione e non lo dirò a nessuno.

Solo per oggi

mi farò un programma: forse non lo seguirò perfettamente, ma lo farò.
E mi guarderò dai due malanni: la fretta e l’indecisione.

Solo per oggi

saprò dal profondo del cuore, nonostante le apparenze, che l’esistenza si prende cura di me come nessun altro al mondo.

Solo per oggi

non avrò timori.

In modo particolare non avrò paura di godere di ciò che è bello
e di credere nell’Amore.

Posso ben fare per 12 ore ciò che mi sgomenterebbe se pensassi di doverlo fare tutta la vita.

 

Decalogo della quotidianità (Giovanni XXIII)

Vulnerabilità e umanità degli operatori della polizia locale: emergenza del fenomeno e ipotesi di intervento

Nell’ultimo decennio, sono notevolmente aumentate le evidenze empiriche relative ai rischi per la salute nei luoghi di lavoro, che segnalano tra l’altro come in numerosi ambienti lavorativi le persone possano addirittura morirne. L’attenzione dei ricercatori e dei professionisti della salute al lavoro, in questo momento è rivolta soprattutto ai rischi  psico-sociali che risultano essere direttamente correlati al modo in cui ciascun lavoro è organizzato e gestito; oltre, naturalmente, alle caratteristiche sociali e ambientali nelle quali si svolge l’attività. Questi rischi hanno assunto una rilevanza crescente perché hanno un forte impatto  sulla  salute  e  il  benessere  dei  lavoratori  e si trovano direttamente in relazione con il fenomeno dello stress lavoro-correlato. Ciò è stato messo in risalto anche dall’ultima indagine Europea sulle condizioni di lavoro, facendo notare che il  35% dei lavoratori dell’Unione Europea è convinto che la qualità del lavoro influisca sulla loro salute. Nell’indagine è emerso anche che tra i sintomi  di  maggiore  rilievo primeggia lo  stress correlato al lavoro, insieme al mal di schiena, ai dolori muscolari e alla fatica, i quali – si noti bene – possono trovarsi direttamente o indirettamente in rapporto con lo stress da lavoro.

E’ ormai noto che la crescente importanza  dei  rischi  psicosociali  sia  determinata  dai  rapidi  cambiamenti e dalle profonde modifiche che il mondo del lavoro ha subito negli ultimi decenni  e ciò è convinzione ormai condivisa in tutti gli ambienti scientifici internazionali.

Il mondo del lavoro è cambiato profondamente ed è cambiato per tutti, anche per gli operatori della polizia locale. In questo scenario, il loro lavoro è diventato una minaccia per la salute. L’affermazione, che a tutta prima sembra eccessiva, è supportata dagli studi e dalle ricerche empiriche su scala mondiale.

La fatica professionale degli operatori della polizia locale, è connotata in particolar modo dallo stress connesso all’esercizio della professione e dalla sindrome di “esaurimento professionale” o burn out che ne può derivare. Si tratta di un evento multidimensionale, la cui eziopatogenesi è da attribuire all’articolazione di fattori individuali, relazionali, lavorativi, organizzativi e persino storico culturali, i quali contribuiscono a determinare uno stato di malessere che può sfociare in una patologia conclamata. Nessuno di questi fattori autonomamente può condurre al burn out, ma la loro contemporanea presenza sembra determinarlo.

Tale fenomeno, pur non essendo specifico dell’attività professionale in argomento, assume una rilevanza in quanto un numero considerevole degli interessati soffrono della sindrome di esaurimento professionale o dichiarano avere problemi di salute di natura psichica. Trova una sua contestualizzazione all’interno dei complessi equilibri tra le molteplici sollecitazioni specifiche dell’attività di polizia, in cui la combinazione e l’articolazione di esse e la natura degli equilibri o compromessi che ne derivano, comporta diversi aspetti di sofferenza, che vanno dal semplice stress al burn out, sino a forme di comportamento estremo come l’autosoppressione. A fronte di questa drammatica situazione, spesso ci si trova in assenza sia di piani di sostegno degli operatori in difficoltà e sia di programmi di prevenzione.

Il fenomeno dell’esaurimento professionale degli operatori della polizia locale, più noto come burn out, ha conseguenze sulla qualità del servizio e sull’accessibilità al servizio da parte della cittadinanza. Non si tratta di un problema individuale a carico del singolo lavoratore bensì una questione di pubblico interesse, in quanto migliorare la qualità di vita degli agenti aumenta l’efficienza degli stessi, l’efficacia del servizio offerto e si ripercuote favorevolmente sulla fiducia e la sicurezza della comunità.  Ed esiste ormai – a livello internazionale – un accordo generale sulla necessità di far fronte al problema con scelte opportune ed iniziative qualificate scientificamente.

I poliziotti sono assistenti sociali?

Tecnicamente, no. Eppure, in alcuni casi, svolgono anche questo ruolo.

Ho trovato sempre eccessiva l’enfasi e lo sbalordimento alla notizia che un “carabiniere” o un “poliziotto”, solo o insieme ad altri colleghi, abbia deciso di pagare la cifra corrispondente al prezzo della merce sottratta, dallo sventurato o dalla malcapitata, indigenti, per necessità di sopravvivenza.

Allo stesso tempo, non mi meraviglio se, per dare serenità ai bambini, vittime indirette di un delitto da parte del padre nei confronti della madre, i carabinieri li abbiano accolti in caserma dando loro conforto.

Trovo queste azioni in perfetta sintonia con il mandato del loro lavoro. Anche se, più di una volta, ho sentito dire, dai diretti interessati o dai loro sindacalisti, che i poliziotti “non sono assistenti sociali”.

È vero che i poliziotti e le forze dell’ordine in generale non rientrano per definizione e requisiti di formazione nel profilo professionale degli “operatori sociali” (secondo la definizione proposta dal Ministero dell’Interno nel 1984), tuttavia essi agiscono “nell’ambito del sistema organizzato delle risorse messe a disposizione dalla comunità, a favore d’individui, gruppi e famiglie, per prevenire e risolvere situazioni di bisogno”. Agiscono in questa direzione tutti i giorni, in modo diverso, autonomamente o in sinergia con altri enti e servizi, per finalità di sicurezza sociale, protezione civile e salute pubblica. Poi, svolgono anche compiti di repressione dei comportamenti delittuosi e delle trasgressioni di norme amministrative.

La “polizia” appartiene (ed è essa stessa) ad un sistema integrato di persone, competenze, relazioni civiche e istituzionali, che fanno rete per garantire la sicurezza e il benessere di donne, uomini e ambiente.

Nel lavoro di polizia – e ancor di più in quello della polizia locale – possono presentarsi relazioni “psico-socio-educative”, come quelle che gli educatori hanno con bambini e adolescenti; oppure, “relazioni di cura”, come quelle che di solito si prestano ai pazienti; “relazioni amministrative” simili a quelle degli operatori agli sportelli pubblici, ecc. In aggiunta a quelle che i poliziotti svolgono su un terreno più complesso, cioè quelle “relazioni civiche” di sorveglianza, prevenzione, protezione, repressione, con diversi interlocutori (vittime, aggressori, testimoni) e partnership diverse (ad es.: giudici, pubblici ministeri, vigili del fuoco, operatori sanitari, ecc.).

In questo modo, vorrei rispondere anche a un sindacalista forse poco attento alla realtà attuale del servizio che una volta affermò: “I vigili non possono essere la panacea di tutti i mali e neanche formati come se fossero assistenti sociali, perché in caso di reato hanno il dovere di intervenire.” Giusto. Hanno il dovere di intervenire adeguatamente in occasione di un reato e nelle circostanze in cui è necessario prevenire o risolvere situazioni di bisogno. Com’è stato sempre fatto. Rendendosi consapevoli di questa parità di merito.

Secondo me, si tratta di una sfida molto importante che occorre accettare; resa più evidente dai notevoli cambiamenti sociali in corso, che impattano sulla cultura del servizio delle polizie locali sul territorio nazionale e soprattutto sull’identità sociale e professionale degli operatori.

L’anti-terrorismo francese: uno stato di morte clinica

La critica può essere importante, illuminante, e anche fruttuosa. Molto spesso mostra aspetti del nostro agire che rischierebbero di rimanere trascurati e incompresi. E’ ciò che accade anche per i “servizi” e la storia raccontata può rappresentare lo spunto per riflettere sulla organizzazione del lavoro informativo.

Laurent Borredon e Simon Piel, giornalisti che seguono da vicino le attività di polizia e intelligence, hanno scritto un articolo su Le Monde (28.11.2015) che a tutta prima sembra impietoso ma non lo è. 

 

 

Il sistema dell’antiterrorismo francese, a lungo considerato eccellente, è clinicamente morto. Ma nessuno, né al governo né all’opposizione, ha voglia di firmare il certificato di morte, non sapendo come sostituirlo.

Man mano che le indagini sugli attacchi del 13 novembre a Parigi e Saint-Denis procedono, le lacune sulla sorveglianza degli autori, le pessime scelte operative e la pesantezza del dispositivo antiterrorismo sono, ancora una volta, messi in evidenza . Un investigatore, ancora ossessionato dalle immagini delle stragi di Parigi Bataclan e delle terrazze parigine, si indigna: “Allora non facciamo niente? Aspettiamo che ciò accada nuovamente?”

Ciò che scandalizza, è soprattutto la totale incapacità di porsi delle domande dentro il Ministero degli Interni e il governo. “Voglio salutare ancora una volta l’eccellente lavoro dei nostri servizi di intelligence” ha ripetuto Manuel Valls, di fronte ai deputati, il 19 novembre, dopo la morte a Saint-Denis del probabile coordinatore degli attacchi, Abdelhamid Abaaoud – che tuttavia il predetto servizio di intelligence credeva in Siria

 

Sentimento d’impotenza

Il sistema attuale è nato da un periodo in cui gli attacchi sono stati molto più numerosi, gli anni ’80. L’anno 2015 segna tuttavia una rotta tanto più brutale perchè Francia – esclusa la Corsica – era stata risparmiata dal terrorismo per un lungo periodo, dal 1996 al 2012. Cento e trenta morti nel centro di Parigi, tre commando coordinati, attacchi kamikaze, e un senso di impotenza di fronte alla progressione inevitabile della violenza nota, documentata, pubblicizzata.

Dal 2012 al 2015, c’è il caso Merah – sette morti, tra cui tre bambini uccisi a sangue freddo perché ebrei a Tolosa e Montauban – ci sono le lezioni apprese dai fallimenti dell’intelligence che l’assassino ha rivelato, e in special modo l’istituzione della Direzione Generale della Sicurezza interna (DGSI) e il rafforzamento del servizio informazioni territoriali, ci sono due leggi anti-terrorismo nel 2012 e 2014. E poi c’è il massacro di Charlie Hebdo e la presa di ostaggi dell’Hyper Cacher, il 7 e 9 gennaio, e la legge sulla raccolta delle informazioni, approvata dal Parlamento nel mese di giugno.

In sostanza, nessuna di queste riforme strutturali o modifiche legislative  – delle quali alcune si sono rivelate inutili, come la creazione di un reato di “attività terroristica individuale “ – ha cambiato i due pilastri della lotta contro il terrorismo: il reato di “associazione a delinquere in relazione a un’attività terroristica” e la raccolta delle informazioni accumulate all’interno dello stesso servizio. In origine, quest’ultimo doveva  consentire alla Direzione della sorveglianza territoriale (DST), divenuta direzione centrale informazioni interne (DCRI) nel 2008 poi direzione generale per la sicurezza interna (DGSI) nel2014, di mantenere un buon flusso delle informazioni al suo interno.

 

“Queste persone non danno tregua”

Nel caso degli attentati di Parigi, la DGSI stava seguendo un certo numero di indiziati come raccolta di informazioni. A partire da Abdelhamid Abaaoud. Questo belga,che appariva in cinque dossier di progetti di attentati in Francia, è stato anche coinvolto, in Belgio, nell’animazione della cellula terroristica di Verviers, smantellata nel mese di gennaio. La DSGI aveva avviato in itinere quella che viene chiamato “inchiesta specchio” in Francia. Un team congiunto franco-belga ha lavorato bene insieme. Invano.

Samy Amimour, uno dei kamikaze del Bataclan, era incriminato dal 2012 nel quadro diun’indagine penale aperta per un progetto di jihad in Yemen. L’inchiesta è stata affidata alla DGSI. Messo in libertà vigilata, egli scomparve senza che nessuno abbia mosso un dito fino a quando i Turchi hanno segnalato il suo passaggio sul loro territorio. Il lavoro di indagine è stato svolto, in particolare con perquisizioni presso i suoi genitori. E’ stato emesso un mandato di arresto internazionale. Fino alla strage del 13.

Nel quadro del suo ruolo investigativo, la DGSI è stata anche allertata sulle minacce dirette alla Francia. Così come, Reda Hame, arrestato ai primi diagosto di ritorno dalla Siria, che assicura che lo stato islamico colpirà “bersagli facili” come ad esempio dei “concerti”. “La DGSI ha certamente, come tutto il resto, inquadrato questi elementi. Queste persone hanno una strategia predatoria, anche attraverso le minacce che lasciano trapelare. Se ci mettiamo a ragionare in termini di potenziali obiettivi degli attentati e non in termini di reti, ci si esaurirà “, si difende una fonte vicina ai servizi diintelligence.

Oggi,alcuni credono che questo risvolto investigativo abbia contribuito al tracollo della DGSI. Nei servizi territoriali, gli agenti sono versatili e si ritrovano coinvolti nell’indagare ogni arrivo siriano. Il numero dei dossier dell’anti-terrorismo è quintuplicato tra il 2013 e il 2015, da 34 a188, e il numero di indagati da dieci è arrivato a più di 230 persone. Ciò vuol dire decine di indagini, arresti, atti di procedimenti …

 

Il fantasma di un controllo esaustivo

Fare tutto, sempre … Dal 2012, a ogni attentato, la stessa osservazione – Mohamed Merah era noto ma la sua pericolosità giudicata male, la sorveglianza dei fratelli Kouachi era stata interrotta perché non sembravano più degni di nota –scatena la stessa reazione politica nel momento meno opportuno. Invece di incoraggiare i servizi a controllare di più, i ministri che si succedono perseguono il fantasma di un monitoraggio esauriente – pur ricordando che è impossibile quando il peggio accade.

Dopo gli attentati di Charlie Hebdo e Hyper Cacher, è la creazione dello stato maggiore operativo di prevenzione del terrorismo, che centralizza sotto l’autorità del ministro le informazioni dei servizi e la creazione di dossierdei segnalati per la prevenzione e la radicalizzazione a carattere terroristico, che riunisce più di 11.000 nomi. Troppo per essere utile. “Gli agenti passano ore a riempire chilometri di pagine”, si lamenta un poliziotto.

Eppure, nella discrezione, la DGSI si è data i mezzi per definire meglio gli obiettivi da controllare. Negli ultimi mesi, la cellula “Allat”, dal nome di una dea siriana pre-islamica, si occupa di obiettivi della zona tra Iraq e Siria. Gli otto principali servizi francesi riuniti in una stessa stanza. “Ognuno porta i suoi obiettivi, ciascuno porta le sue annotazioni e può connettersi ai database. Il lavoro è estremamente operativo”, spiega una fonte.

Anchela DGSE, la sorella gemella della DGSI a livello internazionale, mette dunque le mani in pasta. Essa se l’era cavata a buon mercato dalla vicenda Merah, quando aveva perso il giro afghano-pakistano dell’omicidio di Tolosa. Nel caso degli attentati di Parigi, la DGSE ha almeno fornito informazioni, ma troppo tardi per essere utilizzabili. Durante il monitoraggio di un obiettivo in Siria, il servizio ha scoperto le conversazioni con una donna in Francia. Sconosciuta fino all’inizio di novembre, quando gli agenti si sono resi conto che sitrattava di una cugina di Abdelhamid Abaaoud, Hasna Aït Boulahcen.

La DGSI viene allertata e scopre anche, tardivamente, l’esistenza della famiglia francese di un suo obiettivo numero uno. Siamo al 12 novembre, alla vigilia degli attacchi. E c’è infine un testimone, dopo gli attacchi, che metterà la polizia giudiziaria sulle tracce di Ait Hasna Boulahcen e Abdelhamid Abaaoud – ambedue morti il 18 novembre, durante l’assalto del RAID in un appartamento di St.Denis.

 

“3000agenti per 4000 obiettivi”

E’ che questo lavoro di coordinamento, dopo anni di dialogo tra la miriade di servizi francesi, non è sufficiente quando la minaccia diventa transnazionale. “Sono organizzati in Siria, finalizzano il progetto in Belgio, arrivano quasi il giorno prima a Parigi. La DGSI rimane un servizio domestico, non può fare molto da sola … “, dice una fonte del ministero dell’Interno.

Il coordinamento europeo funziona, ma anche in quel caso, non è sufficiente in quanto si concentra sulla parte superiore del paniere. Eppure, gli autori degli attentati di Parigi erano conosciuti dai servizi belgi e francesi, ma non come persone di primo piano. I fratelli Abdeslam – Brahim si è fatto saltare in Boulevard Voltaire e Salah è in fuga – sono stati individuati in Belgio, ma non come una priorità, Samy Amimour è stato considerato uno dei meno pericolosi della sua cellula yemenita. Ismaël Omar Mostefai anch’esso kamikaze al Bataclan, era ritenuto secondario per la DGSI.

“La difficoltà, riassume una fonte vicina all’intelligence, è che bisogna essere allo stesso tempo su Yassine Salhi che da oggi al domani decide di decapitare il suo capo, e su Abaaoud. Ci sono 3000 agenti per 4000 obiettivi. E ancora, a Parigi e Saint-Denis, ci sono tra gli autori dei belgi e delle persone che noi non abbiamo ancora individuato. Non abbiamo strutture che sono state pensate per un fenomeno di massa. “

“Se l’indagine permette di evidenziare limiti o mancanze, ci si adatterà”, dice uno al ministero degli Interni. La piazza Beauvau difende anche le misure spinte dalla Francia a livello europeo. Il rafforzamento dei controlli alle frontiere esterne dello spazio Schengen prima di tutto, perché un certo numero di terroristi sono stati in grado di passare attraverso la strada dei migranti sotto falsa identità. E poi la creazione di un database dei passeggeri aerei (PNR) europeo, vecchio serpente di mare che può essere visto meno sotto il diretto collegamento con gli attacchi, in quanto, per l’appunto, sembra che gli autori degli attentati abbiano seguito una via terrestre.

Ma, fino ad oggi, a destra ea sinistra, nessuno vuole porre l’unica domanda che ha senso, in uno spazio di libera circolazione delle persone: occorre europeizzare la lotta contro il terrorismo?

Se l’addestramento degli agenti non basta

Ho riscoperto tra le mie carte questa lettera a la Repubblica (16 settembre 2014) e relativa risposta di C. Augias, contenete elementi utili per una riflessione ulteriore.

 

 

Caro Augias, sono olandese, ho letto sui giornali italianidi quattro poliziotti colpiti e feriti da un senzatetto a Roma. 

Come mai è possibile ciò? Non addestrano i poliziotti al combattimento non armato? 

Ero un soldato della leva semplice in Olanda e abbiamo imparato tutti a incontrare un uomo armato con fucile, pistola o coltello. Si imparava ad agire automaticamente solo per riflesso. 

Capisco che magari un poliziotto dei quattro può essere colpito, ma tutti e quattro è difficile da capire. La stessa roba con il ragazzo Davide di Napoli, perché non si mira alle gambe? Forse nemmeno ipoliziotti in Olanda sono capaci di sparare con precisione ma posso dire che con molto allenamento io soldato di leva colpivo una scatola di fiammiferi a 20 metri. 

Credo che bisogna dare più occasioni di addestramento a quei poveri poliziotti.

(Henk Moraal)

 

 

La risposta di C. Augias:

L’episodio al quale il signor Moraal si riferisce è avvenuto a Roma il 10 scorso in piazza della Libertà, quartiere Prati. Un anziano clochard tedesco, Klaus Dieter Bogner, definito “squilibrato”, forse ubriaco, ha cominciato ad aggredire i passanti. Qualcuno ha chiamato il 112, è arrivata un’auto pattuglia dei carabinieri che l’uomo ha aggredito a martellate; all’arrivo di una seconda auto ha cominciato a vibrare coltellate ferendo in maniera grave un tenente colonnello e in modo più lieve gli altri tre militari.

La prima cosa che si può dire è che negli Stati Uniti al primo cenno di violenza l’uomo sarebbe stato abbattuto. In Europa le cose sono diverse, Bogner alla fine è stato arrestato con l’accusa di tentato omicidio.

Mi sono informato sulla questione sollevata nella lettera.

L’addestramento al corpo a corpo è molto impegnativo, richiede tempo, soldi, istruttori esperti. Per di più esige che gli agenti continuino anche dopo il corso ad allenarsi per proprio conto, altrimenti in poco tempo tutto diventa inutile. Solo i reparti di élite hanno un vero addestramento di questo tipo.

Tra la sbrigativa brutalità americana e i poveri carabinieri feriti da uno squilibrato non è facile trovare una via di mezzo.

Il caso del ragazzo napoletano, mi è stato detto, è ancora più complicato.

Gli uomini impegnati nelle zone a rischio lavorano in condizioni di tensione paragonabili a quella di un’azione di guerra, incerti se intervenire di fronte a situazioni di illegalità. 

Tre ragazzi su un motorino senza casco in una qualunque città sarebbe un caso quasi impensabile. Non in quel rione napoletano. 

I militari dovevano intervenire? 

Lei vede, ha continuato la mia fonte, la difficoltà della situazione? 

Aggravata dal fatto che la risposta deve arrivare nel giro di secondi e in condizioni così difficili? 

Che cosa scegliere tra il rispetto della legge e le obiettive anomalie locali?

 

(Corrado Augias)

 

fonte: la Repubblica, 16 settembre 2014, pag. 32