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Palafreniere, ecco il mio mestiere !

Probabilmente è radicato nella mia anima abbastanza in profondità questo sentimento. Perché ormai da decenni, anche nell’ultimo incontro con una persona della quale ho massima considerazione, è venuto fuori con molta spontaneità.

Alla domanda: “Ma tu, di cosa ti occupi esattamente?” Ho risposto proponendo l’immagine del palafreniere: “Aiuto le persone a salire sul loro cavallo affinché trovino la strada più agevole per raggiungere i loro obiettivi”.

E’ un mio credo l’attività che svolgo, dove arte, religione e scienza si interpenetrano e fecondano il mio essere e il lavoro che faccio. Quello di stare al fianco delle persone; affinché esse stesse, attraverso la ri-scoperta e il ri-conoscimento delle loro capacità e dei loro talenti, riescano ad emergere dalla palude del disagio.

 

 

Essere al servizio degli altri, implica prendersi cura di noi stessi

Dale Larson, l’autore di “Aiutare chi soffre” (The helpers journey: Working with people facing grief, loss, and life-threatening illness. Research Press, Champaign, Illinois, 1993) che La Meridiana ha pubblicato in traduzione italiana nel 2007, ci ha aiutato negli anni a comprendere con molto realismo ed umanità perché così tanti, fra chi svolge una professione d’aiuto, cadono nel burnout. Quella forma invasiva di esaurimento emotivo, fisico e psicologico, derivante da un coinvolgimento intenso e a lungo termine con persone che richiedono particolare impegno ed attenzione. Uno stato in cui una persona arriva a dire “non ne posso più”.

Larson, con questo suo libro ci offre un manuale che cerca di divulgare aspetti psicologici e fornire al lettore strumenti che accrescono concretamente la sua efficacia. Egli – a ragione – ritiene che, per diventare caregiver più efficaci e capaci di affrontare lo stress, sia necessaria la conoscenza e l’acquisizione di specifiche abilità psicologiche che non si apprendono automaticamente lungo il percorso di aiuto, come il senso comune vorrebbe affermare nel dire “si impara facendo”. Il libro propone molti esercizi ed attività pratiche che il lettore potrà applicare e personalizzare valutando criticamente le idee e le tecniche presentate.

La prima parte del libro si focalizza sulle esperienze interiori di chi aiuta, sul coinvolgimento emotivo e la realtà intima dell’helper. La seconda parte si occupa della dimensione interpersonale e approfondisce la relazione d’aiuto e le abilità comunicative che sono i mezzi attraverso cui si esprime e concretizza l’aiuto all’altro. La terza parte, infine, analizza il lavoro di gruppi, équipe e sistemi di aiuto operanti nella realtà statunitense.

Il libro è frutto della lunga e autorevolissima esperienza dell’autore, viene presentato come guida per chi offre relazioni d’aiuto a persone colpite da lutti e malattie terminali; in realtà contiene numerosi spunti di riflessione validi per tutti coloro che desiderano affrontare il problema del burnout a partire da un orientamento “centrato sul cliente”, così come ci è stato trasmesso da Carl Rogers, il quale per primo ci ha fatto comprendere la importanza del counseling condotto in modo non direttivo. Larson in questa sua opera offre spunti di osservazione e suggerimenti pratici che ci aiutano a considerare in modo nuovo un problema che coinvolge molte attività professionali e, di conseguenza, molte organizzazioni di lavoro.

Attraverso questo libro ogni lettore, a partire dalla propria esperienza del proprio ruolo sociale e dei compiti ad esso connessi, potrà rendersi conto che ogni attività di “servizio” o di aiuto, qualsiasi forma di consulenza, utilizza un insieme coerente di atteggiamenti che sono profondamente radicati nell’organizzazione individuale dell’operatore. Pertanto se chi presta aiuto o consulenza cerca di usare solo un “metodo” di intervento, egli è votato all’insuccesso (burn out) se tale metodo non è genuinamente in linea con i suoi stessi atteggiamenti: i sentimenti, le azioni, i pensieri.

Riusciremo a comprendere meglio questo assunto, rendendoci conto che il primo elemento di stress, quello che può creare molti problemi, è situato proprio nel nostro modo di porci di fronte agli eventi. Riguarda il modo in cui noi vediamo le cose, come le pensiamo. Noi stessi siamo fonte delle nostre tensioni, del nostro “scoppiare”. Molto spesso abbiamo pensieri irrazionali che ci possono danneggiare. I fatti o le situazioni scatenanti non hanno un valore emotivo in sé ma è il nostro modo di valutarli che provoca una diversa reazione psicologica.

A volte ci è capitato – e capita tutt’ora – di trovarci di fronte a una situazione difficile in cui non sappiamo cosa fare, non sappiamo come affrontarla o non abbiamo gli strumenti necessari per intervenire in modo efficace su di essa, non possiamo agire in modo adeguato.

Si tratta in genere di un evento, un compito o una prova che in quel momento fa emergere il limite delle nostre possibilità, un sentimento che viene da noi vissuto con un certo grado di disagio.

A questo punto, il segnale della nostra inadeguatezza si manifesta attraverso l’ansia che a sua volta sottintende l’indice della nostra fatica psicofisica o del nostro stress.

Tutto questo capita quotidianamente: in famiglia, a scuola, al lavoro, ecc..

Avviene anche nei casi in cui ognuno di noi agisce professionalmente con l’obiettivo di aiutare un’altra persona.

Ma nel momento in cui non riusciamo a raggiungere quella meta, a realizzare cioè quel compito richiesto al nostro ruolo, questo può – in moltissimi esempi – tramutarsi in una minaccia nei nostri confronti. Diventa un attacco alla nostra autostima, in quanto ci sentiamo a disagio e immaginiamo che qualcuno – oltre il nostro senso di colpa – potrebbe anche avere da ridire sul nostro operato.

E’ pur vero però che quando riusciamo a renderci conto di vivere una tale situazione possiamo dire: “io posso lottare, posso fronteggiare la minaccia alla mia autostima”.

Però, ahimé, quasi mai ce ne accorgiamo in tempo …

C’è un aneddoto simpatico raccontato da Larson che definisce molto argutamente la situazione vissuta, dagli operatori delle professioni di aiuto. Un uomo si trova a casa sua nel bel mezzo di un’alluvione. L’acqua ha invaso il piano terra e lui è salito al primo piano. Arriva a un certo punto una barca a soccorrerlo e lui risponde così: “No, rimango perché ho fede in Dio”, poi l’acqua sale ancora e lui sale al 2° piano. Arriva un’altra barca a soccorrerlo e lui soggiunge: “Resto, perché ho fede in Dio”. L’acqua continua ad aumentare: l’uomo è costretto a salire sul tetto. A quel punto arriva un elicottero che gli getta una corda e lui ancora: “No, resto perché ho fede in Dio”. Dopo di che l’acqua raggiunge il tetto, lo travolge e lui annega. Arriva poco dopo alle porte del Paradiso, vede San Pietro e si lamenta con lui: “Come mai è successo questo? Avevo riposto tutta la mia fede in Dio e sono annegato!” e San Pietro serafico gli risponde: “Non so di cosa ti lamenti: noi ti abbiamo mandato due barche e un elicottero!”

Ecco, esistono barche ed elicotteri intorno a noi e potremmo servircene per trarne beneficio. Certo, possiamo ricevere un supporto dagli amici o dalla famiglia, ma l’ideale è riceverlo da persone adeguatamente preparate, meglio ancora, le persone che abbiano la capacità di mettersi negli stessi nostri “panni”.

In conclusione, sembra voler dire Dale Larson, il servizio di cura ed assistenza, cioè l’essere al servizio degli altri, implica il prendersi cura di noi stessi. In questo caso una formazione specifica è fondamentale.

Questo libro va oltre il suo scopo, ci fa capire che non solo i caregiver, ma i medici, gli infermieri, gli insegnanti e quanti svolgono un’attività di servizio con forte coinvolgimento emotivo, si trovano continuamente sfidati a ricercare la “giusta distanza” che permette loro di essere adeguatamente coinvolti senza rovinare il rapporto professionale. Sfidati a mettere in pratica adeguate modalità di comportamento per evitare il rischio di scoppiare (burn out) e mantenere un proprio equilibrio, con un coinvolgimento emotivo adeguatamente distaccato, che non sia del tutto distaccato e tantomeno sia un coinvolgimento emotivo totale. Una sfida continua in cui ciascuno è chiamato a ricercare ogni volta un coinvolgimento adeguatamente distaccato (empatia), un modo di essere emotivamente coinvolti senza esserlo totalmente.

 

Vittorio Tripeni (2008), “Essere al servizio degli altri, implica prendersi cura di noi stessi”. Prevenzione Oggi (Ispesl), Supplemento numero 3, anno 2008, pag. 77-78

Il cuore e la mente rivolti alla sofferenza dei sopravvissuti e all’impegno dei soccorritori.

A me ha sempre fatto piacere considerare la “medaglia del rovescio” piuttosto che il “rovescio della medaglia”; preferisco tener conto delle opportunità e del futuro, piuttosto che rimanere ancorato a ciò che è stato.

A margine dei disastri sopraggiunti in questi ultimi mesi, dalle rovine dei terremoti e dalla catastrofica valanga, sorgono molti spunti di riflessione per aggiornare le conoscenze e migliorare le pratiche.

Innanzitutto penso alla sofferenza dei sopravvissuti e all’enorme fatica dei soccorritori. Questi ultimi sono stati esemplari, oltre le capacità e l’altezza del compito, in grado di superare gli ostacoli con l’esperienza professionale e la notevole forza d’animo.

Mi soffermo per auspicare l’apertura di una (ampia) finestra della ricerca scientifica riguardo a ciò che è accaduto e alle esperienze accumulate in quelle circostanze. Individuando almeno due grandi temi: quello del trauma e della resilienza e il vasto campo relativo alla studio delle organizzazioni complesse e della leadership: quella “partecipata” e la “followership”, ad esempio.

Argomenti che, al di là della banalizzazione dei temi, possono aprire prospettive feconde per dare un senso più profondo e definito alla “protezione civile”, oggi vista soprattutto come una pluralità babelica.

Penso, ad esempio, a come un’osservazione longitudinale dei protagonisti e delle vicende, possa ampliare le conoscenze sullo stress post traumatico (soprattutto perché ci troviamo di fronte ad esperienze in cui il pericolo della vita è risultato veramente “tangibile” e allo stesso tempo si è manifestato su uno scenario diverso).

Penso poi al “governo delle operazioni” e a quanto – nei fatti – è andato oltre la banale linea delle gerarchie e delle “catene” di comando.

Riserverei una parte della riflessione agli aspetti di colore (dell’anima) a quell’empito genuino e generoso di partecipazione e soccorso che – in ambienti complessi e articolati – richiede soprattutto di essere “temperato” dall’alta specializzazione e funzionalità, oltre che dall’esperienza.

Mi piacerebbe anche vedere ampliato e aggiornato il tema della “capacità negativa”, con lo stesso entusiasmo e dedizione di Giovanni Lanzara, che fu il primo a mettere in evidenza questa speciale competenza nel corso degli eventi critici.

Insomma, non basta il buon cuore e, per ricordare una persona protagonista della nascita del volontariato dico: “per fare del bene, occorre saper fare bene”.

 

 

 

Poliziotti d’America: vittime e carnefici

Per finalità di studio, non essendo disponibile in rete, ho trascritto quest’articolo di Vittorio Zucconi. E’ stato estratto da pagina 6 di la Repubblica di lunedì 11 luglio 2016.

 

 

Il detective del New Jersey che mi parla sotto l’obbligo legale dell’anonimato per tutti i 750mila agenti di polizia americani in servizio racconta il mondo visto dall’altra parte del muro: «Quando uno di noi in servizio uccide un uomo di colore, andiamo in prima pagina. Quando un uomo di colore uccide uno di noi, facciamo il funerale con le cornamuse, la vedova in nero, gli orfani con l’abito della festa e la bandiera e non gliene frega niente a nessuno».

Conosco questo cop, questo piedipiatti come si dice nello slang americano, da anni. I suoi figli giocano a basket e baseball con i miei nipoti nei sobborghi ovest di New York. La moglie cucina lasagne e melanzane alla parmesan come vuole la loro origine italiana e la sua storia potrebbe essere ripetuta da uomini e donne, bianchi, neri, bruni, asiatici, irlandesi, italiani, latinos che lavorano con il “badge” di metallo in tasca e la pistola d’ordinanza alla cintola o nella fondina sotto l’ascella se in borghese, in tutte le 18mila organizzazioni di pubblica sicurezza Coast to Coast. «L’uniforme non ci può dare la licenza di uccidere. Ma da la licenza di essere uccisi».

Nella tavolozza di colori e umori acri che il pennello della “Guerra in Bianco e Nero” sta dipingendo sulla tela americana, appare l’immagine dell’insanabile ambiguità che nelle democrazie sempre circonda il lavoro della polizia. La visione del “Cruiser”, del barcone dipinto in bianco e blu o bianco e nero secondo le scelte delle contee, degli sceriffi, delle polizie metropolitane, che scivola silenzioso nella strade di notte o che arriva, ululando con “l’albero di natale”, le luci rotanti accese, nella propria strada, scatena sentimenti opposti: il sollievo di chi si sente minacciato da quella sagoma scura che si aggira attorno alla casa, il terrore di quella sagoma scura che sa di potere essere fatto secco senza avere fatto altro che essere una sagoma scura.

La percezione del ruolo della polizia cambia secondo il luogo dove ti trovi e secondo il colore della pelle. Lo stesso “Cruiser”, la stessa autopattuglia che “protegge e serve” nelle strade di Beverly Hills a Los Angeles, di Georgetown a Washington, di Times Square a Manhattan, è accolto come un’astronave di predator alieni nelle mean street, nelle strade malvagie di East Los Angeles, di Detroit, del Bronx, dei Projects, i casermoni popolari di Chicago. Nessun regolamento, nessuna sensibilizzazione, nessuna predica di capi o presidenti può cambiare la semplice, letale realtà che una poliziotta, lei stessa di pelle nera, raccontò all’Atlantic: «La reazione ti uccide, l’azione ti salva». Tradotto: se aspetti che quel sospetto cerchi di strapparti l’arma della fondina o estragga una delle 330 milioni di pistole che circolano è troppo tardi.

Quella violenza che ormai nugoli di smartphone riprendono e che le minicam installate sulle autopattuglia o indossate dagli agenti riprendono e la prova visiva di forze di polizia che sembrano più dedite ad abbattere che a proteggere. Mentre per loro le conseguenze legali degli omicidi in servizio, oscenamente evidenti, restano marginali. Soltanto tre casi su 100 di poliziotti accusati di avere ammazzato un sospetto, di avere usato excessive force, finiscono davanti a un giudice, incriminati. Per gli altri, l’impunità, la complicità, la comprensione di una magistratura che di quegli stessi cop ha bisogno per fare il lavoro d’indagine, è garantita.

Ma ciò che a noi, cittadini, sembra una guerra contro un solo nemico, “l’uomo nero”, il predator come fu definito da Bill Clinton negli Anni ‘90 stanziando miliardi per reclutare 180mila nuovi agenti in tutti gli Stati Uniti, alla “sottile linea blu”, ai poliziotti, sembra l’iniquità strumentale di una “sinistra” che non ha mai superato l’equazione fra cop e pig, questurino e maiale, scolpita negli Anni ‘60, non solo negli Usa, dalla retorica ideologica. Eppure le statistiche compilate dallo Fbi raccontano di una guerra con molte più sfumature di grigio. Nel 2015 più bianchi che neri sono stati uccisi dagli agenti: il 50% delle vittime erano bianchi, il 26% di colore. E la maggioranza degli uccisi portava un’arma. Non è neppure vero che siano poliziotti bianchi a sparare più disinvoltamente: gli agenti di colore, secondo una ricerca del Ministero della Giustizia del 2015, fanno fuoco 3 volte più facilmente dei colleghi bianchi. Gli agenti uccidono e sono uccisi: più di 100 all’anno cadono, 56 già nei primi sei mesi di questo 2016.

«Nelle Accademie di Polizia dove anch’io insegno — mi racconta il detective che spera di diventare tenente l’anno prossimo e andare in pensione a 45 anni con 20 di anzianità perché «non ne può più» — addestriamo le reclute a sparare sempre al bersaglio grosso, al torace, perché mirare alla gambe espone soltanto al rischio di essere sparati senza colpire niente». Ma in queste Accademie, dove decenni di sforzi non sempre vigorosi dovrebbero produrre più agenti di colore, il reclutamento è difficile. La paga buona, superiore alla media.

Fra straordinari e anzianità, un agente di 35 anni porta a casa 70-80mila dollari lordi annui, più di un operaio o vigile del fuoco e la pensione è pari allo stipendio. Ma migliaia di giovani afroamericani che vorrebbero arruolarsi sono respinti perché nel loro curriculum spuntano macchie, arresti per possesso di marijuana, reati minori da ragazzi, ma sufficienti per squalificarli. E la percentuale di cop con la pelle scura è inchiodata al 12 per cento della Forza. Simile alla percentuale della popolazione afroamericana, ma sproporzionata rispetto ai reati, che sono concentrati nella fascia di popolazione di colore — fino al 46% dei crimini — dove la presenza costante di “fratelli” con lo stesso volto sarebbe indispensabile. La Forza non è con loro.

La percezione è tutto. Il rapporto fra cittadini e poliziotti supera le statistiche, i casi clamorosi e imperdonabili, come gli ultimi che hanno spezzato i nervi scossi di Micah, reduce dall’Afghanistan, è soggettivo, ma si traduce nei fatti oggettivi. «Se la polizia è vista come nemica, la tratterai come nemica e lei ti rispenderà come una forza d’occupazione in territorio ostile», spiega lo studio condotto dalla Fondazione Marshall. E se la polizia si sente sola, abbandonata in pasto alla voracità sensazionalista dei media e alla collera delle vittime, il risultato è quello che vediamo: l’inasprimento di uomini e donne armati che si sentono soli e assediati.

Percezione, fatti, sangue, odio e diserzione politica, nel cocktail micidiale al quale imbonitori elettorali si abbeverano per strappare voti spaventati. «Ci sentiamo soli nelle strade», dice il mio detective mentre guardiamo i nostri bambini contendersi un rimbalzo. «Abbiamo più paura noi di quelli che dovremmo spaventare. Un capitano nella mia stazione ci dice, scherzando solo un po’, di non immobilizzare e ammanettare più sospetti, ma di dare a loro le manette perché si leghino i polsi da soli».

Un pubblico illuso dal facile mantra della “certezza della pena” e della “tolleranza zero” ha scaricato sui giudici, sui penitenziari e sui 750mila agenti compiti di assistenza, di salute mentale, di prevenzione e interpretazione psichiatrica che a loro non spetterebbero. Ignorando che la polizia è per una società quello che i pneumatici sono per le automobili, il punto di contatto fra il veicolo e l’asfalto della realtà, le chiede di essere tutto, pilota e strada. «Sono entrato nella polizia del New Jersey vent’anni or sono per ripulire la mia contea dai bad guys, dai delinquenti, come vedevo fare nei telefilm e scopro di essere diventato io il cattivo dello show. Ora conto solo i giorni che mi dividono dalla pensione». La partita di basket fra i bambini è finita e mi saluta con un regalo per rabbonirmi: un tesserino del “Fraterno Ordine” degli amici della polizia che mi eviterà una futura contravvenzione per eccesso di velocità. Un piccolo privilegio, accanto a uno molto più grande: nessun cop mi sparerà mai. Sono bianco.

 

VITTORIO ZUCCONI

la Repubblica, 11 luglio 2016, pag. 6

Le malattie mentali, i soldati della Prima guerra mondiale e l’allora nuovissimo ospedale psichiatrico di Treviso


La salute mentale non è solo affare degli psichiatri. E’ una faccenda che coinvolge le varie espressioni del vivere organizzato dal punto di vista socio-economico e territoriale  (servizi, scuola, organizzazioni produttive, luoghi di lavoro e di cura, forze dell’ordine e della difesa, ecc.).

Trovo molto interessante questo scritto di Gerardo Favaretto, psichiatra sul campo e docente di psichiatria all’Università di Padova, che riporta alla luce il dibattito sulla Psichiatria italiana all’epoca della prima guerra mondiale e sull’organizzazione dell’assistenza ai soldati.

 

Si sono scritte milioni di parole sulla guerra, forse di più degli uomini uccisi e feriti , forse di più dei proiettili sparati da fucili e cannoni. Parole  che nella tragedia aspirano a  raccontare  storie di eroi  o  di vittime. Parole che ripetono incessantemente il motto degli antichi guerrieri greci : “ è caro agli dei chi muore giovane “. Parole che raccontano di vittorie , di gloria e di disperazione, di desertici orizzonti della catastrofe e della retorica di avere prevalso sul nemico. Non vi è dubbio però che il modo di ricordare, raccontare e di conoscere la guerra è profondamente cambiato dopo la prima guerra mondiale.

Da lì non sono più bastate  le parole per poter descrivere  dolore, angosce e  rabbia,   freddo e  paura, parole adeguate a raccontare la profonda  disperazione di essere soli  di fronte alla morte  che si è portata via il mondo .

Tutto è definitivamente cambiato a partire dal Novecento, dall’avvento della modernità, delle masse , delle macchine . La tecnica disegna un confine  dal quale è impossibile tornare in indietro e dal quale sarà da allora in poi  impossibile dimenticare di averlo varcato . Macchine serve che diverranno padrone , macchine sterminatrici, dissacrartici dei corpi . Macchine e tecniche  che faranno morire nei primi minuti di battaglia più persone di quante ne siano morte in guerre precedenti e che  faranno contare a milioni i morti, alla fine della guerra: una intera nazione cancellata dalla terra.

Partendo da qui chiedersi quale sia la natura del rapporto fra  la prima guerra mondiale e la follia resta  una ardito paradosso. Anche nel caso, come il nostro, nel quale si voglia rivedere quale ruolo e quale parte  abbia giocato  l’allora nuovissimo  ospedale psichiatrico di Treviso: per quali persone questo istituto divenne rifugio e via di allontanamento da un fronte drammatico e pieno di morte , per quanti infine la rottura della dimensione emotiva significò, prima ancora di ogni ferita al corpo, la impossibilità a svolgere quello che la disciplina di guerra chiama, e qui davvero c’è molto da discutere,  il proprio dovere.

Per comprendere lo specifico aspetto di questo evento bisogna però rievocare  brevemente i termini del dibattito  che caratterizzava la Psichiatria italiana all’epoca della prima guerra mondiale.

Reduce da una recente riforma ( 1904 ) che istituiva gli ospedali psichiatrici in una nazione relativamente giovane nella sua unità, la Psichiatria   era, in quegli anni, percorsa da  confronti significativi e da radicali contrapposizioni.

La legge del 1904 veniva promulgata anche in conseguenza di uno scandalo su come venivano  incatenati e maltrattati gli alienati, scandalo che aveva richiamato l’attenzione  dell’intero paese e  che traeva origine dal lavoro di una commissione di indagine condotta dal prof. Belmondo, illustre cattedratico a Padova,  presso l’istituto Fatebenefratelli a San Servolo di Venezia  allora uno dei principali ospedali , primo fra manicomi del Veneto.

Il professor Belmondo era uno dei sostenitori della psichiatria norestraint come testimoniano molti suoi scritti, ovvero di una tecnica manicomiale assistenziale che non si basasse su strumenti di contenzione fisica .

Pur essendo però specialità medica  alquanto recente ( la società Freniatrica nata nella seconda metà dell’ottocento,  aveva richiesto l’istituzione dell’insegnamento di Psichiatria solo nel 1892) la Psichiatria poteva contare su una cultura della psiche e della  follia  millenaria e  su una solida tradizione  culturale e istituzionale iniziata fin dai primi dell’ottocento. Tale cultura agli inizi del novecento è  eterogenea e vede molti e fecondi sviluppi in tutta Europa.

In tutte le nazioni, è diffusa, e dominante, specie nelle Università, la convinzione che  la malattia mentale sia una malattia del cervello  di cui ancora non si conoscono chiaramente cause e meccanismi . In questo contesto il confine attuale  fra Neurologia e Psichiatria è ancora impreciso e tutto da tracciare. In realtà Philippe Pinel, fondatore della psichiatria e degli ospedali per alienati  ai primi dell’ottocento, distingueva le malattie mentali curabili  di origine morale , sensibili alla educazione del trattamento morale   dalle alterazioni fisiche del cervello e del sistema nervoso in generale  per le quali le terapie morali  si rivelano inefficaci .

Sulla natura  dei sintomi  , sul loro determinarsi  e sulla loro cura che si esplicava in insegnamenti individuali e in  organizzazione manicomiale, esiste un importante dibattito in tutta Europa che  trae origine  dalla ottocentesca teoria delle passioni, teoria  che stava alla base del trattamento “morale“ delle emozioni e della mente,  primo fra gli orientamenti psicologici e pedagogici  basata sulla  convinzione che  la ragione , indebolita, avesse perso il controllo delle passioni e ne fosse da queste sovrastata.

Mentre nelle università tedesche si definiscono sulla base del decorso clinico i grandi quadri psicopatologici altre nuove teorie sostengono che i fatti psichici seguono un determinismo psichico ovvero che,  i sintomi neurotici  siano  il risultato di una catena di eventi consequenziali e dotati di potere causale per cui da  movimenti  emotivi, da conflitti e traumi interiori si determinano, poi,   condizioni psicopatologiche.

Fra il primo e il secondo  decennio del novecento nasce e si diffonde la psicoanalisi , scrivono le loro opere fondamentali non solo Freud ma anche Eugen Bleuer,  Pierre Janet e  Karl Jaspers  autori importantissimi che pure   non saranno riconosciuti come tali immediatamente nel nostro paese. Anzi , l’inizio della guerra determinerà un certo disprezzo , una verità nei confronti di ciò che è germanico . Morselli , uno dei più eminenti psichiatri dell’epoca scriverà sulle patologie mentali del kaiser e del popolo tedesco tutto.

Questi dibattiti sulla teoria della mente all’inizio della guerra ebbero un peso rilevante come andavano considerati : i soldati che si ammalavano e che sempre più numerosi  dimostravano sintomi nervosi?

Erano, in realtà,  degenerati  che venivano scoperti in conseguenza   delle difficoltà belliche ma che, alla base,  avevano  una condizione di debolezza costituzionale  oppure  era la guerra ad essere generatrice di traumi tramite  eventi che in modo del tutto universale potevano creare disturbi mentali ed emotivi ?

Era dunque la guerra la responsabile delle difficoltà che i soldati dimostravano a decine di migliaia o erano invece i più deboli , i degenerati , i simulatori , a presentare questi disturbi?

E nel caso fosse la guerra come agiva il trauma sul sistema nervoso ?

Quali erano i meccanismi profondi con cui si generavano i tanti quadri clinici che venivano ricoverati negli ospedali ?

E , ancora, se era la guerra la causa dei disturbi nervosi, i soldati avevano diritto a un  risarcimento ?

Altro punto molto rappresentato negli scritti psichiatrici dell’epoca è che la guerra  dovrà fornire la dimostrazione della indispensabilità della scienza psichiatrica e delle sue istituzioni dimostrando l’utilità  delle conoscenze e riconoscendo l’efficacia  del supporto del servizio psichiatrico di guerra.  Questioni che sembrano molto teoriche in realtà  diventano piuttosto concrete e legate  sia alla gestione  degli ammalati sia alla natura stessa della nuova assistenza manicomiale .

Dal punto di vista clinico gli psichiatri italiani , convinti assertori della natura biologica del disturbo mentale,  si trovano in difficoltà ad ammettere che una genesi traumatica potesse essere alla base di sintomi psichici quanto più erano propensi a credere che una sorta di vulnerabilità temperamentale e costituzionale , erede delle teorie di Cesare Lombroso, potesse essere alla base dei comportamenti folli riscontrati in molti soldati. Da qui, poi, al vedere alla base della missione della psichiatria  quella di dover  depurare l’esercito dei combattenti dalle  eccezioni inquinanti di malati costituzionali  che sono di intralcio  al lavoro delle truppe, come  molti dei più  noti psichiatri italiani scriveranno nelle riviste dell’epoca, il passo è breve.

E’ con questi interrogativi, più o meno esplicitati che comincia il lavoro degli psichiatri durante la guerra.

Molti psichiatri  si  entusiasmano pensando la Guerra come un grande “laboratorio” che fornirà informazioni su comportamento degli uomini  e sul funzionamento di numeri “importanti e indiscutibilmente significativi“ di persone . Un esperimento in grado di fornire risposte a questi interrogativi . Fra questi Luigi Zanon Dal Bo direttore del nuovissimo ospedale psichiatrico S. Artemio di Treviso .

***

Il servizio  psichiatrico di guerra Italiano  ebbe una organizzazione puntuale e articolata. Ad ogni armata fu associato un consulente ;  il coordinatore generale di tutta l’attività psichiatrica fu Augusto Tamburini consulente della prima armata ;  delle altre furono consulenti Bianchi , Arturo Morselli e Alberti tutti noti alienisti dell’epoca . Il sistema prevedeva soccorso negli ospedali da campo per poi passare agli ospedali di tappa, sostanzialmente di passaggio e smistamento per poi poggiarsi su molti degli ospedali ricavati nei manicomi e su alcune cliniche specializzate. Fra gli ospedali di zona Treviso era uno dei principali ed era diretto da Luigi  Zanon dal Bò. A Treviso faceva riferimento la 3 armata ma non era escluso poter trovare fra i ricoverati militari di altre armate.

Treviso accolse , fino al 1917,  il maggior numero di militari rispetto agli altri ospedali del Veneto: 1575 di poco superiore a Padova , 1556 . In occasione della disfatta di Caporetto S Artemio venne evacuato , trasferito in Emilia ,  quindi, ovviamente non accolse più nuovi casi.

Particolare non irrilevante dal  S. Artemio dipendevano delle case di salute , dei cronicari , collocati a Crocetta,  Valdobbiadene, Oderzo , Mogliano alcuni dei quali in occasione della ritirata dell’esercito passarono sotto il controllo degli austriaci con esiti per la sopravvivenza dei malati e della malate ivi accolte davvero disastrosi come Zanon dal Bo stesso relazionerà già alla fine del 1918.  I dati della relazione di Zanon dal Bo sull’esito di tale gestione sono terrificanti : malate e malati deportati a Udine , una mortalità in media del 70 % per cento causata da  sovraffollamento e fame nel periodo che va dalla occupazione alla  fine della guerra.

Si calcola che circa  in tutto il paese circa 40.000 persone furono valutate   durante la guerra per motivi legati a disturbi nervosi ;  un numero davvero inferiore a quello degli altri paesi e verosimilmente sottostimato. Di fronte ai comportamenti di fuga,  simulazione , diserzione l’atteggiamento dei comandi sarà molto repressivo. Soldati mandati all’assalto sotto la minaccia di mitragliatrici “amiche”, soldati considerati disertori sommariamente giustiziati . Gli autolesionisti saranno un numero incalcolabile , difficile da determinare, ma sicuramente superiore alle poche  migliaia di cui parlano le statistiche ufficiali.  E’ facile immaginare se fossero calcolati tutti questi casi  il numero dei soldati con difficoltà  potrebbe facilmente raggiungere un numero molto superiore a quelli  valutati per motivi nervosi . Un numero importante anche per i massacri della prima guerra .

Negli Ospedaletti di prima linea, dove di solito venivano ricoverati tutti coloro che erano giudicati bisognosi di cure immediate e di valutazioni urgenti,  venivano portati anche tutti i soldati sotto shock , non reattivi, in un evidente stato di alterazione mentale. Una volta valutati anche nell’ospedale di tappa  principale potevano essere avviati presso uno degli ospedali principali con  del  funzioni psichiatriche fra  cui  il S. Artemio.

Del passaggio di circa 1600 militari fra truppa (84 %) sottufficiali (6 %) e ufficiali(10%)  ritroviamo oggi  traccia nei registri e negli archivi delle cartelle cliniche . Fra i  documenti si trovano valutazioni delle commissioni medico militari , relazioni cliniche , rapporti sul funzionamento dell’ospedale. Le cartelle contengono oltre ai documenti di ingresso e ai diari clinici documenti di altro tipo , qualche foto, lettere mai inviate e lettere giunte dalla famiglia, corrispondenze con i sindaci , provvedimenti sul destino del militare. I soldati che arrivano in ospedale sono spesso confusi . Molti sono mutatici , ovvero non parlano, altri sembrano continuare a vivere in un incubo , vedono morti intorno a loro e sentono rumori di guerra. Alcuni sobbalzano a ogni minimo rumore , sono spaventati , temono che una minaccia possa celarsi dietro ogni ombra e ogni momento . Poi ci sono quelli che invece si sentono stanchi svuotati pravi di energia , oppressi dal loro stesso essere al mondo , tristi sconfortati . Altri ancora sono agitati , furiosi , aggressivi .

I soldati ricoverati a S Artemio  saranno studiati , indagati conosciuti nelle loro vite , relazioni , abitudini . Quasi il 40 %  non ricevono una classica diagnosi ma vengono valutati di “ non competenza”  ovvero non mostrano un evidente malattia  psichiatrica  ma un quadro più lieve , di prognosi benigna che si risolverà probabilmente con un periodo di riposo.

Negata dal punto di vista medico l’influenza dello shock sulle emozioni  e sulla condizione nervosa, fatto  ampiamente riconosciuto in tutti gli altri paesi belligeranti ,  riappare, anche in Italia nella forma  di una  prognosi favorevole  e nel riconosciuto  diritto al riposo.

Per altri invece ci saranno diagnosi psichiatriche più note , più consuete ; amenza , demenza , melanconia , psicosi cui non sempre seguirà la dimissione con consiglio di riposo ma  il prolungamento del ricovero fino al ricovero definitivo.

Spesso i familiari con angoscia chiedono notizie lasciando  trasparire lo sgomento di sapere il figlio ricoverato i  manicomio. Spesso le notizie sono tempestive in altri casi lo sono meno. Succede anche che   dopo aver rassicurato la famiglia  comunicando lo stato di perfetta salute del ricoverato il direttore debba scrivere, dopo una settimana , che lo stesso è deceduto.

E la follia dove sta?

Per gli  psichiatri è difficile capire dove sta il limite : chi è stato colpito da eventi talmente intensi da un punto di vista emotivo da perdere la ragione ? Chi è invece il degenerato, il difettuale da eliminare ?  Il sospetto di un difetto costituzionale , caratteriale, spinse molti psichiatri specie all’inizio del conflitto ad auspicare una sorta di eugenetica, di selezione degli alterati dal corpo sano dell’esercito . Tematica poi tristemente ripresa dal fascismo e soprattutto dal nazismo una quindicina di anni dopo .

Le considerazioni morali , sulle abitudini , e quelle più propriamente mediche si sovrappongono.

E’ di prassi per ogni ricoverato chiedere  al Sindaco del comune di provenienza  o ai carabinieri  di indagare e riferire  sul soggetto e  sulla sua famiglia la sua storia , su eventuali precedenti suggestivi di una qualche anomalia.

I Sindaci raccontano di storie di gente normale ; contadini che lavorano la terra, padri di famiglia , con mogli e genitori spesso preoccupati e premurosi. In qualche caso, è vero,  è noto il comportamento poco morale della persona , l’abuso di alcool . Spesso la persona proviene da famiglie poverissime, indigenti , altre volte pero’ la famiglia provvede al sostentamento del congiunto ed è in grado di accoglierlo nel caso dovesse tornare a casa.

Che i casi di paralisi e di tremore o di mutismo e di confusione che si ricoverano provenienti dal fronte fossero casi di neurosi, causata dalla violenza delle esperienze e delle condizioni al fronte  era difficile da ammettere  e spesso la cosa migliore era aspettare la soluzione spontanea del problema .

La cure sono abbastanza relative:  il regime dietetico , l’osservazione quotidiana,  la vita di ospedale. In quei casi chiari di malattia mentale segue invece l’internamento in ospedale psichiatrico  a titolo definivo utilizzando quella legge del 1904 su manicomi e ricoveri tanto voluta ma che già nel 1918 gli psichiatri giudicheranno inadeguata e vetusta.

Certo esistono i bagni freddi, le terapie faradiche basate su scariche elettriche, quelle febbrili, oppure cure basate sull’ipnosi e sulla catarsi emotiva ma a S. Artemio non esiste traccia nelle cartelle. Alcune delle forme suddette peraltro hanno poco di terapeutico .

La “cura“ tramite corrente elettrica applicata per condizionare la persone a reagire a comportamenti di scarsa reattività o ritenuti ingiustamente di volontaria passivizzazione ebbe delle applicazioni decisamente sadiche ed in più parti di Europa fu nel dopoguerra oggetto di commissioni di indagine.

Durante la guerra gli psichiatri  sono pochi , molto personale è stato richiamato al fronte;  in realtà si pensa che l’accudimento manicomiale e l’assistenza di base  siano le cure migliori che si possono dare a pazienti ricoverati.

Il direttore Luigi Zanon dal Bo’ è uomo di grandi aperture culturali già allievo di Belmondo, sostenitore del no-restraint, favorevole a una assistenza illuminata e non restrittiva e  di sostanziosa formazione scientifica ( la sua biblioteca personale sarà donata dagli eredi alla sua morte all’ospedale psichiatrico e contiene tutte le principali  opere dell’epoca sulla guerra e sui traumi mentali da  guerra )

Nel 1921 pubblicherà un suo commento sulla esistenza di psicosi da guerra , quindi di malattie mentali  causate dal conflitto. Il suo scritto è un attenta raccolta di una imponente bibliografia , oltre 200 titoli in lingua straniera e in italiano. Ancora oggi troviamo le sue sottolineature e le sue note sparse fra i vari libri che ha consultato . Nonostante la vasta esperienza e i tanti casi e testi consultati egli  conclude , in quell’epoca , che non si poteva certo attribuire alla guerra la causa di tanti disturbi mentali osservati e che questi stessi disturbi mentali , forse lievemente meno gravi di quelli consueti non differivano per qualità dei  sintomi e prognosi  dai classici disturbi mentali riscontrati in tempo di pace fra la popolazione civile .

L’evoluzione delle diagnostica in Psichiatria gli darà torto, come pure la notevole attenzione che dagli anni 80 in poi si è sviluppata intorno a quelli che allora si definivano “scemi di guerra”. Certo non si può togliere un pensiero e una ricerca dal suo contesto ma forse alla fine si può lasciar parola a uno dei tanti scritti di un  soldato ricoverato del S.Artemio : “la mia vita e gravemente perseguitata di martiri e di croci perpetue e di suplizi. Il mio povero cuore purga sempre di continuo levatemi quel capello di pezza he oh sulla testa quella facci he mi perseguita giorno e notte e he mi mette martiri nella mia vita io mi chiamo Foglio ma sono destinato a non parlare vorrei domandare a voi dotore una cosa io mi sento la volontà di parlare ma oh paura di essere preso dal destino . Lei mi deve dare un consiglio come devo fare per parlare le mie paure sono tante la faccia he gira sempre davanti ai miei ohhi mi tormenta e mi destina male . Il mio cuore he giorno e notte mi purga e sofre molto la mia vita piena di suplisi”

 

NOTA

Esiste una bibliografia importante relativa a questi argomenti  non riportata qui vista la natura discorsiva del testo .

Mi è doveroso citare però il lavoro di Bruna Bianchi La follia e la fuga Bulzoni editore Roma 2001 ; di Nicola Bettiol Feriti nell’anima , Storie di Sodati dai manicomi del veneto 1915-1918 Istresco ; Treviso,  2008 . Fra i testi storici A. Tamburini et al. L’assistenza agli alienati in Italia e nelle varie nazioni , 1918 e naturalmente L. Zanon dal Bò Se esistono particolari forme di psicosi in dipendenza dalla guerra Archivio generale di Neurol. Psichiat. e Psicoanal. 1921, II, I pag 1

 

 

 

Courtesy: http://www.psychiatryonline.it/node/6504