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Cosa vogliamo dai carabinieri

Indipendenza dalla politica. Trasparenza. Equilibrio nella gestione delle risorse. Il compito dell’Arma non è facile. A noi cittadini spetta il dovere di vigilare.

Da questa riflessione di Roberto Saviano, pubblicata sull’Espresso del 6 febbraio scorso, si possono trarre ulteriori stimoli per altre considerazioni a margine. Una tra le tante: la cittadinanza “attiva” da parte nostra ed anche delle varie forze di polizia.

 

 

In Italia, le nomine dei vertici delle forze dell’ordine hanno in genere una scarsissima eco nell’opinione pubblica, ma un peso enorme per gli addetti ai lavori. Capire cosa accade, invece, è fondamentale per comprendere il percorso che le istituzioni stanno tracciando.

Conoscere storia e curriculum di chi occuperà posti di rilievo, di chi interloquirà per diversi anni con politica, stampa e magistratura, di chi contribuirà a segnare il corso che l’Italia imboccherà è necessario. Sono convinto che gran parte delle scelte di un governo sia leggibile attraverso la selezione dei dirigenti militari; le nomine dei vertici indicano direzioni, visioni e non semplicemente scelte tecniche.

Il nuovo comandante generale dell’Arma dei Carabinieri Tullio Del Sette ha un profilo interessante, che vale la pena valutare, per capire quale potrebbe essere la direzione che l’Arma intraprenderà sotto il suo mandato. Su di lui si concentrano molte speranze di cambiamento e miglioramento. Ha retto Comandi in tutte le organizzazioni dell’Arma ed è stato Capo Gabinetto al ministero della Difesa. Conosce il settore giuridico e questo potrebbe renderlo un innovatore, potrebbe avere un ruolo riformista all’interno dell’Arma.

Sono quasi dieci anni che vivo sotto scorta, conosco i Carabinieri, spesso trascorro in auto blindate e nelle caserme talmente tanto tempo da sentirmi uno di loro, da sapere di cosa ha bisogno l’Arma per poter ancora una volta giocare un ruolo fondamentale in un Paese che sta vivendo un momento difficilissimo. La necessità prima è equilibrare le risorse, non cedere ai timori di attentati terroristici e continuare a valutare ogni situazione per l’importanza e l’urgenza che ha.

In Italia è fondamentale dare risorse all’antimafia, alle investigazioni, alla presenza sul territorio, alla prevenzione e mi auguro che il Comandante Del Sette saprà gestire questo momento di emergenza. Così come c’è bisogno di una voce autorevole che dia il punto di vista dei Carabinieri sull’immigrazione. Non può essere tutto sempre e solo affidato ai presidi sulterritorio, ma il Paese deve avere consapevolezza, deve essere messo a conoscenza di quali sono le strategie.

Ecco perché la comunicazione è fondamentale. Una comunicazione che non sia strizzare l’occhio alla stampa, passare informazioni, ma che sia rigorosa, che serva a parlare al cittadino più che a creare rapporti personali.

La stampa è diventata spesso un ispettore aggiunto all’inchiesta, e questo spesso svilisce l’autorevolezza delle indagini, ecco perché è fondamentale comunicare, ma bisogna trovare il modo per farlo nella maniera più corretta possibile. È fondamentale poi arginare la quantità di sprechi e privilegi: limitare al massimo l’interlocuzione, quella nociva, con la politica, fatta di assunzioni e favori, che indebolisce politici e forze dell’ordine.

Il Generale Del Sette dovrà mantenere un profilo di totale indipendenza rispetto alla politica. Dovrà essere controllore e poi garante di fronte ai cittadini. Dovrà tenersi autonomo da un governo che tende a mal sopportare qualunque voce critica. Il profilo è quello giusto per non trovarsi impelagato in queste sabbie mobili.

Occorre poi ciò che in Italia manca, ovvero una trasparenza assoluta per quanto riguarda leindagini sui Carabinieri come nel caso di Stefano Cucchi, in quello più recente che riguarda Riccardo Magherini. Il compito di Del Sette sarà difficilissimo e la sua nomina, se la si guarda da questa prospettiva, ha più peso della nomina di un ministro. Il suo, oserei dire, dovrebbe essere quasi un atto di creatività geniale per riuscire a far bene investigazione, tutela e presidio. Perché se c’è una cosa che all’Arma dei Carabinieri variconosciuta è di essere sempre presente sul territorio e non solo insituazioni di emergenza.

Anche nei luoghi più remoti la figura del Maresciallo, diventata ormai un topos, incarna proprio questo: la capacità di esserci e di presidiare, la capacità di dialogare e conoscere, la volontà di cercare e creare vicinanza. Il Generale Tullio Del Sette viene da questa tradizione di presidi, ecco perché da lui il Paese deve aspettarsi una gestione rigorosa e dialettica. Volevo fortemente che queste considerazioni non rimanessero solo nell’ambito ristretto dell’Arma, volevo provare a condividerle. Perché fondamentale è sapere chi guida le forze dell’ordine se la nostra prospettiva è sempre più quella di una cittadinanza attiva. Partecipare alle decisioni e non subirle, significa svolgere il nostro dovere di cittadini: controllare, presidiare, non abbassare mai la guardia. Anche quando una nomina non dipende direttamente da noi, abituiamoci a vigilare. Solo così la democrazia funzionerà.

Abusi e abbandoni entrano nel manuale che raccoglie le forme del malessere psichico

Voglio tenere in evidenza questa breve scheda redatta da Silvia Vegetti Finzi che, a margine di un convegno sulle esperienze traumatiche, pone in evidenza un dato incontrovertibile. Sono molte e sfumate le forme di violenza psicologica che influiscono negativamente sullo sviluppo delle persone. Occorre prestarvi attenzione, imparare a “leggerle” e mettere in atto interventi adeguati di supporto e terapia. Tra le tante possibilità di intervento che attualmente sono proposte dagli specialisti, trovo molto utili quelle centrate sul corpo e le emozioni. Ad esempio, la psico-vegeto-terapia di matrice reichiana.

 

“Ogni nuova edizione del Dsm ( Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders ), ora siamo alla quinta, pubblicata da Cortina, rappresenta una finestra aperta sul malessere psicologico di un’epoca. Per quanto l’inevitabile generalizzazione lo renda discutibile, questo manuale viene usato da medici, psichiatri e psicologi di tutto il mondo, sia nella pratica clinica sia nella ricerca scientifica, per cui ogni integrazione merita di essere considerata uno stimolo alla conoscenza e alla cura.

Un compito che si è riproposto il convegno «Il Dsm scopre le esperienze traumatiche», che è stato organizzato due giorni fa dal Centro Tiama (Tutela Infanzia Adolescenza Maltrattata) all’Auditorium don Giacomo Alberione di Milano.

La diagnosi e la terapia dei traumi psicologici ha una lunga storia, per lo più correlata ai disturbi presentati dai reduci di guerra. Ma già in Freud la persistenza del trauma e la coazione a ripetere inconsciamente emozioni negative che si vorrebbero dimenticare, assume il valore di un funzionamento mentale generale, esteso a esperienze molto lontane dai campi di battaglia.

In ambito psicologico, consideriamo trauma un evento improvviso, di segno negativo, cui il soggetto reagisce con un blocco del pensiero. La diagnosi e il trattamento di questo tipo di traumi è fondamentale negli interventi di emergenza richiesti da catastrofi collettive: terremoti, alluvioni, attentati. Ma una nuova sensibilità sta prendendo in considerazione anche traumi individuali come maltrattamenti infantili (anche precocissimi), abusi sessuali, stati di abbandono, bullismo scolastico, mobbing sul luogo di lavoro.

Perché un evento sia considerato mentalmente traumatico occorre che la vittima lo abbia vissuto con passività, che si sia sentita impotente, incapace di reagire e persino di pensare, che abbia preferito dimenticare l’accaduto piuttosto che accoglierlo nella mente affrontando il dolore che la rielaborazione comporta. In questi casi, anche anni dopo, la tensione tende a scaricarsi attraverso sintomi psicosomatici (insonnia, anoressia, irrequietezza, incapacità di attenzione e concentrazione) o comportamenti asociali (aggressività verso se stessi o gli altri, isolamento, blocco decisionale).

Il soggetto traumatizzato è vittima di ricordi immagazzinati nella memoria come frammenti di percezioni e di emozioni insensati e incomprensibili, schegge impazzite che ledono il senso di sé nell’ambito della sicurezza, dell’autostima e della responsabilità. Spesso la vittima, specie i bambini, preferisce assumersi la colpa della violenza subita pur di salvaguardare le persone dalle quali dipende la sua sopravvivenza.

Per poter procedere a una terapia occorre quindi che la persona traumatizzata sia disposta ad affrontare un percorso inizialmente destabilizzante e, a tratti, doloroso. Si tratta infatti di rivivere l’evento rimosso in una situazione protetta, ove sia possibile tradurre il caos emotivo in pensieri e parole condivisi e organizzarlo in una narrazione dotata di significato e di senso.

Le metodologie sono molte, spesso integrate, ma lo scopo è lo stesso: ridare alla persona traumatizzata fiducia in se stessa, capacità di gestire la sua vita e di affrontare eventuali traumi futuri”.

 

Silvia Vegetti Finzi

Corriere della Sera, 25 gennaio 2015, pag. 25

Quali sono i lavoratori più obesi?

Quali sono le professioni con il maggior numero di obesi nei loro ranghi? Il Wall Street Journal ha pubblicato le cifre dei tassi di obesità per occupazione negli Stati Uniti.

Nella popolazione dei vigili del fuoco, degli agenti di polizia e della vigilanza privata, l’incidenza è superiore al 40%, secondo i dati raccolti nel 2010 e pubblicati quest’anno.

A circa il 35% di obesità, si trovano gli operatori del sociale e gli appartenenti al clero, gli assistenti domiciliari, i massaggiatori, gli architetti e gli ingegneri.

Le occupazioni in cui l’obesità è meno frequente sono logicamente quelle degli atleti, ma anche attori, artisti e giornalisti (20,1%). In basso alla scala vi sono gli economisti, gli scienziati e gli psicologi, con un tasso del 14,2%.

Questi risultati sono in accordo con quelli ottenuti da un altro studio CDC pubblicato nel gennaio 2014. Gli accademici, i medici generici e gli specialisti hanno tassi più bassi di obesità per occupazione; camionisti, poliziotti e vigili del fuoco sono quelli che hanno i più alti tassi di sovrappeso.

Alcune occupazioni non sedentarie sono dunque molto colpite da obesità, e ciò può essere dovuto al forte stress della loro occupazione. Al contrario, tutti i lavori sedentari non sono colpiti nella stessa misura. Perché ricercatori ed economisti, sono poco colpiti da obesità e non sono meno sedentari di dipendenti del call center, dove la prevalenza di obesità è l’85%.Queste differenze, dicono gli autori della ricerca, si spiegano con il livello socio-professionale.

 

http://www.wsj.com/articles/memo-to-staff-time-to-lose-a-few-pounds-1418775776

Impiegati o poliziotti ?

Sembra questo il dubbio amletico (essere o non essere) che qualifica lo stato d’animo di parecchi operatori della polizia locale: siamo impiegati o poliziotti ?

Ho sempre ammesso la mia perplessità rispetto questa distinzione perché, credo, non ha senso. Semmai si potrebbe ragionare con più gusto su un’altra “differenza” o mancanza di identità, quella che emerge dalla polisemia delle attribuzioni, quelle che distinguono gli insiemi di coloro (donne e uomini) che svolgono il loro servizio sul territorio nazionale. Disunito nelle pratiche e nelle culture che le ispirano.

Volendo avere maggiore chiarezza dei termini di riferimento: impiegato o poliziotto, ho consultato il vocabolario Treccani della lingua italiana; scegliendo, quindi, un riferimento accettato da tutti. Lo spero.

Trascrivo i relativi lemmi:

impiegato s. m. (f. –a) [part. pass. sostantivato di impiegare].– Persona che svolge continuativamente la propria attività professionale,esclusa la prestazione di semplice mano d’opera, alle dipendenze altrui, dietropagamento di una retribuzione: i. privato, i. pubblico,a seconda che sia alle dipendenze del proprietario – individuo o società – diun’azienda privata (agricola, industriale, professionale), o alle dipendenzedello stato o di altro ente pubblico; specificando: gli i. dellePoste, del ministero dell’Interno, del Comune, del Catasto;un i. di banca; un i. della Fiat. In rapporto allanatura o alla qualità della prestazione: i. di concetto, quelloche esplica un’attività intellettuale di rilievo e di qualche responsabilità,non meramente esecutiva; i. d’ordine, quello che esercitafunzioni di modesto rilievo o di media applicazione con preminenza diprestazioni esecutive; inoltre: i. amministrativo, che hamansioni di collaborazione intellettuale senza incarichi di natura tecnica; i.tecnico, che ha mansioni di collaborazione intellettuale con preminenzadi prestazione tecnica. Con riferimento agli impiegati pubblici: i. diruolo, assunto con le prescritte garanzie di stabilità in un ufficioprevisto nella pianta organica dell’amministrazione; i. non di ruolo,quello per il quale non concorrono queste condizioni (supplenti, incaricati eavventizî). ◆ Dim. e spreg. impiegatùccio; spreg. impiegatùcolo.

poliziòtto s. m. (f. –a) [der. di polizia1]. –

  1. Nel linguaggio corrente, denominazione degli agentidella polizia di stato: essere inseguito, fermato, arrestatodai p.; il palazzo è presidiato dai p.; la zona pullula dipoliziotti; un p. in borghese; p. di quartiere, agente dipolizia chiamato a svolgere la sua azione in una determinata area urbana, spec.per fronteggiare la microcriminalità, come risposta politica alle esigenze disicurezza dei cittadini; p. privato, chi, munito di apposita licenza,svolge indagini poliziesche o compiti di sorveglianza per conto di privati.
  2. Con funzione appositiva: donna p. (pl. donnepoliziotto), denominazione talvolta ancora usata nel linguaggio correnteper indicare l’agente di sesso femminile della polizia di stato, detta anche poliziotta;cane p. (pl. cani poliziotto), cane (in genere di razza pastoretedesco) opportunamente addestrato a fare la guardia a persone o cose, afiutare piste o droga, ad aggredire o trattenere individui senza ferirli, ecc.,dato in dotazione a reparti di polizia per servizî preventivi o repressivi.
  3. Per estens., non com. (e quasi sempre in tonopolemico e spreg.), uomo dai modi rozzi e prevaricatori (con valore analogo a sbirro):in famiglia è veramente un poliziotto; anche, chi tiranneggia i proprîsubordinati, sindacandone il comportamento, spiandone le mosse, ecc.: ildirettore fa il p. con i dipendenti; tiranno, governante dai modirepressivi e vessatorî: quellacolossale prigione su la cui vetta,p. e carnefice d’Europa, stava l’imperatore d’Asburgo (Carducci).

 

Da quanto sopra deduco: i poliziotti sono impiegati e non tutti gli impiegati sono poliziotti

Definire la violenza

Qualunque analisi esaustiva della violenza dovrebbe cominciare definendo le diverse forme di uso distorto o abuso del potere in maniera tale da facilitare la loro misurazione scientifica.

 

Esistono diversi modi possibili per definire la violenza. L’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) la definisce come:

L’utilizzo intenzionale della forza fisica o del potere, minacciato o reale, contro se stessi, un’altra persona, o contro un gruppo o una comunità, che determini o che abbia un elevato grado di probabilità di determinare lesioni, morte, danno psicologico, cattivo sviluppo o privazione.

La definizione utilizzata dall’OMS associa l’intenzionalità con l’atto stesso, a prescindere dal risultato che si determina. Nella definizione non sono compresi incidenti non intenzionali – quali la maggior parte delle lesioni dovute al traffico e delle ustioni.

L’inserimento del termine “potere”, oltre alla frase “utilizzo della forza fisica”, amplia i confini della natura di un atto violento ed espande la nozione convenzionale di violenza fino a comprendere quegli atti che rappresentano il risultato di una relazione di potere, ossia anche le minacce e l’intimidazione. Il termine “utilizzo del potere” permette inoltre di includere l’incuria o gli atti di omissione, oltre ai più scontati atti violenti di perpetrazione. In questo modo la definizione “l’utilizzo della forza fisica o del potere” comprende l’incuria e tutti i tipi di abuso fisico, sessuale e psicologico, così come il suicidio e gli altri atti di abuso verso se stessi.

Tale definizione racchiude un’ampia gamma di conseguenze – tra cui il danno psicologico, la privazione e il cattivo sviluppo. Ciò riflette la convinzione sempre più frequente tra ricercatori e professionisti in base alla quale è necessario considerare anche la violenza che non determina necessariamente una lesione o la morte, ma che provoca comunque conseguenze importanti su individui, famiglie, comunità e sistemi sanitari in tutto mondo. Diverse forme di violenza contro le donne, i bambini e gli anziani, ad esempio, possono determinare problemi fisici, psicologici e sociali che non necessariamente provocano lesioni, disabilità o morte. Queste conseguenze possono essere immediate o latenti e possono perdurare per anni dopo l’abuso iniziale. Definire i risultati esclusivamente in termini di lesioni o morte limita pertanto la comprensione dell’impatto globale della violenza sugli individui, le comunità e la società nel suo insieme.

Intenzionalità

Uno dei punti più complessi della definizione riguarda il problema dell’intenzionalità. È necessario sottolineare a questo proposito due punti importanti. Innanzitutto, sebbene la violenza si distingua dagli atti non intenzionali che determinano lesioni, la presenza dell’intenzione di ricorrere alla forza non significa necessariamente che esista anche l’intenzione di causare un danno. In realtà, è possibile che esista una notevole disparità tra un comportamento voluto e una conseguenza voluta. È possibile che un individuo compia intenzionalmente un atto che, in base a parametri obiettivi, viene considerato pericoloso e con notevoli probabilità di determinare delle conseguenze sanitarie negative, ma che l’individuo stesso non lo percepisca come tale.

Per fare alcuni esempi, un giovane può essere coinvolto in uno scontro fisico con un altro giovane. Un pugno in testa o il ricorso a un’arma nella disputa indubbiamente aumentano il rischio di lesione grave o morte, sebbene non vi sia probabilmente l’intenzione di causare nessuna delle due. È possibile che un genitore scuota con forza un neonato che piange con l’intenzione di calmarlo. Tale azione, tuttavia, potrebbe causare un danno cerebrale. Chiaramente, è stata utilizzata la forza ma senza l’intenzione di provocare una lesione.

Un secondo aspetto legato all’intenzionalità riguarda la distinzione tra l’intenzione di provocare una lesione e l’intenzione di “usare la violenza”. La violenza, secondo Walters e Parke, viene determinata culturalmente. Alcune persone hanno l’intenzione di danneggiare altri ma, a causa della loro storia e dei loro valori culturali, non percepiscono i propri atti come violenti. La definizione utilizzata dall’OMS, tuttavia, definisce la violenza nella sua relazione con la salute o il benessere degli individui. Certi comportamenti – ad esempio picchiare la moglie – possono essere ritenuti da alcuni una pratica culturalmente accettabile, ma sono considerati atti violenti con gravi implicazioni di salute per l’individuo.

Altri aspetti della violenza, sebbene non esplicitamente indicati, vengono inclusi nella definizione.

Essa, ad esempio, comprende tutti gli atti di violenza, sia pubblici sia privati, reattivi (in risposta a eventi quali una provocazione) e proattivi (strumentali o anticipatori di risultati vantaggiosi per chi li compie), criminali e non criminali. Ciascuno di questi aspetti è importante per comprendere le cause della violenza e per delineare dei programmi di prevenzione.

 

Tipologia della violenza

Nella risoluzione WHA 49.25 del 1996, in cui la violenza fu dichiarata un gravissimo problema di salute pubblica, l’Assemblea Mondiale della Sanità chiese all’OMS di elaborare una tipologia della violenza che caratterizzasse i diversi tipi di violenza e i legami che li univano. Le tipologie esistenti sono poche e nessuna è particolarmente completa (5).

Tipi di violenza

La tipologia proposta in questa sede divide la violenza in tre ampie categorie in base alle caratteristiche di chi commette l’atto:

– violenza autoinflitta;

– violenza interpersonale;

– violenza collettiva.