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Le malattie mentali, i soldati della Prima guerra mondiale e l’allora nuovissimo ospedale psichiatrico di Treviso


La salute mentale non è solo affare degli psichiatri. E’ una faccenda che coinvolge le varie espressioni del vivere organizzato dal punto di vista socio-economico e territoriale  (servizi, scuola, organizzazioni produttive, luoghi di lavoro e di cura, forze dell’ordine e della difesa, ecc.).

Trovo molto interessante questo scritto di Gerardo Favaretto, psichiatra sul campo e docente di psichiatria all’Università di Padova, che riporta alla luce il dibattito sulla Psichiatria italiana all’epoca della prima guerra mondiale e sull’organizzazione dell’assistenza ai soldati.

 

Si sono scritte milioni di parole sulla guerra, forse di più degli uomini uccisi e feriti , forse di più dei proiettili sparati da fucili e cannoni. Parole  che nella tragedia aspirano a  raccontare  storie di eroi  o  di vittime. Parole che ripetono incessantemente il motto degli antichi guerrieri greci : “ è caro agli dei chi muore giovane “. Parole che raccontano di vittorie , di gloria e di disperazione, di desertici orizzonti della catastrofe e della retorica di avere prevalso sul nemico. Non vi è dubbio però che il modo di ricordare, raccontare e di conoscere la guerra è profondamente cambiato dopo la prima guerra mondiale.

Da lì non sono più bastate  le parole per poter descrivere  dolore, angosce e  rabbia,   freddo e  paura, parole adeguate a raccontare la profonda  disperazione di essere soli  di fronte alla morte  che si è portata via il mondo .

Tutto è definitivamente cambiato a partire dal Novecento, dall’avvento della modernità, delle masse , delle macchine . La tecnica disegna un confine  dal quale è impossibile tornare in indietro e dal quale sarà da allora in poi  impossibile dimenticare di averlo varcato . Macchine serve che diverranno padrone , macchine sterminatrici, dissacrartici dei corpi . Macchine e tecniche  che faranno morire nei primi minuti di battaglia più persone di quante ne siano morte in guerre precedenti e che  faranno contare a milioni i morti, alla fine della guerra: una intera nazione cancellata dalla terra.

Partendo da qui chiedersi quale sia la natura del rapporto fra  la prima guerra mondiale e la follia resta  una ardito paradosso. Anche nel caso, come il nostro, nel quale si voglia rivedere quale ruolo e quale parte  abbia giocato  l’allora nuovissimo  ospedale psichiatrico di Treviso: per quali persone questo istituto divenne rifugio e via di allontanamento da un fronte drammatico e pieno di morte , per quanti infine la rottura della dimensione emotiva significò, prima ancora di ogni ferita al corpo, la impossibilità a svolgere quello che la disciplina di guerra chiama, e qui davvero c’è molto da discutere,  il proprio dovere.

Per comprendere lo specifico aspetto di questo evento bisogna però rievocare  brevemente i termini del dibattito  che caratterizzava la Psichiatria italiana all’epoca della prima guerra mondiale.

Reduce da una recente riforma ( 1904 ) che istituiva gli ospedali psichiatrici in una nazione relativamente giovane nella sua unità, la Psichiatria   era, in quegli anni, percorsa da  confronti significativi e da radicali contrapposizioni.

La legge del 1904 veniva promulgata anche in conseguenza di uno scandalo su come venivano  incatenati e maltrattati gli alienati, scandalo che aveva richiamato l’attenzione  dell’intero paese e  che traeva origine dal lavoro di una commissione di indagine condotta dal prof. Belmondo, illustre cattedratico a Padova,  presso l’istituto Fatebenefratelli a San Servolo di Venezia  allora uno dei principali ospedali , primo fra manicomi del Veneto.

Il professor Belmondo era uno dei sostenitori della psichiatria norestraint come testimoniano molti suoi scritti, ovvero di una tecnica manicomiale assistenziale che non si basasse su strumenti di contenzione fisica .

Pur essendo però specialità medica  alquanto recente ( la società Freniatrica nata nella seconda metà dell’ottocento,  aveva richiesto l’istituzione dell’insegnamento di Psichiatria solo nel 1892) la Psichiatria poteva contare su una cultura della psiche e della  follia  millenaria e  su una solida tradizione  culturale e istituzionale iniziata fin dai primi dell’ottocento. Tale cultura agli inizi del novecento è  eterogenea e vede molti e fecondi sviluppi in tutta Europa.

In tutte le nazioni, è diffusa, e dominante, specie nelle Università, la convinzione che  la malattia mentale sia una malattia del cervello  di cui ancora non si conoscono chiaramente cause e meccanismi . In questo contesto il confine attuale  fra Neurologia e Psichiatria è ancora impreciso e tutto da tracciare. In realtà Philippe Pinel, fondatore della psichiatria e degli ospedali per alienati  ai primi dell’ottocento, distingueva le malattie mentali curabili  di origine morale , sensibili alla educazione del trattamento morale   dalle alterazioni fisiche del cervello e del sistema nervoso in generale  per le quali le terapie morali  si rivelano inefficaci .

Sulla natura  dei sintomi  , sul loro determinarsi  e sulla loro cura che si esplicava in insegnamenti individuali e in  organizzazione manicomiale, esiste un importante dibattito in tutta Europa che  trae origine  dalla ottocentesca teoria delle passioni, teoria  che stava alla base del trattamento “morale“ delle emozioni e della mente,  primo fra gli orientamenti psicologici e pedagogici  basata sulla  convinzione che  la ragione , indebolita, avesse perso il controllo delle passioni e ne fosse da queste sovrastata.

Mentre nelle università tedesche si definiscono sulla base del decorso clinico i grandi quadri psicopatologici altre nuove teorie sostengono che i fatti psichici seguono un determinismo psichico ovvero che,  i sintomi neurotici  siano  il risultato di una catena di eventi consequenziali e dotati di potere causale per cui da  movimenti  emotivi, da conflitti e traumi interiori si determinano, poi,   condizioni psicopatologiche.

Fra il primo e il secondo  decennio del novecento nasce e si diffonde la psicoanalisi , scrivono le loro opere fondamentali non solo Freud ma anche Eugen Bleuer,  Pierre Janet e  Karl Jaspers  autori importantissimi che pure   non saranno riconosciuti come tali immediatamente nel nostro paese. Anzi , l’inizio della guerra determinerà un certo disprezzo , una verità nei confronti di ciò che è germanico . Morselli , uno dei più eminenti psichiatri dell’epoca scriverà sulle patologie mentali del kaiser e del popolo tedesco tutto.

Questi dibattiti sulla teoria della mente all’inizio della guerra ebbero un peso rilevante come andavano considerati : i soldati che si ammalavano e che sempre più numerosi  dimostravano sintomi nervosi?

Erano, in realtà,  degenerati  che venivano scoperti in conseguenza   delle difficoltà belliche ma che, alla base,  avevano  una condizione di debolezza costituzionale  oppure  era la guerra ad essere generatrice di traumi tramite  eventi che in modo del tutto universale potevano creare disturbi mentali ed emotivi ?

Era dunque la guerra la responsabile delle difficoltà che i soldati dimostravano a decine di migliaia o erano invece i più deboli , i degenerati , i simulatori , a presentare questi disturbi?

E nel caso fosse la guerra come agiva il trauma sul sistema nervoso ?

Quali erano i meccanismi profondi con cui si generavano i tanti quadri clinici che venivano ricoverati negli ospedali ?

E , ancora, se era la guerra la causa dei disturbi nervosi, i soldati avevano diritto a un  risarcimento ?

Altro punto molto rappresentato negli scritti psichiatrici dell’epoca è che la guerra  dovrà fornire la dimostrazione della indispensabilità della scienza psichiatrica e delle sue istituzioni dimostrando l’utilità  delle conoscenze e riconoscendo l’efficacia  del supporto del servizio psichiatrico di guerra.  Questioni che sembrano molto teoriche in realtà  diventano piuttosto concrete e legate  sia alla gestione  degli ammalati sia alla natura stessa della nuova assistenza manicomiale .

Dal punto di vista clinico gli psichiatri italiani , convinti assertori della natura biologica del disturbo mentale,  si trovano in difficoltà ad ammettere che una genesi traumatica potesse essere alla base di sintomi psichici quanto più erano propensi a credere che una sorta di vulnerabilità temperamentale e costituzionale , erede delle teorie di Cesare Lombroso, potesse essere alla base dei comportamenti folli riscontrati in molti soldati. Da qui, poi, al vedere alla base della missione della psichiatria  quella di dover  depurare l’esercito dei combattenti dalle  eccezioni inquinanti di malati costituzionali  che sono di intralcio  al lavoro delle truppe, come  molti dei più  noti psichiatri italiani scriveranno nelle riviste dell’epoca, il passo è breve.

E’ con questi interrogativi, più o meno esplicitati che comincia il lavoro degli psichiatri durante la guerra.

Molti psichiatri  si  entusiasmano pensando la Guerra come un grande “laboratorio” che fornirà informazioni su comportamento degli uomini  e sul funzionamento di numeri “importanti e indiscutibilmente significativi“ di persone . Un esperimento in grado di fornire risposte a questi interrogativi . Fra questi Luigi Zanon Dal Bo direttore del nuovissimo ospedale psichiatrico S. Artemio di Treviso .

***

Il servizio  psichiatrico di guerra Italiano  ebbe una organizzazione puntuale e articolata. Ad ogni armata fu associato un consulente ;  il coordinatore generale di tutta l’attività psichiatrica fu Augusto Tamburini consulente della prima armata ;  delle altre furono consulenti Bianchi , Arturo Morselli e Alberti tutti noti alienisti dell’epoca . Il sistema prevedeva soccorso negli ospedali da campo per poi passare agli ospedali di tappa, sostanzialmente di passaggio e smistamento per poi poggiarsi su molti degli ospedali ricavati nei manicomi e su alcune cliniche specializzate. Fra gli ospedali di zona Treviso era uno dei principali ed era diretto da Luigi  Zanon dal Bò. A Treviso faceva riferimento la 3 armata ma non era escluso poter trovare fra i ricoverati militari di altre armate.

Treviso accolse , fino al 1917,  il maggior numero di militari rispetto agli altri ospedali del Veneto: 1575 di poco superiore a Padova , 1556 . In occasione della disfatta di Caporetto S Artemio venne evacuato , trasferito in Emilia ,  quindi, ovviamente non accolse più nuovi casi.

Particolare non irrilevante dal  S. Artemio dipendevano delle case di salute , dei cronicari , collocati a Crocetta,  Valdobbiadene, Oderzo , Mogliano alcuni dei quali in occasione della ritirata dell’esercito passarono sotto il controllo degli austriaci con esiti per la sopravvivenza dei malati e della malate ivi accolte davvero disastrosi come Zanon dal Bo stesso relazionerà già alla fine del 1918.  I dati della relazione di Zanon dal Bo sull’esito di tale gestione sono terrificanti : malate e malati deportati a Udine , una mortalità in media del 70 % per cento causata da  sovraffollamento e fame nel periodo che va dalla occupazione alla  fine della guerra.

Si calcola che circa  in tutto il paese circa 40.000 persone furono valutate   durante la guerra per motivi legati a disturbi nervosi ;  un numero davvero inferiore a quello degli altri paesi e verosimilmente sottostimato. Di fronte ai comportamenti di fuga,  simulazione , diserzione l’atteggiamento dei comandi sarà molto repressivo. Soldati mandati all’assalto sotto la minaccia di mitragliatrici “amiche”, soldati considerati disertori sommariamente giustiziati . Gli autolesionisti saranno un numero incalcolabile , difficile da determinare, ma sicuramente superiore alle poche  migliaia di cui parlano le statistiche ufficiali.  E’ facile immaginare se fossero calcolati tutti questi casi  il numero dei soldati con difficoltà  potrebbe facilmente raggiungere un numero molto superiore a quelli  valutati per motivi nervosi . Un numero importante anche per i massacri della prima guerra .

Negli Ospedaletti di prima linea, dove di solito venivano ricoverati tutti coloro che erano giudicati bisognosi di cure immediate e di valutazioni urgenti,  venivano portati anche tutti i soldati sotto shock , non reattivi, in un evidente stato di alterazione mentale. Una volta valutati anche nell’ospedale di tappa  principale potevano essere avviati presso uno degli ospedali principali con  del  funzioni psichiatriche fra  cui  il S. Artemio.

Del passaggio di circa 1600 militari fra truppa (84 %) sottufficiali (6 %) e ufficiali(10%)  ritroviamo oggi  traccia nei registri e negli archivi delle cartelle cliniche . Fra i  documenti si trovano valutazioni delle commissioni medico militari , relazioni cliniche , rapporti sul funzionamento dell’ospedale. Le cartelle contengono oltre ai documenti di ingresso e ai diari clinici documenti di altro tipo , qualche foto, lettere mai inviate e lettere giunte dalla famiglia, corrispondenze con i sindaci , provvedimenti sul destino del militare. I soldati che arrivano in ospedale sono spesso confusi . Molti sono mutatici , ovvero non parlano, altri sembrano continuare a vivere in un incubo , vedono morti intorno a loro e sentono rumori di guerra. Alcuni sobbalzano a ogni minimo rumore , sono spaventati , temono che una minaccia possa celarsi dietro ogni ombra e ogni momento . Poi ci sono quelli che invece si sentono stanchi svuotati pravi di energia , oppressi dal loro stesso essere al mondo , tristi sconfortati . Altri ancora sono agitati , furiosi , aggressivi .

I soldati ricoverati a S Artemio  saranno studiati , indagati conosciuti nelle loro vite , relazioni , abitudini . Quasi il 40 %  non ricevono una classica diagnosi ma vengono valutati di “ non competenza”  ovvero non mostrano un evidente malattia  psichiatrica  ma un quadro più lieve , di prognosi benigna che si risolverà probabilmente con un periodo di riposo.

Negata dal punto di vista medico l’influenza dello shock sulle emozioni  e sulla condizione nervosa, fatto  ampiamente riconosciuto in tutti gli altri paesi belligeranti ,  riappare, anche in Italia nella forma  di una  prognosi favorevole  e nel riconosciuto  diritto al riposo.

Per altri invece ci saranno diagnosi psichiatriche più note , più consuete ; amenza , demenza , melanconia , psicosi cui non sempre seguirà la dimissione con consiglio di riposo ma  il prolungamento del ricovero fino al ricovero definitivo.

Spesso i familiari con angoscia chiedono notizie lasciando  trasparire lo sgomento di sapere il figlio ricoverato i  manicomio. Spesso le notizie sono tempestive in altri casi lo sono meno. Succede anche che   dopo aver rassicurato la famiglia  comunicando lo stato di perfetta salute del ricoverato il direttore debba scrivere, dopo una settimana , che lo stesso è deceduto.

E la follia dove sta?

Per gli  psichiatri è difficile capire dove sta il limite : chi è stato colpito da eventi talmente intensi da un punto di vista emotivo da perdere la ragione ? Chi è invece il degenerato, il difettuale da eliminare ?  Il sospetto di un difetto costituzionale , caratteriale, spinse molti psichiatri specie all’inizio del conflitto ad auspicare una sorta di eugenetica, di selezione degli alterati dal corpo sano dell’esercito . Tematica poi tristemente ripresa dal fascismo e soprattutto dal nazismo una quindicina di anni dopo .

Le considerazioni morali , sulle abitudini , e quelle più propriamente mediche si sovrappongono.

E’ di prassi per ogni ricoverato chiedere  al Sindaco del comune di provenienza  o ai carabinieri  di indagare e riferire  sul soggetto e  sulla sua famiglia la sua storia , su eventuali precedenti suggestivi di una qualche anomalia.

I Sindaci raccontano di storie di gente normale ; contadini che lavorano la terra, padri di famiglia , con mogli e genitori spesso preoccupati e premurosi. In qualche caso, è vero,  è noto il comportamento poco morale della persona , l’abuso di alcool . Spesso la persona proviene da famiglie poverissime, indigenti , altre volte pero’ la famiglia provvede al sostentamento del congiunto ed è in grado di accoglierlo nel caso dovesse tornare a casa.

Che i casi di paralisi e di tremore o di mutismo e di confusione che si ricoverano provenienti dal fronte fossero casi di neurosi, causata dalla violenza delle esperienze e delle condizioni al fronte  era difficile da ammettere  e spesso la cosa migliore era aspettare la soluzione spontanea del problema .

La cure sono abbastanza relative:  il regime dietetico , l’osservazione quotidiana,  la vita di ospedale. In quei casi chiari di malattia mentale segue invece l’internamento in ospedale psichiatrico  a titolo definivo utilizzando quella legge del 1904 su manicomi e ricoveri tanto voluta ma che già nel 1918 gli psichiatri giudicheranno inadeguata e vetusta.

Certo esistono i bagni freddi, le terapie faradiche basate su scariche elettriche, quelle febbrili, oppure cure basate sull’ipnosi e sulla catarsi emotiva ma a S. Artemio non esiste traccia nelle cartelle. Alcune delle forme suddette peraltro hanno poco di terapeutico .

La “cura“ tramite corrente elettrica applicata per condizionare la persone a reagire a comportamenti di scarsa reattività o ritenuti ingiustamente di volontaria passivizzazione ebbe delle applicazioni decisamente sadiche ed in più parti di Europa fu nel dopoguerra oggetto di commissioni di indagine.

Durante la guerra gli psichiatri  sono pochi , molto personale è stato richiamato al fronte;  in realtà si pensa che l’accudimento manicomiale e l’assistenza di base  siano le cure migliori che si possono dare a pazienti ricoverati.

Il direttore Luigi Zanon dal Bo’ è uomo di grandi aperture culturali già allievo di Belmondo, sostenitore del no-restraint, favorevole a una assistenza illuminata e non restrittiva e  di sostanziosa formazione scientifica ( la sua biblioteca personale sarà donata dagli eredi alla sua morte all’ospedale psichiatrico e contiene tutte le principali  opere dell’epoca sulla guerra e sui traumi mentali da  guerra )

Nel 1921 pubblicherà un suo commento sulla esistenza di psicosi da guerra , quindi di malattie mentali  causate dal conflitto. Il suo scritto è un attenta raccolta di una imponente bibliografia , oltre 200 titoli in lingua straniera e in italiano. Ancora oggi troviamo le sue sottolineature e le sue note sparse fra i vari libri che ha consultato . Nonostante la vasta esperienza e i tanti casi e testi consultati egli  conclude , in quell’epoca , che non si poteva certo attribuire alla guerra la causa di tanti disturbi mentali osservati e che questi stessi disturbi mentali , forse lievemente meno gravi di quelli consueti non differivano per qualità dei  sintomi e prognosi  dai classici disturbi mentali riscontrati in tempo di pace fra la popolazione civile .

L’evoluzione delle diagnostica in Psichiatria gli darà torto, come pure la notevole attenzione che dagli anni 80 in poi si è sviluppata intorno a quelli che allora si definivano “scemi di guerra”. Certo non si può togliere un pensiero e una ricerca dal suo contesto ma forse alla fine si può lasciar parola a uno dei tanti scritti di un  soldato ricoverato del S.Artemio : “la mia vita e gravemente perseguitata di martiri e di croci perpetue e di suplizi. Il mio povero cuore purga sempre di continuo levatemi quel capello di pezza he oh sulla testa quella facci he mi perseguita giorno e notte e he mi mette martiri nella mia vita io mi chiamo Foglio ma sono destinato a non parlare vorrei domandare a voi dotore una cosa io mi sento la volontà di parlare ma oh paura di essere preso dal destino . Lei mi deve dare un consiglio come devo fare per parlare le mie paure sono tante la faccia he gira sempre davanti ai miei ohhi mi tormenta e mi destina male . Il mio cuore he giorno e notte mi purga e sofre molto la mia vita piena di suplisi”

 

NOTA

Esiste una bibliografia importante relativa a questi argomenti  non riportata qui vista la natura discorsiva del testo .

Mi è doveroso citare però il lavoro di Bruna Bianchi La follia e la fuga Bulzoni editore Roma 2001 ; di Nicola Bettiol Feriti nell’anima , Storie di Sodati dai manicomi del veneto 1915-1918 Istresco ; Treviso,  2008 . Fra i testi storici A. Tamburini et al. L’assistenza agli alienati in Italia e nelle varie nazioni , 1918 e naturalmente L. Zanon dal Bò Se esistono particolari forme di psicosi in dipendenza dalla guerra Archivio generale di Neurol. Psichiat. e Psicoanal. 1921, II, I pag 1

 

 

 

Courtesy: http://www.psychiatryonline.it/node/6504

Vulnerabilità e umanità degli operatori della polizia locale: emergenza del fenomeno e ipotesi di intervento

Nell’ultimo decennio, sono notevolmente aumentate le evidenze empiriche relative ai rischi per la salute nei luoghi di lavoro, che segnalano tra l’altro come in numerosi ambienti lavorativi le persone possano addirittura morirne. L’attenzione dei ricercatori e dei professionisti della salute al lavoro, in questo momento è rivolta soprattutto ai rischi  psico-sociali che risultano essere direttamente correlati al modo in cui ciascun lavoro è organizzato e gestito; oltre, naturalmente, alle caratteristiche sociali e ambientali nelle quali si svolge l’attività. Questi rischi hanno assunto una rilevanza crescente perché hanno un forte impatto  sulla  salute  e  il  benessere  dei  lavoratori  e si trovano direttamente in relazione con il fenomeno dello stress lavoro-correlato. Ciò è stato messo in risalto anche dall’ultima indagine Europea sulle condizioni di lavoro, facendo notare che il  35% dei lavoratori dell’Unione Europea è convinto che la qualità del lavoro influisca sulla loro salute. Nell’indagine è emerso anche che tra i sintomi  di  maggiore  rilievo primeggia lo  stress correlato al lavoro, insieme al mal di schiena, ai dolori muscolari e alla fatica, i quali – si noti bene – possono trovarsi direttamente o indirettamente in rapporto con lo stress da lavoro.

E’ ormai noto che la crescente importanza  dei  rischi  psicosociali  sia  determinata  dai  rapidi  cambiamenti e dalle profonde modifiche che il mondo del lavoro ha subito negli ultimi decenni  e ciò è convinzione ormai condivisa in tutti gli ambienti scientifici internazionali.

Il mondo del lavoro è cambiato profondamente ed è cambiato per tutti, anche per gli operatori della polizia locale. In questo scenario, il loro lavoro è diventato una minaccia per la salute. L’affermazione, che a tutta prima sembra eccessiva, è supportata dagli studi e dalle ricerche empiriche su scala mondiale.

La fatica professionale degli operatori della polizia locale, è connotata in particolar modo dallo stress connesso all’esercizio della professione e dalla sindrome di “esaurimento professionale” o burn out che ne può derivare. Si tratta di un evento multidimensionale, la cui eziopatogenesi è da attribuire all’articolazione di fattori individuali, relazionali, lavorativi, organizzativi e persino storico culturali, i quali contribuiscono a determinare uno stato di malessere che può sfociare in una patologia conclamata. Nessuno di questi fattori autonomamente può condurre al burn out, ma la loro contemporanea presenza sembra determinarlo.

Tale fenomeno, pur non essendo specifico dell’attività professionale in argomento, assume una rilevanza in quanto un numero considerevole degli interessati soffrono della sindrome di esaurimento professionale o dichiarano avere problemi di salute di natura psichica. Trova una sua contestualizzazione all’interno dei complessi equilibri tra le molteplici sollecitazioni specifiche dell’attività di polizia, in cui la combinazione e l’articolazione di esse e la natura degli equilibri o compromessi che ne derivano, comporta diversi aspetti di sofferenza, che vanno dal semplice stress al burn out, sino a forme di comportamento estremo come l’autosoppressione. A fronte di questa drammatica situazione, spesso ci si trova in assenza sia di piani di sostegno degli operatori in difficoltà e sia di programmi di prevenzione.

Il fenomeno dell’esaurimento professionale degli operatori della polizia locale, più noto come burn out, ha conseguenze sulla qualità del servizio e sull’accessibilità al servizio da parte della cittadinanza. Non si tratta di un problema individuale a carico del singolo lavoratore bensì una questione di pubblico interesse, in quanto migliorare la qualità di vita degli agenti aumenta l’efficienza degli stessi, l’efficacia del servizio offerto e si ripercuote favorevolmente sulla fiducia e la sicurezza della comunità.  Ed esiste ormai – a livello internazionale – un accordo generale sulla necessità di far fronte al problema con scelte opportune ed iniziative qualificate scientificamente.

I poliziotti sono assistenti sociali?

Tecnicamente, no. Eppure, in alcuni casi, svolgono anche questo ruolo.

Ho trovato sempre eccessiva l’enfasi e lo sbalordimento alla notizia che un “carabiniere” o un “poliziotto”, solo o insieme ad altri colleghi, abbia deciso di pagare la cifra corrispondente al prezzo della merce sottratta, dallo sventurato o dalla malcapitata, indigenti, per necessità di sopravvivenza.

Allo stesso tempo, non mi meraviglio se, per dare serenità ai bambini, vittime indirette di un delitto da parte del padre nei confronti della madre, i carabinieri li abbiano accolti in caserma dando loro conforto.

Trovo queste azioni in perfetta sintonia con il mandato del loro lavoro. Anche se, più di una volta, ho sentito dire, dai diretti interessati o dai loro sindacalisti, che i poliziotti “non sono assistenti sociali”.

È vero che i poliziotti e le forze dell’ordine in generale non rientrano per definizione e requisiti di formazione nel profilo professionale degli “operatori sociali” (secondo la definizione proposta dal Ministero dell’Interno nel 1984), tuttavia essi agiscono “nell’ambito del sistema organizzato delle risorse messe a disposizione dalla comunità, a favore d’individui, gruppi e famiglie, per prevenire e risolvere situazioni di bisogno”. Agiscono in questa direzione tutti i giorni, in modo diverso, autonomamente o in sinergia con altri enti e servizi, per finalità di sicurezza sociale, protezione civile e salute pubblica. Poi, svolgono anche compiti di repressione dei comportamenti delittuosi e delle trasgressioni di norme amministrative.

La “polizia” appartiene (ed è essa stessa) ad un sistema integrato di persone, competenze, relazioni civiche e istituzionali, che fanno rete per garantire la sicurezza e il benessere di donne, uomini e ambiente.

Nel lavoro di polizia – e ancor di più in quello della polizia locale – possono presentarsi relazioni “psico-socio-educative”, come quelle che gli educatori hanno con bambini e adolescenti; oppure, “relazioni di cura”, come quelle che di solito si prestano ai pazienti; “relazioni amministrative” simili a quelle degli operatori agli sportelli pubblici, ecc. In aggiunta a quelle che i poliziotti svolgono su un terreno più complesso, cioè quelle “relazioni civiche” di sorveglianza, prevenzione, protezione, repressione, con diversi interlocutori (vittime, aggressori, testimoni) e partnership diverse (ad es.: giudici, pubblici ministeri, vigili del fuoco, operatori sanitari, ecc.).

In questo modo, vorrei rispondere anche a un sindacalista forse poco attento alla realtà attuale del servizio che una volta affermò: “I vigili non possono essere la panacea di tutti i mali e neanche formati come se fossero assistenti sociali, perché in caso di reato hanno il dovere di intervenire.” Giusto. Hanno il dovere di intervenire adeguatamente in occasione di un reato e nelle circostanze in cui è necessario prevenire o risolvere situazioni di bisogno. Com’è stato sempre fatto. Rendendosi consapevoli di questa parità di merito.

Secondo me, si tratta di una sfida molto importante che occorre accettare; resa più evidente dai notevoli cambiamenti sociali in corso, che impattano sulla cultura del servizio delle polizie locali sul territorio nazionale e soprattutto sull’identità sociale e professionale degli operatori.

L’anti-terrorismo francese: uno stato di morte clinica

La critica può essere importante, illuminante, e anche fruttuosa. Molto spesso mostra aspetti del nostro agire che rischierebbero di rimanere trascurati e incompresi. E’ ciò che accade anche per i “servizi” e la storia raccontata può rappresentare lo spunto per riflettere sulla organizzazione del lavoro informativo.

Laurent Borredon e Simon Piel, giornalisti che seguono da vicino le attività di polizia e intelligence, hanno scritto un articolo su Le Monde (28.11.2015) che a tutta prima sembra impietoso ma non lo è. 

 

 

Il sistema dell’antiterrorismo francese, a lungo considerato eccellente, è clinicamente morto. Ma nessuno, né al governo né all’opposizione, ha voglia di firmare il certificato di morte, non sapendo come sostituirlo.

Man mano che le indagini sugli attacchi del 13 novembre a Parigi e Saint-Denis procedono, le lacune sulla sorveglianza degli autori, le pessime scelte operative e la pesantezza del dispositivo antiterrorismo sono, ancora una volta, messi in evidenza . Un investigatore, ancora ossessionato dalle immagini delle stragi di Parigi Bataclan e delle terrazze parigine, si indigna: “Allora non facciamo niente? Aspettiamo che ciò accada nuovamente?”

Ciò che scandalizza, è soprattutto la totale incapacità di porsi delle domande dentro il Ministero degli Interni e il governo. “Voglio salutare ancora una volta l’eccellente lavoro dei nostri servizi di intelligence” ha ripetuto Manuel Valls, di fronte ai deputati, il 19 novembre, dopo la morte a Saint-Denis del probabile coordinatore degli attacchi, Abdelhamid Abaaoud – che tuttavia il predetto servizio di intelligence credeva in Siria

 

Sentimento d’impotenza

Il sistema attuale è nato da un periodo in cui gli attacchi sono stati molto più numerosi, gli anni ’80. L’anno 2015 segna tuttavia una rotta tanto più brutale perchè Francia – esclusa la Corsica – era stata risparmiata dal terrorismo per un lungo periodo, dal 1996 al 2012. Cento e trenta morti nel centro di Parigi, tre commando coordinati, attacchi kamikaze, e un senso di impotenza di fronte alla progressione inevitabile della violenza nota, documentata, pubblicizzata.

Dal 2012 al 2015, c’è il caso Merah – sette morti, tra cui tre bambini uccisi a sangue freddo perché ebrei a Tolosa e Montauban – ci sono le lezioni apprese dai fallimenti dell’intelligence che l’assassino ha rivelato, e in special modo l’istituzione della Direzione Generale della Sicurezza interna (DGSI) e il rafforzamento del servizio informazioni territoriali, ci sono due leggi anti-terrorismo nel 2012 e 2014. E poi c’è il massacro di Charlie Hebdo e la presa di ostaggi dell’Hyper Cacher, il 7 e 9 gennaio, e la legge sulla raccolta delle informazioni, approvata dal Parlamento nel mese di giugno.

In sostanza, nessuna di queste riforme strutturali o modifiche legislative  – delle quali alcune si sono rivelate inutili, come la creazione di un reato di “attività terroristica individuale “ – ha cambiato i due pilastri della lotta contro il terrorismo: il reato di “associazione a delinquere in relazione a un’attività terroristica” e la raccolta delle informazioni accumulate all’interno dello stesso servizio. In origine, quest’ultimo doveva  consentire alla Direzione della sorveglianza territoriale (DST), divenuta direzione centrale informazioni interne (DCRI) nel 2008 poi direzione generale per la sicurezza interna (DGSI) nel2014, di mantenere un buon flusso delle informazioni al suo interno.

 

“Queste persone non danno tregua”

Nel caso degli attentati di Parigi, la DGSI stava seguendo un certo numero di indiziati come raccolta di informazioni. A partire da Abdelhamid Abaaoud. Questo belga,che appariva in cinque dossier di progetti di attentati in Francia, è stato anche coinvolto, in Belgio, nell’animazione della cellula terroristica di Verviers, smantellata nel mese di gennaio. La DSGI aveva avviato in itinere quella che viene chiamato “inchiesta specchio” in Francia. Un team congiunto franco-belga ha lavorato bene insieme. Invano.

Samy Amimour, uno dei kamikaze del Bataclan, era incriminato dal 2012 nel quadro diun’indagine penale aperta per un progetto di jihad in Yemen. L’inchiesta è stata affidata alla DGSI. Messo in libertà vigilata, egli scomparve senza che nessuno abbia mosso un dito fino a quando i Turchi hanno segnalato il suo passaggio sul loro territorio. Il lavoro di indagine è stato svolto, in particolare con perquisizioni presso i suoi genitori. E’ stato emesso un mandato di arresto internazionale. Fino alla strage del 13.

Nel quadro del suo ruolo investigativo, la DGSI è stata anche allertata sulle minacce dirette alla Francia. Così come, Reda Hame, arrestato ai primi diagosto di ritorno dalla Siria, che assicura che lo stato islamico colpirà “bersagli facili” come ad esempio dei “concerti”. “La DGSI ha certamente, come tutto il resto, inquadrato questi elementi. Queste persone hanno una strategia predatoria, anche attraverso le minacce che lasciano trapelare. Se ci mettiamo a ragionare in termini di potenziali obiettivi degli attentati e non in termini di reti, ci si esaurirà “, si difende una fonte vicina ai servizi diintelligence.

Oggi,alcuni credono che questo risvolto investigativo abbia contribuito al tracollo della DGSI. Nei servizi territoriali, gli agenti sono versatili e si ritrovano coinvolti nell’indagare ogni arrivo siriano. Il numero dei dossier dell’anti-terrorismo è quintuplicato tra il 2013 e il 2015, da 34 a188, e il numero di indagati da dieci è arrivato a più di 230 persone. Ciò vuol dire decine di indagini, arresti, atti di procedimenti …

 

Il fantasma di un controllo esaustivo

Fare tutto, sempre … Dal 2012, a ogni attentato, la stessa osservazione – Mohamed Merah era noto ma la sua pericolosità giudicata male, la sorveglianza dei fratelli Kouachi era stata interrotta perché non sembravano più degni di nota –scatena la stessa reazione politica nel momento meno opportuno. Invece di incoraggiare i servizi a controllare di più, i ministri che si succedono perseguono il fantasma di un monitoraggio esauriente – pur ricordando che è impossibile quando il peggio accade.

Dopo gli attentati di Charlie Hebdo e Hyper Cacher, è la creazione dello stato maggiore operativo di prevenzione del terrorismo, che centralizza sotto l’autorità del ministro le informazioni dei servizi e la creazione di dossierdei segnalati per la prevenzione e la radicalizzazione a carattere terroristico, che riunisce più di 11.000 nomi. Troppo per essere utile. “Gli agenti passano ore a riempire chilometri di pagine”, si lamenta un poliziotto.

Eppure, nella discrezione, la DGSI si è data i mezzi per definire meglio gli obiettivi da controllare. Negli ultimi mesi, la cellula “Allat”, dal nome di una dea siriana pre-islamica, si occupa di obiettivi della zona tra Iraq e Siria. Gli otto principali servizi francesi riuniti in una stessa stanza. “Ognuno porta i suoi obiettivi, ciascuno porta le sue annotazioni e può connettersi ai database. Il lavoro è estremamente operativo”, spiega una fonte.

Anchela DGSE, la sorella gemella della DGSI a livello internazionale, mette dunque le mani in pasta. Essa se l’era cavata a buon mercato dalla vicenda Merah, quando aveva perso il giro afghano-pakistano dell’omicidio di Tolosa. Nel caso degli attentati di Parigi, la DGSE ha almeno fornito informazioni, ma troppo tardi per essere utilizzabili. Durante il monitoraggio di un obiettivo in Siria, il servizio ha scoperto le conversazioni con una donna in Francia. Sconosciuta fino all’inizio di novembre, quando gli agenti si sono resi conto che sitrattava di una cugina di Abdelhamid Abaaoud, Hasna Aït Boulahcen.

La DGSI viene allertata e scopre anche, tardivamente, l’esistenza della famiglia francese di un suo obiettivo numero uno. Siamo al 12 novembre, alla vigilia degli attacchi. E c’è infine un testimone, dopo gli attacchi, che metterà la polizia giudiziaria sulle tracce di Ait Hasna Boulahcen e Abdelhamid Abaaoud – ambedue morti il 18 novembre, durante l’assalto del RAID in un appartamento di St.Denis.

 

“3000agenti per 4000 obiettivi”

E’ che questo lavoro di coordinamento, dopo anni di dialogo tra la miriade di servizi francesi, non è sufficiente quando la minaccia diventa transnazionale. “Sono organizzati in Siria, finalizzano il progetto in Belgio, arrivano quasi il giorno prima a Parigi. La DGSI rimane un servizio domestico, non può fare molto da sola … “, dice una fonte del ministero dell’Interno.

Il coordinamento europeo funziona, ma anche in quel caso, non è sufficiente in quanto si concentra sulla parte superiore del paniere. Eppure, gli autori degli attentati di Parigi erano conosciuti dai servizi belgi e francesi, ma non come persone di primo piano. I fratelli Abdeslam – Brahim si è fatto saltare in Boulevard Voltaire e Salah è in fuga – sono stati individuati in Belgio, ma non come una priorità, Samy Amimour è stato considerato uno dei meno pericolosi della sua cellula yemenita. Ismaël Omar Mostefai anch’esso kamikaze al Bataclan, era ritenuto secondario per la DGSI.

“La difficoltà, riassume una fonte vicina all’intelligence, è che bisogna essere allo stesso tempo su Yassine Salhi che da oggi al domani decide di decapitare il suo capo, e su Abaaoud. Ci sono 3000 agenti per 4000 obiettivi. E ancora, a Parigi e Saint-Denis, ci sono tra gli autori dei belgi e delle persone che noi non abbiamo ancora individuato. Non abbiamo strutture che sono state pensate per un fenomeno di massa. “

“Se l’indagine permette di evidenziare limiti o mancanze, ci si adatterà”, dice uno al ministero degli Interni. La piazza Beauvau difende anche le misure spinte dalla Francia a livello europeo. Il rafforzamento dei controlli alle frontiere esterne dello spazio Schengen prima di tutto, perché un certo numero di terroristi sono stati in grado di passare attraverso la strada dei migranti sotto falsa identità. E poi la creazione di un database dei passeggeri aerei (PNR) europeo, vecchio serpente di mare che può essere visto meno sotto il diretto collegamento con gli attacchi, in quanto, per l’appunto, sembra che gli autori degli attentati abbiano seguito una via terrestre.

Ma, fino ad oggi, a destra ea sinistra, nessuno vuole porre l’unica domanda che ha senso, in uno spazio di libera circolazione delle persone: occorre europeizzare la lotta contro il terrorismo?

Se l’addestramento degli agenti non basta

Ho riscoperto tra le mie carte questa lettera a la Repubblica (16 settembre 2014) e relativa risposta di C. Augias, contenete elementi utili per una riflessione ulteriore.

 

 

Caro Augias, sono olandese, ho letto sui giornali italianidi quattro poliziotti colpiti e feriti da un senzatetto a Roma. 

Come mai è possibile ciò? Non addestrano i poliziotti al combattimento non armato? 

Ero un soldato della leva semplice in Olanda e abbiamo imparato tutti a incontrare un uomo armato con fucile, pistola o coltello. Si imparava ad agire automaticamente solo per riflesso. 

Capisco che magari un poliziotto dei quattro può essere colpito, ma tutti e quattro è difficile da capire. La stessa roba con il ragazzo Davide di Napoli, perché non si mira alle gambe? Forse nemmeno ipoliziotti in Olanda sono capaci di sparare con precisione ma posso dire che con molto allenamento io soldato di leva colpivo una scatola di fiammiferi a 20 metri. 

Credo che bisogna dare più occasioni di addestramento a quei poveri poliziotti.

(Henk Moraal)

 

 

La risposta di C. Augias:

L’episodio al quale il signor Moraal si riferisce è avvenuto a Roma il 10 scorso in piazza della Libertà, quartiere Prati. Un anziano clochard tedesco, Klaus Dieter Bogner, definito “squilibrato”, forse ubriaco, ha cominciato ad aggredire i passanti. Qualcuno ha chiamato il 112, è arrivata un’auto pattuglia dei carabinieri che l’uomo ha aggredito a martellate; all’arrivo di una seconda auto ha cominciato a vibrare coltellate ferendo in maniera grave un tenente colonnello e in modo più lieve gli altri tre militari.

La prima cosa che si può dire è che negli Stati Uniti al primo cenno di violenza l’uomo sarebbe stato abbattuto. In Europa le cose sono diverse, Bogner alla fine è stato arrestato con l’accusa di tentato omicidio.

Mi sono informato sulla questione sollevata nella lettera.

L’addestramento al corpo a corpo è molto impegnativo, richiede tempo, soldi, istruttori esperti. Per di più esige che gli agenti continuino anche dopo il corso ad allenarsi per proprio conto, altrimenti in poco tempo tutto diventa inutile. Solo i reparti di élite hanno un vero addestramento di questo tipo.

Tra la sbrigativa brutalità americana e i poveri carabinieri feriti da uno squilibrato non è facile trovare una via di mezzo.

Il caso del ragazzo napoletano, mi è stato detto, è ancora più complicato.

Gli uomini impegnati nelle zone a rischio lavorano in condizioni di tensione paragonabili a quella di un’azione di guerra, incerti se intervenire di fronte a situazioni di illegalità. 

Tre ragazzi su un motorino senza casco in una qualunque città sarebbe un caso quasi impensabile. Non in quel rione napoletano. 

I militari dovevano intervenire? 

Lei vede, ha continuato la mia fonte, la difficoltà della situazione? 

Aggravata dal fatto che la risposta deve arrivare nel giro di secondi e in condizioni così difficili? 

Che cosa scegliere tra il rispetto della legge e le obiettive anomalie locali?

 

(Corrado Augias)

 

fonte: la Repubblica, 16 settembre 2014, pag. 32