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Lettera agli Insegnanti italiani

Trovo ancora fresca e attuale questa lunga e importante riflessione di James Hillman.

La lettera, scritta agli insegnanti italiani (in realtà, una conferenza), si ricollega ad una iniziativa nata nell’ambito del convegno mondiale sull’istruzione organizzato dalla Fondazione Liberal – Edizione 2003 (Milano, 14-17 maggio 2003)

 

 

 

I.

I miei pensieri oggi si reggono su una distinzione fondamentale che specificherò in questa frase iniziale: l’insegnare e l’imparare non devono essere confusi con l’educazione e possono persino essere impediti dall’educazione. Inoltre, se questa distinzione è fondamentale, allora sarà precedente ai progetti per la riforma dell’educazione, alla certificazione degli insegnanti, alle missioni e e agli scopi dei programmi educativi, ai contenuti dei curricula, e ad altri dibattiti che impegnano cittadini ed esperti.

La distinzione può essere posta in termini semplici e pratici. Qualcosa quasi naturalmente vuole imparare, specialmente nell’infanzia. Come usare una sega, cucinare un uovo strapazzato, ricordare i versi di una canzone? Dove va il sole quando scende “giù”? e dove sono i pettirossi d’inverno, e perché le anatre non annegano come i polli? Qualcosa dentro di noi vuole sapere dove, come, quando, che cosa. Porre domande è innato alla psiche umana. Un bambino fa domande agli insegnanti, ai genitori, agli amici, persino ai libri, per soddisfare la sete di apprendere, anche finoal punto di un comportamento ossessivo, ritualistico, dove “perché ?” si ammucchia su “perché?” su “perché?”.

Possiamo imparare ponendo delle domande, ma impariamo ancora di più osservando, ascoltando, imitando, sperimentando e assorbendo sensualmente il mondo che ci circonda. Il bambino, come facciamo noi stessi, tiene un occhio all’esterno e un cuore aperto per il dove e il che cosa e specialmente il chi può soddisfare questo desiderio d’imparare.

In corrispondenza con questo desiderio d’imparare c’è un impulso a insegnare, egualmente innato. Qualcosa, di nuovo piuttosto naturalmente, vuole rispondere a una domanda, dimostrare, spiegare, correggere.” Su dammi quello; lascia che ti mostri come si fa.” “Non tenere la sega così stretta. Lascia che siano i denti a fare il lavoro.” “La pioggia? Ebbene, noi facciamo la pioggia nella nostra stanza da bagno: guarda come il vapore del bagno fa delle piccole goccioline sulla superficie fredda dello specchio.”

La relazione fra l’imparare e l’insegnare è animale, naturale, data, dotata di ubiquità; non è tanto il prodotto della civilizzazione e della cultura quanto la loro base. La cultura chiama questa relazione tradizione; la civilizzazione, educazione. Comunque diamo forma a questa relazione, l’insegnante e l’allievo, la guida e l’apprendista, l’esperienza e l’innocenza, il sapere e l’ignoranza, il pieno e il vuoto sono costituenti costanti della vita interiore dell’anima. In quanto tali, appartengono non solo ai primi anni o alle prime fasi dell’indagine. La ricerca di un insegnante, di un insegnamento e il desiderio d’insegnare continuano in modo importante nella tarda vita . Uno dei momenti più miserevoli della tarda vita è quello in cui l’impulso ad insegnare viene frustrato: nessuno vuole ciò che si può insegnare.

Fra questi due impulsi e la loro affinità l’uno per l’altro viene l’Educazione. Immaginate l’Insegnare e l’Imparare come un fratello e una sorella, un poco perduti nel bosco, come Hansel e Gretel nella fiaba, catturati dalla strega, l’Educazione, e sempre sul punto di essere divorati dall’insaziabile appetito di quella strega. L’intervento dell’Educazione sembra piuttosto ragionevole: mira a facilitare la serendipità(1) della relazione rimuovendo la casualità e controllando il contingente. Soprattutto l’educazione esteriorizza e sistematizza la relazione nella”scuola” (istituzioni educative). Tenta di mettere in contatto i giusti (qualificati) insegnanti con i giusti (selezionati) allievi. Così l’insegnare e l’imparare divengono personificati in classi di persone: quelli che possono e quelli che non possono; quelli che sanno e quelli che non sanno. La vocazione innata diventa una professione accreditata. Il potere inevitabilmente fa seguito alla divisione in classi, che minaccia l’insegnare e l’imparare con la paura dell’”altro”. Gli insegnanti temono i loro studenti; glistudenti i loro insegnanti, minacciando l’educazione stessa e conducendola a definire il suo ruolo non tanto come uno strumento di agevolazione, ma come un’autorità impositiva. In questo modo l’educazione separa l’insegnare e l’imparare. Pure la storia dell’autodidatta mostra che i due elementi potenziali nella natura umana sono funzioni complementari. Quanto ciascuno di noi ha imparato e ancora impara insegnando a se stesso da solo!

L’educazione richiede un intero esercito di amministratori, esperti, specialisti; divisioni in classi, unità, soggetti, discipline, dipartimenti; conseguimento di traguardi, gradi, prove,valutazioni; e naturalmente bilanci preventivi, supervisione, responsabilità misurabile. Pure l’educazione si suddivide in due specie: primaria e superiore, tecnica e classica, scienze ed arti; riparatrice ed avanzata. Il misterioso lavoro emotivo di insegnare e imparare viene cooptato nelle forme esteriori che mirano a farlo avvenire. In verità, l’insegnare e l’imparare scompaiono in vicoli laterali e in occasioni segrete. Dei lunghi anni trascorsi nella scuola quanti pochi episodi di illuminazione conservati nella memoria, quanti pochi momenti di insegnamento che hanno acceso un fuoco! Anche per gli insegnanti solo una manciata di studenti da tante classi realmente “connesse” restano ben presenti nella memoria.

Potrebbe sembrare che la distinzione che sto tracciando segua un vecchio spartiacque fra ciò che William James – che fu lui stesso molto interessato all’insegnamento (Conversazioni con gli insegnanti,1899) – chiama le menti “dure” e quelle “tenere”. Questa divisione domina la teoria pedagogica come l’opposizione tra disciplina e libertà, tra il classico e il romantico, fra le nozioni del bambino come selvaggio e il vuoto bisognoso del battesimo e la disciplina o il bisogno innato assennato e creativo di opportunità ed espressione. Potrebbe sembrare che la mia enfasi sul desiderio istintivo di imparare e insegnare segua un lato di questo spartiacque, cioè il Romanticismo di Rousseau, Pestalozzi, Frobel, Montessori e Alice Miller, i quali tutti sottolineano l’elemento idiosincratico piuttosto che quello nomotetico, privilegiando l’individuale sulle necessitàcollettive della società.

Ma questa non è la mia intenzione. Io sfuggirei da questo spartiacque del tutto, perché la coppia insegnare-imparare, nonostante preceda l’educazione non può subire un’interpretazione letterale in un programma d’educazione. Io cerco di fuggire dalle ideologie che annunciano, o denunciano, programmi in ciascuna direzione: da una parte, modelli più duri di contatto intensificato fra insegnanti e studenti, o, dall’altra, una tenera educazione in classi collaborative e l’istruzione scolastica a casa. Se io optassi per un progetto diventerei un educatore, mentre sono solo uno psicologo. Cerco di descrivere ciò che giace nell’anima dell’educazione piuttosto che prescriverne la forma. Voglio solo che l’affinità innata fra l’insegnare e l’imparare, e l’idea di ciò come di un fatto primordiale, restino vive nell’anima.

L’educazione oggi assorbe il cinque per cento del prodotto mondiale nazionale lordo; l’educazione è la più grande industria del mondo. Enormi difficoltà stanno schiacciando le scuole nel mondo – l’enumerazione delle quali sta quasi schiacciando anche questa conferenza. Sebbene queste difficoltà appaiano nella psiche turbata di insegnanti e allievi, esse non sono radicate nell’insegnare e nell’imparare. Infatti l’immediatezza di quel rapporto è un porto sicuro, una salvezza dai problemi dell’educazione. Per la gioventù ci sono pochi rifugi, poche fughe dai problemi dell’educazione contro i quali c’è tanta ribellione, sia diretta – come il rifiuto della scuola, la violenza e i desaparecidos o scomparsi – sia indiretta, nei sintomi psicologici che ostacolano l’imparare, ad esempio “i disturbi dell’imparare”. Gli insegnanti, presi fra le richieste dell’educazione da una parte e la ribellione degli studenti dall’altra, sono in una posizione simile a quella di un medico verso il paziente, di un avvocato verso il cliente, di un giornalista verso la fonte, del prete verso il peccatore.

Sono obbligati dalla loro fedeltà alla loro coppia a stare con i loro studenti i cui sintomi rappresentano una resistenza a quel disordine generale dell’imparare chiamato “educazione”.

Immaginate! La psiche si ribella contro il vero imparare che una società guidata dall’economia insiste nel ritenere di primaria importanza. Devi ricevere un’educazione, avere un’educazione, perché allora sarai più vendibile, servendo l’economia e alzando il Pil. Ecco perché gli insegnanti sono risorse nazionali, fornire le loro prestazioni soddisfa le quote di produzione stabilite per loro! L’educazione come merce, come un investimento di capitale che serve alla competizione del liberomercato. E’ questo ciò a cui i sintomi dicono “no” ? E’ questo ciò che il rifiuto della scuola in definitiva significa?

Qualcosa si sta ammalando nel cuore dell’educazione; è malata nel cuore, e questo cuore non può essere ristabilito con semplici esercizi di base o con una nuova dieta dell’anima, né questo cuore può essere sostituito da una macchina ad alta tecnologia.

 

II.

Possiamo osservare il cuore dell’insegnare in azione in tre esempi tratti dalle biografie di scrittori distinti. James Baldwin il romanziere e saggista americano, ricorda: “un edificio scolastico…terribile, antico; scuro, cupo e a volte pauroso. In una classe di cinquanta bambini, per lo più neri, un’insegnante Orilla Miller – una giovane insegnante di scuola bianca, una donna bellissima… che amavo… in modo assoluto, dell’amore di un bambino”, riconobbe una qualità in questo bambino nero di dieci anni. “La giovane donna del Midwest era sorpresa dalla vivezza d’ingegno di questo bambino dei bassifondi”. Scoprirono un interesse comune in Dickens; lo leggevano entrambi ed erano ansiosi di scambiare opinioni. Anni più tardi, dopo essere diventato famoso, Baldwin scrisse alla sua vecchia insegnante, chiedendo una fotografia. “Ho tenuto il tuo volto nella mia mente per molti anni”.

Un altro resoconto; questo di Elias Kazan, lo straordinario regista cinematografico: “Quando avevo dodici anni ebbi un colpo di fortuna, l’incontro con la mia insegnante dell’ottavo grado, Miss Shank influenzò il corso della mia vita… Mi prese in simpatia… fu lei a dirmi che avevo dei begli occhi marroni. Venticinque anni più tardi, mi scrisse una lettera. ‘Quando avevi solo dodici anni’ scrisse ‘la luce cadeva dalla finestra attraverso la tua testa e la tua fisionomia e illuminava l’espressione del tuo volto. Pensai alle grandi possibilità che erano nel tuo sviluppo e …’. Miss Shank si avviò sollecitamente a sottrarmi alla tradizione della nostra gente riguardo al figlio maggiore e a indirizzarmi verso… le discipline classiche”.

Un terzo esmpio è quello di Truman Capote, un tipico “bambino difficile”, che faceva tutto quello che poteva per disturbare la classe e provocare i suoi insegnanti. Ma incontrò la simpatia della sua insegnante di scuola media, Miss Wood. Condividevano un interesse per Ibsen. Miss Wood invitò spesso il giovane Capote a cena, lo favoriva in classe e incoraggiava i suoi colleghi a fare altrettanto.

“Mi prese in simpatia” ha detto Kazan; “Ho tenuto il tuo volto nella mia mente per molti anni”, ha detto Baldwin; Miss Wood invitava Capote a casa per mangiare insieme e gli forniva ciò che desiderava in classe. Miss Shank “mi disse che avevo dei begli occhi marroni”, ha detto Kazan. Queste schizzi ci dicono che c’è un modo di valutare indipendente dagli esami. L’insegnare vede con l’occhio del cuore. Noi non crediamo più in questa specie di visione: “…la luce cadeva dalla finestra attraverso la tua fisionomia e illuminava l’espressione del tuo volto”. Ma al giorno d’oggi, forse specialmente negli Stati Uniti, vediamo solo con l’occhio dei genitali. L’attrazione che ha appassionato questi allievie questi maestri oggi sarebbe seduzione, manipolazione, persino abuso. Agli insegnanti è consentito di essere chiamati dalla bellezza; l’educazione permette che l’eros si risvegli?

Ma se dovesse risvegliarsi, allora l’eros non corromperebbe l’obiettività e l’eguaglianza?

Può darsi che proprio qui risieda la ragione più profonda dei computers all’interno dell’aula: essi sono completamente imparziali. Non c’è eros nel programma.

Niente eros neppure nell’accademia – una mancanza comune in istituzioni di istruzione superiore. I professori non ascoltano le lezioni degli altri, leggono i saggi degli altri. Borsisti e ricercatori non amano l’amministrazione; gli amministratori non amano i professori. Il personale è “di una classe più bassa”, persino al di sotto degli studenti. Gli studenti mettono in contatto i loro cuori affamati con la loro sete di conoscenza che sarà mandata via dalle vane preoccupazioni della facoltà, loro stesse in cerca di amore. La trappola sessuale diviene l’unico accesso all’eros nell’università.

Gli esempi di Baldwin, Capote e Kazan rivelano qualcosa di particolare riguardo all’eros dell’insegnare. Ciò che fece riunire le coppie, la reciproca attrazione, fu una visione comune. L’amore fiorì perché condividevano una fantasia. Per Baldwin e Miss Miller, Dickens; per Capote e Miss Wood, Ibsen e Undset; per Kazan, la visione di un futuro umanista. Essi percepirono la bellezza l’uno nell’altra e permisero la vicinanza. (Capote veniva a casa per cena; Miss Shank studiava il volto e gli occhi di Kazan; Miss Miller dava a Baldwin il suo tempo privato). Quando l’eros è represso cade inun’intimità clandestina. Pure impariamo attraverso la vicinanza – osservando le mani del maestro al lavoro, ascoltando le inflessioni vocali, contagiati dalla gioia del compito. Uno degli studenti di Socrate dice (Teagete 127 Bff): ” Ho fatto progressi ogni volta che ero insieme a te… e sono progredito più rapidamente e profondamente quando mi sono seduto vicino, accanto a te e ti ho toccato”. Mentre per l’educazione nello stesso passaggio (128B) Socrate dice: ” Non so niente di questo raffinato sapere dei Sofisti; io ho soltanto un piccolo corpo di sapere: la natura dell’amore (tà erotika)”.

E’ importante mantenere distinte nella mente le molte specie di eros. I filosofi della Chiesa potrebbero elencare una quarantina di specie di relazioni amorose, come i soldati in armi, i compagni in un viaggio, le suore in un ordine, il servo e il padrone, fratelli e sorelle, e naturalmente madri e figli, mariti e mogli. Ciò che in particolare il mentore divide con il suo o la sua protetta è un amore nato da una fantasia comune. La loro dedizione non è tanto per ciascuno come amanti quanto – in questi casi di scrittori – per la lingua inglese. I loro demoni sono in armonia, ciascuno aiuta l’altro a soddisfarsi. Insegnare e imparare sono necessari l’uno all’altro e, come Hansel e Gretel si salvano l’uno con l’altro. Così l’insegnante non è un genitore sostitutivo che procura allo studente i soldi per il pranzo e scarpe nuove. Miss Miller e Miss Wood e Miss Shank nutrivano le anime degli studenti e mettevano il fuoco nei loro spiriti.

 

III.

Prima di concludere questo discorso rivolto agli insegnanti mi piacerebbe rendere più chiaro un pensiero. Nonostante il titolo di questo Convegno, la base dell’insegnamento nel Ventunesimo secolo non è diversa da quella di qualunque altro, anche se il contenuto e la forma dell’educazione subiscono le esigenze della storia. Il fatto che l’educazione presti il suo corpo alla piazza del mercato nella nostra epoca, non è diverso dalla sua prostituzione alla dottrina politica nell’era di Stalin e Hitler, o Mao e Pol Pot, o alla Chiesa nella Francia della Scolastica, o all’ortodossia musulmana nelle scuole del Medio Oriente. All’insegnamento si chiede sempre di sottomettersi senza protestare di fronte ai dogmi educativi: lo testimoniano il destino di Socrate, la persecuzione degli insegnanti irlandesi nelle scuole di trincea durante la dominazione inglese. A causa del potere degli istituti educativi, il vero imparare, analogamente alla psicanalisi, diventa sovversivo. L’imparare deve nascondersi all’interno dell’educazione come abbiamo visto nei tre piccoli bambini e nei loro insegnanti, dove una corrente erotica lega in modo sovversivo l’insegnante e lo studente. Marsilio Ficino, uno dei più autorevoli insegnanti d’Europa di sempre, si riferì a questo imparare nascosto e sovversivo come contro-educazione. Noi impariamo ciò che è ufficialmente insegnato, e re-impariamo il contrario o ciò che sta più profondamente nel suo interno, vedendo in esso e attraverso esso, decostruendo, diciamo, con il chiedere ulteriormente: “questo materiale, questo metodo, questa ipotesi che cosa significano per l’anima?”. La contro-educazione interiorizza e individualizza, come ha detto Ficino, le uniformità dell’educazione. Individualizzare l’educazione, cioè collocare l’imparare all’interno dell’anima di qualcuno, esige l’eros, non perché l’individualizzare favorisce uno studente a scapito di un altro, il cosiddetto “prediletto dell’insegnante”, ma perché l’eros incendia il particolare stile di desiderio di ogni persona.

Con “uniformità” mi riferisco a modelli di prove, misure di intelligenza, gradazioni attraverso livelli, libri di testo uniformi, divisioni del tempo, architettura delle aule scolastiche, ecc. L’idea autentica dell’uniformità educativa, dell’universalità stessa, è stata radicalmente sfidata teoricamente da Howard Gardiner, a Harvard, e molto tempo fa da Giambattista Vico a Napoli. Per Vico i veri universali dai quali potevano essere derivati i modelli sono i miti classici, che ha chiamato universali fantastici, cioè i tipi archetipici che governano l’immaginazione e dai quali dipende lo stesso pensiero. Questi universali mostrano come la natura umana immagina i suoi problemi, viene a contatto con essi, ed effettua scelte di valore. Essi offrono un modo di pensiero umanista o quella che può anche essere chiamata una base poetica della mente che è capace di superare il nichilismo etico dell’educazione contemporanea e l’ottusità estetica travestitie rinforzati dal “metodo obiettivo”.

Così, seguendo Vico, la base archetipica della mente è un substrato sia di logica che di sogno, di scienza e di arte, di passato e di presente, di obiettività e di soggettività. Mentre Vico propone le molteplici persone e storie e valori dei miti nella loro immensa differenziazione, Gardiner mina l’uniformità dimostrando che l’imparare dev’essere molteplice perché l’intelligenza è molteplice. L’imparare e l’insegnare devono seguire una varietà di pensieri. Una dimensione non va bene a tutto. Anche la nozione di “misura” può essere liberata dalla sua angusta denotazione -significati matematici e statistici – per modi che tengono chi e perché e che cosa è stato misurato; per esempio, l’estetica, la narrativa, la morale o le capacità del corpo.

Ma ora sto andando oltre il mio semplice tema e sto trasgredendo nel campo delle idee educative, idee per rifondare l’educazione lungo linee che derivano da Vico e Gardiner, il che implica che il primo compito dell’educazione sarebbe di psicoanalizzare se stessa, di decostruirsi trovando i miti che suggeriscono i suoi programmi. Pure, qualunque cosa venga proposta da chiunque, dovunque, la techne e la praxis di tutti iprogrammi educativi, la realtà di ogni adempimento dipende dall’affinità naturale fra la coppia archetipica: l’Insegnante e lo Studente.

 

 

Nota

  1. Dall’inglese serendipity. Lo scoprire qualcosa d’inatteso e importante che non ha nulla a che fare con quanto ci si propone vadi trovare o con i presupposti teorici sui quali ci si basava. Il significato del termine trae origine dalla fiaba persiana I tre principi di Serendip, nella quale gli eroi protagonisti posseggono appunto il dono naturale ditrovare cose di valore non cercate.

 

James Hillman, 2002

 

 

Gli insegnati italiani furono invitati a rispondere alla lettera di Hillman inviando le loro considerazioni. Molte di esse sono state pubblicate sul sito Educazione & Scuola:

http://www.edscuola.it/archivio/ped/hillman.htm

 

 

 

Courtesy: Fondazione Liberal e Educazione & Scuola

Cosa vogliamo dai carabinieri

Indipendenza dalla politica. Trasparenza. Equilibrio nella gestione delle risorse. Il compito dell’Arma non è facile. A noi cittadini spetta il dovere di vigilare.

Da questa riflessione di Roberto Saviano, pubblicata sull’Espresso del 6 febbraio scorso, si possono trarre ulteriori stimoli per altre considerazioni a margine. Una tra le tante: la cittadinanza “attiva” da parte nostra ed anche delle varie forze di polizia.

 

 

In Italia, le nomine dei vertici delle forze dell’ordine hanno in genere una scarsissima eco nell’opinione pubblica, ma un peso enorme per gli addetti ai lavori. Capire cosa accade, invece, è fondamentale per comprendere il percorso che le istituzioni stanno tracciando.

Conoscere storia e curriculum di chi occuperà posti di rilievo, di chi interloquirà per diversi anni con politica, stampa e magistratura, di chi contribuirà a segnare il corso che l’Italia imboccherà è necessario. Sono convinto che gran parte delle scelte di un governo sia leggibile attraverso la selezione dei dirigenti militari; le nomine dei vertici indicano direzioni, visioni e non semplicemente scelte tecniche.

Il nuovo comandante generale dell’Arma dei Carabinieri Tullio Del Sette ha un profilo interessante, che vale la pena valutare, per capire quale potrebbe essere la direzione che l’Arma intraprenderà sotto il suo mandato. Su di lui si concentrano molte speranze di cambiamento e miglioramento. Ha retto Comandi in tutte le organizzazioni dell’Arma ed è stato Capo Gabinetto al ministero della Difesa. Conosce il settore giuridico e questo potrebbe renderlo un innovatore, potrebbe avere un ruolo riformista all’interno dell’Arma.

Sono quasi dieci anni che vivo sotto scorta, conosco i Carabinieri, spesso trascorro in auto blindate e nelle caserme talmente tanto tempo da sentirmi uno di loro, da sapere di cosa ha bisogno l’Arma per poter ancora una volta giocare un ruolo fondamentale in un Paese che sta vivendo un momento difficilissimo. La necessità prima è equilibrare le risorse, non cedere ai timori di attentati terroristici e continuare a valutare ogni situazione per l’importanza e l’urgenza che ha.

In Italia è fondamentale dare risorse all’antimafia, alle investigazioni, alla presenza sul territorio, alla prevenzione e mi auguro che il Comandante Del Sette saprà gestire questo momento di emergenza. Così come c’è bisogno di una voce autorevole che dia il punto di vista dei Carabinieri sull’immigrazione. Non può essere tutto sempre e solo affidato ai presidi sulterritorio, ma il Paese deve avere consapevolezza, deve essere messo a conoscenza di quali sono le strategie.

Ecco perché la comunicazione è fondamentale. Una comunicazione che non sia strizzare l’occhio alla stampa, passare informazioni, ma che sia rigorosa, che serva a parlare al cittadino più che a creare rapporti personali.

La stampa è diventata spesso un ispettore aggiunto all’inchiesta, e questo spesso svilisce l’autorevolezza delle indagini, ecco perché è fondamentale comunicare, ma bisogna trovare il modo per farlo nella maniera più corretta possibile. È fondamentale poi arginare la quantità di sprechi e privilegi: limitare al massimo l’interlocuzione, quella nociva, con la politica, fatta di assunzioni e favori, che indebolisce politici e forze dell’ordine.

Il Generale Del Sette dovrà mantenere un profilo di totale indipendenza rispetto alla politica. Dovrà essere controllore e poi garante di fronte ai cittadini. Dovrà tenersi autonomo da un governo che tende a mal sopportare qualunque voce critica. Il profilo è quello giusto per non trovarsi impelagato in queste sabbie mobili.

Occorre poi ciò che in Italia manca, ovvero una trasparenza assoluta per quanto riguarda leindagini sui Carabinieri come nel caso di Stefano Cucchi, in quello più recente che riguarda Riccardo Magherini. Il compito di Del Sette sarà difficilissimo e la sua nomina, se la si guarda da questa prospettiva, ha più peso della nomina di un ministro. Il suo, oserei dire, dovrebbe essere quasi un atto di creatività geniale per riuscire a far bene investigazione, tutela e presidio. Perché se c’è una cosa che all’Arma dei Carabinieri variconosciuta è di essere sempre presente sul territorio e non solo insituazioni di emergenza.

Anche nei luoghi più remoti la figura del Maresciallo, diventata ormai un topos, incarna proprio questo: la capacità di esserci e di presidiare, la capacità di dialogare e conoscere, la volontà di cercare e creare vicinanza. Il Generale Tullio Del Sette viene da questa tradizione di presidi, ecco perché da lui il Paese deve aspettarsi una gestione rigorosa e dialettica. Volevo fortemente che queste considerazioni non rimanessero solo nell’ambito ristretto dell’Arma, volevo provare a condividerle. Perché fondamentale è sapere chi guida le forze dell’ordine se la nostra prospettiva è sempre più quella di una cittadinanza attiva. Partecipare alle decisioni e non subirle, significa svolgere il nostro dovere di cittadini: controllare, presidiare, non abbassare mai la guardia. Anche quando una nomina non dipende direttamente da noi, abituiamoci a vigilare. Solo così la democrazia funzionerà.

Impiegati o poliziotti ?

Sembra questo il dubbio amletico (essere o non essere) che qualifica lo stato d’animo di parecchi operatori della polizia locale: siamo impiegati o poliziotti ?

Ho sempre ammesso la mia perplessità rispetto questa distinzione perché, credo, non ha senso. Semmai si potrebbe ragionare con più gusto su un’altra “differenza” o mancanza di identità, quella che emerge dalla polisemia delle attribuzioni, quelle che distinguono gli insiemi di coloro (donne e uomini) che svolgono il loro servizio sul territorio nazionale. Disunito nelle pratiche e nelle culture che le ispirano.

Volendo avere maggiore chiarezza dei termini di riferimento: impiegato o poliziotto, ho consultato il vocabolario Treccani della lingua italiana; scegliendo, quindi, un riferimento accettato da tutti. Lo spero.

Trascrivo i relativi lemmi:

impiegato s. m. (f. –a) [part. pass. sostantivato di impiegare].– Persona che svolge continuativamente la propria attività professionale,esclusa la prestazione di semplice mano d’opera, alle dipendenze altrui, dietropagamento di una retribuzione: i. privato, i. pubblico,a seconda che sia alle dipendenze del proprietario – individuo o società – diun’azienda privata (agricola, industriale, professionale), o alle dipendenzedello stato o di altro ente pubblico; specificando: gli i. dellePoste, del ministero dell’Interno, del Comune, del Catasto;un i. di banca; un i. della Fiat. In rapporto allanatura o alla qualità della prestazione: i. di concetto, quelloche esplica un’attività intellettuale di rilievo e di qualche responsabilità,non meramente esecutiva; i. d’ordine, quello che esercitafunzioni di modesto rilievo o di media applicazione con preminenza diprestazioni esecutive; inoltre: i. amministrativo, che hamansioni di collaborazione intellettuale senza incarichi di natura tecnica; i.tecnico, che ha mansioni di collaborazione intellettuale con preminenzadi prestazione tecnica. Con riferimento agli impiegati pubblici: i. diruolo, assunto con le prescritte garanzie di stabilità in un ufficioprevisto nella pianta organica dell’amministrazione; i. non di ruolo,quello per il quale non concorrono queste condizioni (supplenti, incaricati eavventizî). ◆ Dim. e spreg. impiegatùccio; spreg. impiegatùcolo.

poliziòtto s. m. (f. –a) [der. di polizia1]. –

  1. Nel linguaggio corrente, denominazione degli agentidella polizia di stato: essere inseguito, fermato, arrestatodai p.; il palazzo è presidiato dai p.; la zona pullula dipoliziotti; un p. in borghese; p. di quartiere, agente dipolizia chiamato a svolgere la sua azione in una determinata area urbana, spec.per fronteggiare la microcriminalità, come risposta politica alle esigenze disicurezza dei cittadini; p. privato, chi, munito di apposita licenza,svolge indagini poliziesche o compiti di sorveglianza per conto di privati.
  2. Con funzione appositiva: donna p. (pl. donnepoliziotto), denominazione talvolta ancora usata nel linguaggio correnteper indicare l’agente di sesso femminile della polizia di stato, detta anche poliziotta;cane p. (pl. cani poliziotto), cane (in genere di razza pastoretedesco) opportunamente addestrato a fare la guardia a persone o cose, afiutare piste o droga, ad aggredire o trattenere individui senza ferirli, ecc.,dato in dotazione a reparti di polizia per servizî preventivi o repressivi.
  3. Per estens., non com. (e quasi sempre in tonopolemico e spreg.), uomo dai modi rozzi e prevaricatori (con valore analogo a sbirro):in famiglia è veramente un poliziotto; anche, chi tiranneggia i proprîsubordinati, sindacandone il comportamento, spiandone le mosse, ecc.: ildirettore fa il p. con i dipendenti; tiranno, governante dai modirepressivi e vessatorî: quellacolossale prigione su la cui vetta,p. e carnefice d’Europa, stava l’imperatore d’Asburgo (Carducci).

 

Da quanto sopra deduco: i poliziotti sono impiegati e non tutti gli impiegati sono poliziotti

Perché Marsiglia si barrica

Beauvallon, ai piedi del Parco Nazionale delle Calanques e vicino alla prigione di Baumettes …

 

Questo quartiere del 9° arrondissement di Marsiglia è uno dei pochi esempi a non aver ancora eretto muri tra le sue 700 abitazioni e il resto del mondo. Inferriate, recinzioni,cancelli automatici …

 

Negli ultimi quindici anni, le “comunità murate”, come si dice in Quebec, sono diventate un elemento costitutivo dell’habitat marsigliese.

 

Secondo uno studio dell’Università di Aix-Marseille, il 29% degli alloggi si trovano ora all’interno di case recintate. Ciò logora l’immagine della città “capitale del vivere insieme” servita regolarmente da politiche locali.

 

Se il fenomeno riguarda tutta la Francia, Marsiglia detiene, secondo i geografi del Laboratorio Population Development Environment (EGSPA) che stanno lavorando su questo argomento da sette anni, il record nazionale. E di gran lunga.

 

“Quì, la tendenza a dividere in enclave residenziali chiuse è massiccia, dichiara, nel preambolo, Elisabeth Dorier, geografo e responsabile dello studio. Essa coinvolge tutti i tipi di alloggio – vecchi, nuovi, individuali, collettivi, di lusso o modesti – e tutti i quartieri della città. “Il 75% delle 1550 abitazioni sono state censite come chiuse dal 2000. E nessun promotore immobiliare, si avventura ormai, a proporre agli acquirenti un progetto nuovo senza l’etichetta “in sicurezza”. Eufemismo per l’accesso controllato e ingressi sbarrati. D’altra parte, anche Beauvallon inizierà al più presto.

 

L’articolo completo:

 

http://www.lemonde.fr/m-actu/article/2014/10/09/pourquoi-marseille-se-barricade_4503348_4497186.html

Più cervello meno muscoli nella guerra al terrorismo

Il soft-power e il cervello si stanno sostituendo progressivamente ai muscoli.

Credo sia questo il principio di un cambiamento culturale importante nelle attività di prevenzione e contrasto.

Romano Prodi, nell’articolo comparso ieri sul Messaggero, illustra l’argomento con la consueta perizia.

 

 

 

All’inizio del secondo mandato Obama aveva concentrato l’attenzione della sua politica estera sulla Cina  e sulle aree circostanti. Tutto il resto era secondario. L’Ucraina non era ancora arrivata ad un livello intollerabile di tensione e il Medio Oriente sembrava perdere l’importanza prioritaria che aveva avuto in passato. Gli esperti di politica internazionale pensavano inoltre che questa importanza sarebbe ulteriormente diminuita. Essa si era infatti sempre fondata su due pilastri indiscutibili: la protezione di Israele e la garanzia del rifornimento energetico per gli Stati Uniti.

 

Il primo obiettivo, anche se con un minore entusiasmo, rimaneva e rimane ma il secondo è uscito rapidamente dall’agenda, dato che le nuove risorse di shale-gas e di shale-oil stanno portando gli Stati Uniti verso un’indipendenza energetica nemmeno immaginata in passato. Un evento che non solo rafforza enormemente l’economia americana ma che sta producendo una diminuzione dei prezzi mondiali del petrolio pur in presenza di gravissime tensioni in molti Paesi produttori.

 

Un calo di prezzi che, se continuerà in futuro, metterà a dura prova anche l’economia russa, che ancora fonda una parte prevalente del bilancio dello stato e del commercio estero su gas e petrolio. A distanza di pochi mesi lo scenario è quindi cambiato. I problemi dell’oceano Pacifico sono ancora sul tavolo ma per ora non sono prioritari.

 

Le tensioni fra la Cina e i Paesi limitrofi (a cominciare dal Giappone) rimangono molto elevate ma si manifestano per ora più in espressioni verbali che non in atti di concreta ostilità. Come se la Cina egli altri Paesi dello scacchiere asiatico si fossero resi conto che le loro priorità sono ancora legate allo sviluppo economico e che quindi conviene raffreddare le tensioni o, addirittura, aprire nuovi canali di collaborazione, come sta avvenendo tra India e Cina.

 

Tutto questo non vuol dire che la competizione fra Cina e Stati Uniti non rimanga la grande sfida del nuovo millennio. Significa solo che la gara è stata rinviata perché, per il momento, prevalgono altri problemi ed altri interessi,

Il Medio Oriente è infatti di nuovo in prima linea non più per il petrolio (almeno da parte americana) ma per il ritorno dei sanguinosi conflitti ereditati dalla guerra in Iraq e dagli innumerevoli errori della passata politica, errori che hanno contribuito a dare vita ad un evento nuovo ed imprevisto, cioè la nascita del terrorismo con base territoriale. Un terrorismo che si fa Stato.

 

Tutti siamo al corrente di quanto sia pericolosa questa evoluzione e come grande sia la preoccupazione per una sua possibile espansione verso molti altri territori.

Minore riflessione è stata invece dedicata al modo con cui gli Stati Uniti sono costretti ad affrontare questa nuova sfida. Non certo scendendo di nuovo sul campo di battaglia. Prima di tutto perché l’opinione pubblica americana è stanca di combattere. Nel dibattito politico interno vi è ancora chi preferisce mostrare i muscoli ma, nella realtà dei fatti, nessuno è disposto ad assistere di nuovo alle cerimonie di ritorno delle salme dei soldati caduti nel lontano ed incomprensibile fronte del Medio Oriente.

 

Non essendo più in grado di pagare quest’altissimo prezzo, si usano strumenti meno rischiosi ma anche meno efficaci, come i bombardamenti aerei e il crescente rifornimento di armi alle coalizioni (più o meno amiche) disposte a combattere il terrorismo. Si è, a questo proposito, chiesta la collaborazione ad una quarantina di paesi e in primo luogo ai governi europei, che hanno reagito in modo cooperativo ma estremamente prudente, anche se la Francia si è più degli altri esposta inviando i propri jet a bombardare le postazioni dell’Isis. Ancora più prudente è stata la reazione dei Paesi arabi “amici”, alcuni dei quali continuano a mantenere un elevato livello di ambiguità anche di fronte a questa nuova espressione dell’estremismo islamico.

 

Nonostante questi comportamenti prudenti la nuova strategia di Obama si dedicherà sempre di più a chiedere un crescente impegno militare ai suoi alleati, impegno che, nel caso europeo, difficilmente potrà materializzarsi fino a che non ci sarà una politica estera comune.

Oltre all’interrogativo sulla risposta iraniana tre sono i maggiori ostacoli perché quest’accordo possa essere raggiunto. Il primo, del tutto ovvio, è quello di convincere l’opinione pubblica americana. Dopo tanti decenni in cui l’Iran è stato etichettato come il grande Satana non si tratta certo di un passaggio indolore.

 

Il secondo ostacolo, anch’esso non facile da fare digerire, riguarda la paura di Israele di essere abbandonato dall’ombrello protettivo americano. Senza questa riassicurazione difficilmente un qualsiasi accordo potrà andare in porto. Il terzo ostacolo si esprime nella necessità di concludere il trattato nucleare con l’Iran in accordo con la Cina e la Russia.

 

Inutile dire quanto questo sia difficile perché, anche se sbagliando, Russia e Cina possono pensare di avere interesse a tenere gli Stati Uniti impantanati ancora a lungo nel Medio Oriente.

Oggi, tuttavia, quest’accordo è possibile perché il nuovo terrorismo minaccia di espandersi ovunque e quindi fa paura a tutti, a partire dalla Russia e dalla Cina. Resta tuttavia fermo che, senza la firma di Russia e Cina, né l’opinione pubblica americana né Israele possono sentirsi rassicurati. Un fatto è quindi certo: la politica americana si sta allontanando sempre di più dalle solitarie prove di forza per fondarsi sulla diplomazia, le alleanze e gli accordi. Il soft-power e il cervello si sostituiscono progressivamente ai muscoli.

 

Solo con questa strategia Obama potrà affrontare con possibilità di successo anche la sfida con la Cina che, come egli stesso ha dichiarato, sarà il punto di riferimento della politica del secolo che stiamo vivendo. Non avendo per ora alcuna prospettiva che a questa grande gara partecipi l’Europa, ci limitiamo a sperare che questa sfida sia pacifica.

 

Fonte: Il Messaggero 21/9/2014