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Ogni reale cambiamento avviene attraverso la consapevolezza desta.

Se i pensieri fossero “chiari” forse l’uomo non si ammalerebbe: nel disturbo psichico si fa molto labile la consapevolezza del particolare modo di vivere il mondo esterno e così nella malattia fisica scompare o perlomeno diminuisce la coscienza dell’eventuale “ragione” psichica causa della malattia o che comunque sostiene e contribuisce al mantenimento della affezione stessa.
 
Quando il corpo è malato è possibile che siano malati i nostri pensieri e quando il nostro pensare è malato anche il corpo è malato.
Non può esserci cambiamento fisico e psichico senza una coscienza meno ottusa e più volitiva.
 
Nel capo, attraverso la “cognizione”, nel senso di “essere pienamente consapevole”, avviene il cambiamento; esso però non è la sede della guarigione. Questa la troviamo nel torace dove con il respiro si manifesta il nostro “sentire” e cioè la percezione degli affetti, delle emozioni, dei desideri.

Sogniamo credendo di essere nella realtà

I mass media, in particolare gli organi di informazione, hanno tanto potere sull’uomo di oggi perché egli vive sognando.
Nei disturbi psichiatrici ciò appare evidente, il malato sogna e crede d’essere nella realtà. Nell’ipocondriaco, nel fobico, nel paranoico che non possono avere un respiro libero, vive un mondo di sogno che fa paura, che il paziente percepisce come vero; per questa ragione tali persone si arrabbiano molto se qualcuno disconosce questa realtà sognante. E’ assurdo dire a un ipocondriaco: non hai nulla…

Le loro azioni, la loro volontà risentono dell’ottundimento della coscienza. Soffocata la consapevolezza, i pensieri diventano malati; il corpo è malato e si muove con lentezza, è greve con i muscoli tesi, i lineamenti del volto si fanno rigidi e gli occhi perdono lucentezza. La depressione grave porta con sé lo sguardo spento, una deambulazione lenta e senza vita, una pelle opaca, l’intero corpo manifesta la patologia del pensiero e degli affetti.

L’intervento terapeutico deve mirare a riportare chiarezza nel pensiero, coscienza (consapevolezza desta) della propria interiorità, ma ciò non può avvenire esclusivamente attraverso un processo (cognitivo) cerebrale, solo con l’intelletto, ma attraverso il “cuore”, agendo sul respiro.

In questi casi, emerge la necessità di una psicoterapia che utilizzando il corpo oltre che la parola, riesca a penetrare nel “sentire” dell’uomo risvegliandone la coscienza.

Sogniamo anche di giorno

Dall’esperienza clinica è possibile osservare che la coscienza (consapevolezza desta) è la fonte del cambiamento dell’uomo. Quando una persona diventa consapevole interiormente e non solo intellettualmente, scopriamo come la compulsione coatta del suo pensiero possa poi divenire consapevolezza del conflitto che dall’anima muoveva il pensare e come la consapevolezza assurga dal suo “sentire” che rappresenta la reale possibilità di guarigione.

L’umanità attuale “sogna” anche nella sua vita di veglia, e più ha un respiro bloccato e maggiormente non si accorge di sognare nella sua quotidianità. Vive di frasi fatte e di pensieri costruiti da altri, si nutre ogni giorno dell’opinione pubblica, perde o diminuisce la sua capacità di giudizio e di critica, ha immagini false dentro e fuori di lui ma scambia queste immagini per realtà. Proprio come avviene nell’onirico.

Sonnecchia nella sua vita quotidiana quando dovrebbe essere ben sveglio, così pensa con pensieri costruiti da altri e prodotti dai suoi fantasmi interiori. Sostiene di poter fare a meno dell’autorità costituita negandola e ribellandosi; in realtà cerca inconsciamente l’identificazione con essa per continuare a nutrirsi di illusioni.

Palafreniere, ecco il mio mestiere !

Probabilmente è radicato nella mia anima abbastanza in profondità questo sentimento. Perché ormai da decenni, anche nell’ultimo incontro con una persona della quale ho massima considerazione, è venuto fuori con molta spontaneità.

Alla domanda: “Ma tu, di cosa ti occupi esattamente?” Ho risposto proponendo l’immagine del palafreniere: “Aiuto le persone a salire sul loro cavallo affinché trovino la strada più agevole per raggiungere i loro obiettivi”.

E’ un mio credo l’attività che svolgo, dove arte, religione e scienza si interpenetrano e fecondano il mio essere e il lavoro che faccio. Quello di stare al fianco delle persone; affinché esse stesse, attraverso la ri-scoperta e il ri-conoscimento delle loro capacità e dei loro talenti, riescano ad emergere dalla palude del disagio.

 

 

Il cuore e la mente rivolti alla sofferenza dei sopravvissuti e all’impegno dei soccorritori.

A me ha sempre fatto piacere considerare la “medaglia del rovescio” piuttosto che il “rovescio della medaglia”; preferisco tener conto delle opportunità e del futuro, piuttosto che rimanere ancorato a ciò che è stato.

A margine dei disastri sopraggiunti in questi ultimi mesi, dalle rovine dei terremoti e dalla catastrofica valanga, sorgono molti spunti di riflessione per aggiornare le conoscenze e migliorare le pratiche.

Innanzitutto penso alla sofferenza dei sopravvissuti e all’enorme fatica dei soccorritori. Questi ultimi sono stati esemplari, oltre le capacità e l’altezza del compito, in grado di superare gli ostacoli con l’esperienza professionale e la notevole forza d’animo.

Mi soffermo per auspicare l’apertura di una (ampia) finestra della ricerca scientifica riguardo a ciò che è accaduto e alle esperienze accumulate in quelle circostanze. Individuando almeno due grandi temi: quello del trauma e della resilienza e il vasto campo relativo alla studio delle organizzazioni complesse e della leadership: quella “partecipata” e la “followership”, ad esempio.

Argomenti che, al di là della banalizzazione dei temi, possono aprire prospettive feconde per dare un senso più profondo e definito alla “protezione civile”, oggi vista soprattutto come una pluralità babelica.

Penso, ad esempio, a come un’osservazione longitudinale dei protagonisti e delle vicende, possa ampliare le conoscenze sullo stress post traumatico (soprattutto perché ci troviamo di fronte ad esperienze in cui il pericolo della vita è risultato veramente “tangibile” e allo stesso tempo si è manifestato su uno scenario diverso).

Penso poi al “governo delle operazioni” e a quanto – nei fatti – è andato oltre la banale linea delle gerarchie e delle “catene” di comando.

Riserverei una parte della riflessione agli aspetti di colore (dell’anima) a quell’empito genuino e generoso di partecipazione e soccorso che – in ambienti complessi e articolati – richiede soprattutto di essere “temperato” dall’alta specializzazione e funzionalità, oltre che dall’esperienza.

Mi piacerebbe anche vedere ampliato e aggiornato il tema della “capacità negativa”, con lo stesso entusiasmo e dedizione di Giovanni Lanzara, che fu il primo a mettere in evidenza questa speciale competenza nel corso degli eventi critici.

Insomma, non basta il buon cuore e, per ricordare una persona protagonista della nascita del volontariato dico: “per fare del bene, occorre saper fare bene”.