Archivio per Categoria Psicoterapia

Decalogo della quotidianità

Solo per oggi

cercherò di vivere alla giornata senza voler risolvere i problemi della mia vita tutti in una volta.

Solo per oggi

avrò la massima cura del mio aspetto: vestirò con sobrietà, non alzerò la voce, sarò cortese nei modi, non criticherò nessuno, non cercherò di migliorare o disciplinare nessuno tranne me stesso.

Solo per oggi

sarò felice nella certezza che sono stato creato per essere felice non solo nell’altro mondo, ma anche in questo.

Solo per oggi

mi adatterò alle circostanze, senza pretendere che le circostanze si adattino ai miei desideri.

Solo per oggi

dedicherò dieci minuti del mio tempo a sedere in silenzio ascoltando Dio, 
ricordando che come il cibo è necessario alla vita del corpo, così il silenzio e l’ascolto sono necessari alla vita dell’anima.

Solo per oggi,

compirò una buona azione e non lo dirò a nessuno.

Solo per oggi

mi farò un programma: forse non lo seguirò perfettamente, ma lo farò.
E mi guarderò dai due malanni: la fretta e l’indecisione.

Solo per oggi

saprò dal profondo del cuore, nonostante le apparenze, che l’esistenza si prende cura di me come nessun altro al mondo.

Solo per oggi

non avrò timori.

In modo particolare non avrò paura di godere di ciò che è bello
e di credere nell’Amore.

Posso ben fare per 12 ore ciò che mi sgomenterebbe se pensassi di doverlo fare tutta la vita.

 

Decalogo della quotidianità (Giovanni XXIII)

Donna o madre?

Sul Manifesto di sabato 7 marzo 2015, Sarantis Thanopulos, psichiatra psicoanalista napoletano di eccezionale acume, ha pubblicato un bellissimo articolo che trascrivo

 

 

Massimo Recalcati ha prospettato, di recente, il tramonto della madre che si sacrifica per accudire i figli, trattenendoli presso di sé con uno scambio tra la sua abnegazione e la loro fedeltà. Il suo posto è preso dalla madre “narciso”, ossessionata dalla propria libertà e dalla propria immagine, che vede nei figli un ostacolo. Nel passato la madre tendeva a uccidere la donna, oggi è la donna che sopprime la madre.

Secondo Chiara Saraceno, che l’ha criticato, Recalcati rischia di ridurre al vecchio aut-aut (la maternità o la carriera) un dilemma complesso: come conciliare il diritto di dare e ricevere cura con il diritto di essere cittadine. Perché, scrive Saraceno, “l’amore materno, a differenza  di quello paterno, deve essere a riparo da altre passioni, desideri, attività”?

Le madri possono trattenere i figli (unendoli al proprio destino) o respingerli e i due atteggiamenti, perlopiù inconsci, si alternano. Non lo fanno per compensare il loro sacrificio (dettato da convenzioni morali), né per narcisismo, ma perché sono infelici. Sono ferite nel loro desiderio femminile e si difendono da ciò che può impegnare profondamente la loro voglia di vivere (esponendole al dolore). Nulla è più coinvolgente (e rischioso) del loro bambino, che incarna la vita nella sua forma più pura. Devono tenerlo a bada sul piano dell’intensità dei sentimenti e lo legano a un patto simbiotico: eternamente insieme per difendersi dal mondo. Che siano tenere o dure non cambia molto: la devozione e il cinismo si alleano inconsapevolmente in ogni intesa che dimora nella solitudine.

Il narcisismo è una dimensione psichica che non è in sé negativa, essendo il primo passo nella vita. Non è sufficiente per appropriarsi di un posto nel mondo e, lasciato senza sponda, ripiega su se stesso o annega nella melanconia. Quando la donna appassisse, diventa d’obbligo la domanda: dov’è la sponda?  Netta deve essere la risposta: non è nella maternità.

Quando Giasone chiede a Medea il perché del suo misfatto, lei risponde che lui ha tradito il loro letto. Giasone, incredulo, esclama: “Tu per questo hai ucciso i figli!” La risposta di Medea trafigge, attraverso il tempo, le nostre difese (lo sguardo volto altrove): “Credi che sia poca cosa per una donna?”

Non si è compiutamente donne se non si desidera essere madri (non necessariamente facendo figli), ma, più radicalmente, non si può essere madri vere senza essere donne compiute. La maternità nel mondo umano non è un fatto “naturale”, non può essere ridotta alla procreazione e alla conservazione della specie (neppure nel mondo animale). Richiede la socializzazione del desiderio, se con questo si intende il rispetto del soggetto desiderato e non le norme sociali che ingessano la relazione erotica. La maternità è una funzione della “coppia  coniugale”, come la paternità.

Non si è madri ma solo figure (efficienti o renitenti) di accudimento, se non è possibile desiderare il proprio bambino ed essere oggetto del suo desiderio. Una donna non può aprire il suo corpo ai figli, consentendo loro di amare la vita, se non è in grado di accoppiarsi eroticamente (in mondo profondo e non in superficie) con suo marito, un altro uomo o una donna.

La passione amorosa non è poca cosa per la donna, sta al centro del suo mondo di essere.

La sua realizzazione come cittadina e lavoratrice non è in contraddizione con questo, ma ne deriva e ciò pone all’arrivismo maschile un argine.

Il nostro strano mondo esige, tuttavia, la trasformazione di una qualità femminile -condizione necessaria della vita- in dovere sociale che annulla la donna come soggetto erotico

Le famiglie hanno bisogno di riconquistare le loro funzioni di cura

Nelle attuali condizioni di vita, le persone sono continuamente costrette a superare molteplici e complesse crisi di adeguamento e/o di cambiamento che si presentano in forme diverse durante il loro sviluppo.

Anche in tali condizioni è possibile e sostenibile favorire la crescita delle persone, soprattutto promuovendo concretamente le funzioni sociali che competono loro, piuttosto che intervenire con investimenti rivolti unicamente agli stati “patologici” delle persone e delle famiglie.

Le famiglie hanno bisogno di riconquistare le loro funzioni di cura, di solidarietà e di educazione; è indispensabile perciò che le persone siano riportate al centro della vita quotidiana ribadendo la centralità e la insostituibilità delle loro capacità e potenzialità pro-positive.

Abusi e abbandoni entrano nel manuale che raccoglie le forme del malessere psichico

Voglio tenere in evidenza questa breve scheda redatta da Silvia Vegetti Finzi che, a margine di un convegno sulle esperienze traumatiche, pone in evidenza un dato incontrovertibile. Sono molte e sfumate le forme di violenza psicologica che influiscono negativamente sullo sviluppo delle persone. Occorre prestarvi attenzione, imparare a “leggerle” e mettere in atto interventi adeguati di supporto e terapia. Tra le tante possibilità di intervento che attualmente sono proposte dagli specialisti, trovo molto utili quelle centrate sul corpo e le emozioni. Ad esempio, la psico-vegeto-terapia di matrice reichiana.

 

“Ogni nuova edizione del Dsm ( Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders ), ora siamo alla quinta, pubblicata da Cortina, rappresenta una finestra aperta sul malessere psicologico di un’epoca. Per quanto l’inevitabile generalizzazione lo renda discutibile, questo manuale viene usato da medici, psichiatri e psicologi di tutto il mondo, sia nella pratica clinica sia nella ricerca scientifica, per cui ogni integrazione merita di essere considerata uno stimolo alla conoscenza e alla cura.

Un compito che si è riproposto il convegno «Il Dsm scopre le esperienze traumatiche», che è stato organizzato due giorni fa dal Centro Tiama (Tutela Infanzia Adolescenza Maltrattata) all’Auditorium don Giacomo Alberione di Milano.

La diagnosi e la terapia dei traumi psicologici ha una lunga storia, per lo più correlata ai disturbi presentati dai reduci di guerra. Ma già in Freud la persistenza del trauma e la coazione a ripetere inconsciamente emozioni negative che si vorrebbero dimenticare, assume il valore di un funzionamento mentale generale, esteso a esperienze molto lontane dai campi di battaglia.

In ambito psicologico, consideriamo trauma un evento improvviso, di segno negativo, cui il soggetto reagisce con un blocco del pensiero. La diagnosi e il trattamento di questo tipo di traumi è fondamentale negli interventi di emergenza richiesti da catastrofi collettive: terremoti, alluvioni, attentati. Ma una nuova sensibilità sta prendendo in considerazione anche traumi individuali come maltrattamenti infantili (anche precocissimi), abusi sessuali, stati di abbandono, bullismo scolastico, mobbing sul luogo di lavoro.

Perché un evento sia considerato mentalmente traumatico occorre che la vittima lo abbia vissuto con passività, che si sia sentita impotente, incapace di reagire e persino di pensare, che abbia preferito dimenticare l’accaduto piuttosto che accoglierlo nella mente affrontando il dolore che la rielaborazione comporta. In questi casi, anche anni dopo, la tensione tende a scaricarsi attraverso sintomi psicosomatici (insonnia, anoressia, irrequietezza, incapacità di attenzione e concentrazione) o comportamenti asociali (aggressività verso se stessi o gli altri, isolamento, blocco decisionale).

Il soggetto traumatizzato è vittima di ricordi immagazzinati nella memoria come frammenti di percezioni e di emozioni insensati e incomprensibili, schegge impazzite che ledono il senso di sé nell’ambito della sicurezza, dell’autostima e della responsabilità. Spesso la vittima, specie i bambini, preferisce assumersi la colpa della violenza subita pur di salvaguardare le persone dalle quali dipende la sua sopravvivenza.

Per poter procedere a una terapia occorre quindi che la persona traumatizzata sia disposta ad affrontare un percorso inizialmente destabilizzante e, a tratti, doloroso. Si tratta infatti di rivivere l’evento rimosso in una situazione protetta, ove sia possibile tradurre il caos emotivo in pensieri e parole condivisi e organizzarlo in una narrazione dotata di significato e di senso.

Le metodologie sono molte, spesso integrate, ma lo scopo è lo stesso: ridare alla persona traumatizzata fiducia in se stessa, capacità di gestire la sua vita e di affrontare eventuali traumi futuri”.

 

Silvia Vegetti Finzi

Corriere della Sera, 25 gennaio 2015, pag. 25

Quali sono i lavoratori più obesi?

Quali sono le professioni con il maggior numero di obesi nei loro ranghi? Il Wall Street Journal ha pubblicato le cifre dei tassi di obesità per occupazione negli Stati Uniti.

Nella popolazione dei vigili del fuoco, degli agenti di polizia e della vigilanza privata, l’incidenza è superiore al 40%, secondo i dati raccolti nel 2010 e pubblicati quest’anno.

A circa il 35% di obesità, si trovano gli operatori del sociale e gli appartenenti al clero, gli assistenti domiciliari, i massaggiatori, gli architetti e gli ingegneri.

Le occupazioni in cui l’obesità è meno frequente sono logicamente quelle degli atleti, ma anche attori, artisti e giornalisti (20,1%). In basso alla scala vi sono gli economisti, gli scienziati e gli psicologi, con un tasso del 14,2%.

Questi risultati sono in accordo con quelli ottenuti da un altro studio CDC pubblicato nel gennaio 2014. Gli accademici, i medici generici e gli specialisti hanno tassi più bassi di obesità per occupazione; camionisti, poliziotti e vigili del fuoco sono quelli che hanno i più alti tassi di sovrappeso.

Alcune occupazioni non sedentarie sono dunque molto colpite da obesità, e ciò può essere dovuto al forte stress della loro occupazione. Al contrario, tutti i lavori sedentari non sono colpiti nella stessa misura. Perché ricercatori ed economisti, sono poco colpiti da obesità e non sono meno sedentari di dipendenti del call center, dove la prevalenza di obesità è l’85%.Queste differenze, dicono gli autori della ricerca, si spiegano con il livello socio-professionale.

 

http://www.wsj.com/articles/memo-to-staff-time-to-lose-a-few-pounds-1418775776