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Non basta l’iniziativa o il fare … Occorre un processo di costruzione del senso

Lo “spopolamento” o la “infertilità” o gli altri problemi sociali evocati nelle discussioni generate dalla ingenua iniziativa di promuovere manifestazioni tipo il fertility day, lasciano in secondo piano un argomento inaggirabile: quello della genitorialità.

Genitori non siamo perché abbiamo procreato (con indiscusso e prevalente impegno delle mamme), questo lo fanno anche gli animali. O perché è stabilito da una norma giuridico-amministrativa.

I genitori sono tali nella pratica della genitorialità, della ri-generazione continua di un progetto che – a partire dall’idea di avere un figlio – si evolve in continuazione attraverso un processo e una costruzione di senso dell’essere papà o mamma.

Ciò che in altri ambiti si definisce “enactement”, un continuo “sostanziare” e un agire “in presenza” e consapevolezza di una responsabilità sociale che non posso delegare o esternalizzare.

E, a pensarci bene, è quanto sta mancando, a mio parere, anche a livello di generatività e ri-generazione, negli organismi sociali grandi e piccoli, nelle imprese e nelle professioni, in cui spesso manca la capacità di generare idee adeguate ai tempi nuovi e farle crescere attraverso progetti “sensati”.

Alcune specifiche configurazioni delle relazioni di lavoro: disagio, devianza e delinquenza.

I molteplici cambiamenti sociali ed economici succedutisi a partire dagli anni ’70, intensificatisi lungo gli anni ’90 e ampliatisi in questa transizione digitale, hanno imposto notevoli mutazioni al mondo del lavoro.

Le relazioni di lavoro, i processi e i tempi di produzione, i modelli gestionali, ecc. hanno assunto forme e dimensioni che, se da una parte hanno permesso alle aziende di adeguarsi alle esigenze dei mercati ed essere all’altezza delle nuove sfide della globalizzazione, dall’altra, hanno tuttavia innescato nuove problematiche psicosociali. Molti di tali problemi dipendono dal modo in cui si configura il rapporto tra la persona e l’organizzazione di cui fa parte: stili di leadership inefficienti, impossibilità di progettare una carriera e uno sviluppo professionale, cattiva qualità delle relazioni interpersonali, violazioni del diritto alla dignità e al rispetto, ecc.

In questo scenario, sono cambiate le organizzazioni di lavoro e soprattutto le persone che vivono al loro interno e utilizzano le risorse personali e professionali di cui dispongono; per affrontare la loro esperienza lavorativa, per rispondere alle esigenze del lavoro e del contesto organizzativo in cui progressivamente esse si inseriscono. Spesso rimane in secondo piano il ruolo fondamentale delle persone che fanno funzionare i processi organizzativi e investono le loro “risorse umane” indispensabili per i processi di lavoro e di produzione di beni e servizi. Esse, in verità, non sono un semplice fattore della produzione, ma rappresentano un meta fattore, nel senso che la finanza, l’organizzazione o la tecnologia, non esistono in se, ma esistono uomini e donne che fanno funzionare la finanza, la tecnologia, l’organizzazione.

Forse, proprio per aver posto maggiore enfasi sul rilievo giuridico/economico e finanziario di tali cambiamenti, in questi ultimi trenta anni abbiamo in gran parte trascurato il lato umano/umanitario dei processi e delle relazioni di lavoro. A ben rifletterci, abbiamo posto in secondo piano i temi dei valori della dignità della persona, dell’etica, della giustizia sociale, ecc. Allo stesso tempo, banalizzando diversi segnali importanti che sin dal 1986 l’Organizzazione Internazionale del Lavoro aveva lanciato; per richiamare attenzione sulle “interazioni tra contenuto del lavoro, gestione ed organizzazione del lavoro, condizioni ambientali e organizzative da un lato, e le competenze ed esigenze dei lavoratori dipendenti dall’altro”. E’ proprio tra le pieghe di queste interazioni, che si manifestano, da parte di appartenenti alle organizzazioni di lavoro, comportamenti che trasgrediscono le norme organizzative e ciò facendo minacciano gli interessi delle organizzazioni e/o delle persone che lavorano al loro interno.

A partire da queste premesse, voglio richiamare l’attenzione su alcuni segnali provenienti dal mondo del lavoro riguardo specifici fenomeni di deriva delle relazioni sociali che hanno proiezioni significative anche all’esterno della vita lavorativa. Si tratta di eventi critici ormai sufficientemente analizzati dalla psicologia del lavoro e delle organizzazioni; attraverso studi e ricerche empiriche, discussi e comunicati sulla letteratura scientifica internazionale. Utilizzando la ricerca intervento organizzativa, tali fenomeni, sono stati definiti in termini di “devianza all’interno dei processi produttivi”, “devianza verso la proprietà”, “devianza organizzativa”, “comportamenti antiproduttivi”, “comportamenti ostili”, “comportamenti antisociali (verso le persone e verso l’organizzazione)”, ecc. (Arousseau e Landry, 1996; Baron e Neuman, 1996; Damant, Dompierre e Jauvin, 1997; Giacalone e Greenberg, 1997).

L’interesse scientifico e la presa in carico di questa problematica nel nostro Paese è abbastanza recente, sebbene gli studi di Depolo, Guglielmi, Mariani e Toderi (2002), abbiano riconosciuto il fenomeno dei comportamenti antisociali al lavoro già da molti anni.
In questa breve argomentazione vorrei anche ricordare le derive dei “poteri del datore di lavoro”, che sono state in questi ultimi anni molto bene evidenziate anche dalla dottrina giuridica e dalla giurisprudenza. Ad esempio: “spesso una vicenda di mobbing si accompagna o si intercala con l’esercizio abusivo dei poteri imprenditoriali (spec. quello direttivo e lo jus variandi) e si manifesta mediante l’adozione di atti illegittimi di amministrazione del rapporto di lavoro”, (P. Tullini, 2000)

Ma l’ipotesi più frequente, fa notare M. T. Carinci (2007) è quella del demansionamento o dello svuotamento progressivo di mansioni; oltre i casi dell’esercizio plateale o esasperato del potere disciplinare per illeciti inesistenti o di lieve entità o con avvio della procedura poi non seguita dell’irrogazione della sanzione, o l’utilizzo abnorme del potere di controllo con richieste continue di giustificazioni e chiarimenti, senza adozione peraltro in alcun caso di provvedimenti sanzionatori; in altre vicende è stato utilizzato il potere di trasferimento non per sopperire ad esigenze organizzative, ma per indurre il lavoratore alle dimissioni. Degno di nota, il caso evidenziato ancora da M.T. Carinci, in cui lo strumento utilizzato fu il controllo delle assenze per malattia, tramite la richiesta all’Inps di visite con una frequenza ed una reiterazione tali da denotare chiaramente uno sconfinamento del potere dalla funzione propria.

Avere la possibilità di tener presente questo quadro di riferimento, ci permette di comprendere meglio la fenomenologia dei cosiddetti “rischi psico cociali” e, allo stesso tempo, aiuta a capire che nel mondo del lavoro vi sono molteplici forme di pressioni psicologiche e comportamenti devianti che dovrebbero essere oggetto di più approfondite analisi. Per prestare innanzitutto maggiore attenzione su un coacervo di problematiche che influiscono sulla salute delle persone. e che spesso hanno un denominatore comune nei cosiddetti “comportamenti ostili” al lavoro. Sono delle forme di devianza che incidono fortemente anche sui costi a carico delle aziende (Kidwell e Martin, 2005; Robinson e Greenberg, 1998) e che sovente rappresentano gli effetti della rottura del contratto psicologico del lavoratore sull’impegno verso l’organizzazione del lavoro (Depolo, Guglielmi, Mariani e Toderi, 2002)

Attraverso i richiami fatti in precedenza, mi preme segnalare che le ricerche condotte fino ad oggi offrono numerosi spunti per una più precisa definizione del fenomeno mobbing; ad esempio quella riportata nell’ultimo lavoro di Einarsen e colleghi (2003) e condivisa dai più insigni studiosi: “Il mobbing può essere definito come un’aggressione psicologica, una forma di offesa morale, volta a spingere una persona alla sua esclusione dal contesto lavorativo o danneggiare alcuni aspetti del ruolo lavorativo e della mansione. Per etichettare come mobbing determinate attività e processi, i comportamenti di vessazione devono essere esercitati ripetutamente e regolarmente (per esempio una volta alla settimana) e per un certo periodo di tempo (per esempio per almeno sei mesi). Il mobbing è un processo di intensificazione di un conflitto (escalation) nel corso del quale una persona si trova in una posizione di inferiorità ed è vittima di sistematiche azioni negative da parte di uno o più aggressori.

Il mobbing non si riferisce nè a un conflitto scaturito da un incidente o da un evento isolato nè ad un conflitto in cui tra trasgressore e vittima intercorre la stessa relazione di potere”.

L’argomento riveste tutt’ora enorme interesse. Mobbing, bullying, harcelement, work arassement, emotional abuse at work, sono concetti che hanno avuto una crescente evoluzione nella cultura di questi ultimi anni. Il riconoscimento e l’attenzione portati dai media, rilanciati da numerosi best seller, ne hanno fatto un elemento imprescindibile del dibattito sulla vita al lavoro. Il fenomeno è molto complesso e solo da qualche anno, in assenza di un quadro normativo specifico, le sentenze hanno cominciato a delinearne i contorni. Ma sarebbe bene che tali problematiche vengano gestite all’interno dei luoghi di lavoro piuttosto che in tribunale. Anche sul fronte della diagnosi del danno subito medici del lavoro, psicologi e medici legali stanno ancora affinando i metodi di valutazione. Sulla base di queste esperienze si comincia anche a parlare delle misure di prevenzione del fenomeno, che causa danni ai singoli lavoratori, ma anche alle aziende sia in termini di perdita di efficienza, sia in termini di costi legati alle possibili cause legali.

A questo punto, vorrei richiamare l’interesse dei lettori, sul fatto che la psicologia del lavoro, da anni pone molta attenzione proprio sugli antecedenti organizzativi e situazionali dei processi di mobbing e dei comportamenti negativi al lavoro. Nella letteratura scientifica sono presenti contributi che sottolineano la correlazione tra differenti fattori situazionali e i fenomeni di devianza, come le caratteristiche dell’organizzazione (Bjorkqwist et al., 1994), la carente progettazione del lavoro (Einarsen, Skogstad, 1996) lo stile di leadership inefficace (Vartia, 1996) e, naturalmente, la violazione del contratto psicologico. Da tempo, ad esempio, Depolo, Guglielmi, Maier e Sarchielli (2001) hanno posto in evidenza “che il contratto psicologico e il mobbing sono costrutti fortemente legati fra loro”.

Secondo gli studi e le ricerche della psicologia del lavoro e delle organizzazioni, vi sono diverse caratteristiche organizzative che possono essere ritenute fattori favorenti i fenomeni di devianza, tra cui elementi negativi del clima organizzativo (Zapf, 1999), stili inadeguati di leadeship (Skogstad, Einarsen, Torsheim, Aasland e Hetland, 2007), percezione di ingiustizia (Neuman e Baron, 2003), rottura del contratto psicologico (Depolo, Guglielmi e Toderi, 2004) e la competizione sul lavoro (per incarichi o avanzamenti di carriera) per ottenere il favore del capo (Zapf e Einarsen, 2005).

Le derive, di cui si è fatto cenno, nella maggioranza dei casi, possono dar luogo ad un significativo disagio psico-fisico che si ripercuote sia sul piano clinico che su quello lavorativo. Ciò rappresenta un costo anche per le aziende, in termini di calo della produttività e assenteismo, e per la società, in termini di richieste di assistenza sanitaria e di eventuali risarcimenti e o invalidità. Riveste pertanto molta importanza il ruolo della prevenzione, soprattutto nei soggetti e nelle situazioni che appaiono essere più a rischio.

In tale prospettiva il medico del lavoro, chiamato a consigliare il datore di lavoro sulle sue responsabilità nell’ambito della sicurezza e della salute sul lavoro, assume un ruolo fondamentale in tutte le fasi dell’intervento. Informa sui rischi per la salute dei lavoratori e per le disfunzioni organizzative e partecipa alla definizione di codici etici e comportamentali volti ad evitare o limitare al massimo il fenomeno. Può assumere il ruolo di “mediatore” tra lavoratore ed azienda, intervenendo per le specifiche competenze, qualora sia a repentaglio la salute del lavoratore. E’ chiamato a riconoscere i sintomi di scompenso dell’equilibrio psico-fisico intervenendo sulla persona, oppure indicando adeguate misure correttive a livello di condizioni di lavoro. Inoltre, in fase di visita periodica, il medico del lavoro può far luce sulla soddisfazione lavorativa e la percezione della qualità dei rapporti interpersonali, oppure esaminare attentamente i lavoratori al rientro da lunghe malattie, accertando che vengano adeguatamente rispettate le indicazioni sulle limitazioni all’idoneità, sensibilizzando sulle misure volte ad agevolare il rientro delle donne dopo la maternità, ecc.. L’attenzione del medico del lavoro verso i rischi psico sociali dovrebbe attivarsi specialmente in occasione di processi di cambiamento aziendale, operando contestualmente su due piani, quello epidemiologico e quello clinico con congruenti strategie di intervento, sia preventive che terapeutiche. Facendo in modo di cogliere i sintomi e i segni di eventuali problematiche a livello organizzativo; non trascurando di valutare i fattori individuali, per differenziare le effettive situazioni problematiche e proporre la realizzazione di eventuali provvedimenti e contromisure. Per far questo, il medico del lavoro, dovrebbe poter contare sul contributo di diversi specialisti, sia per quanto riguarda l’aspetto diagnostico/terapeutico (ad es. psicologi, neurologi, fisiatri.) che per quello valutativo e riparativo del danno (giuridico e medico legale).

In conclusione, vorrei considerare che, se i dati riferiti dalla letteratura scientifica, attraverso i quali concordano numerosi autori che si occupano del mobbing e di comportamenti antisociali al lavoro, pongono bene in evidenza un ruolo attivo (e forse non consapevole) che il livello organizzativo riveste nel favorire il manifestarsi di comportamenti negativi al lavoro, da ciò si può comprendere quanto sia importante agire sull’organizzazione del lavoro per realizzare una efficace attività di prevenzione di tali fenomeni. Una politica aziendale (possibilmente incoraggiata dai politici, dagli analisti economici e anche dai sindacati) capace di rispondere alla forte domanda di attenzione sui temi della “umanizzazione” del lavoro e della reale (attiva, attenta, costruttiva, costante) responsabilità sociale delle imprese può avere un ritorno positivo verso le aziende, anche in termini economici. Con un beneficio esteso a tutta la società.

Passaggio generazionale e cultura della mediazione

Esiste la possibilità di contare su un progetto di passaggio generazionale improntato alla cultura della mediazione.

Questo innovativo processo di consulenza considera innanzitutto il bisogno di ciascun elemento della famiglia di poter “influire” sulle scelte dell’imprenditore o dell’imprenditrice, rispetto al patrimonio e all’azienda di famiglia. Contemporaneamente, sostiene la opportunità di aiutare l’imprenditore o l’imprenditrice a mantenere la propria responsabilità genitoriale e generativa nei confronti della famiglia e dell’azienda. Decidere insieme l’avvenire dell’azienda e nello stesso tempo separarsi, cioè definire il proprio punto di vista individuale. Rendendosi consapevoli della propria differenza di vedute, la propria diversità; imparando a riconoscere i punti di vista divergenti e quelli discordanti, che possono rappresentare gli elementi della separazione e del conflitto ma anche le opportunità di intesa per un efficace passaggio generazionale. E’ possibile mediare le differenze e nello stesso tempo collaborare insieme per garantire uno sviluppo sano e competitivo all’azienda di famiglia.

Di solito sono proprio le diversità di punti di vista, di sentimento, che vengono utilizzate per armare il conflitto e per contrapporsi e cercare alleati da contrapporre ad altri alleati.

Però, se ciascuno accetta la responsabilità dei propri conflitti e quindi accetta la propria diversità – e di conseguenza riesce a rispettare e ad accettare la diversità dell’altra persona – probabilmente il conflitto può essere trasformato in progetto, nell’interesse principale dei della famiglia che è chiamati a garantire una congruente funzione di leadership all’interno dei processi organizzativi aziendali.

Razionalità dell’agire imprenditoriale

Le molteplici logiche dell’agire imprenditoriale costituiscono una notevole fonte di spunti per riflettere sulle modalità della successione, sia rispetto al profilo, sia rispetto allo stile di direzione dell’imprenditore. All’inizio degli anni ’90 Michel Bauer (Bauer M., Les Patrons de PME entre le Pouvoir, l’Entreprise et la Famille. Paris, InterEditions, 1993), ha descritto molti casi, dai quali ha tratto la conclusione che occorre mettere in discussione l’esclusività della razionalità economica alla base delle scelte imprenditoriali. Sostenendo che le operazioni economiche sono certamente importanti, ma non sono esaustive e non rendono onore alla complessità dei problemi che devono affrontare gli imprenditori.

Bauer scrive che i dirigenti d’impresa spiegano tutto attraverso i numeri; evitando di evocare le loro preoccupazioni famigliari, le difficoltà e/o i piaceri dell’esercizio del potere, che tuttavia influiscono sul loro operato. Si adeguano scrupolosamente alla regola del “parlare-soltanto-economico”. Del resto, dice Bauer, in un mondo caratterizzato da esigenze d’efficacia e razionalità, di modernità e competenza, come potrebbero confessare queste realtà più “tradizionali” che coinvolgono la sfera affettiva e politica, i sentimenti e la parentela? Il fatto è che anche i loro interlocutori rispettano tutto questo e non derogano mai alla regola del “parlare-soltanto-economico”. Ad esempio, per spiegare, salutare o criticare le strategie decise ai vertici delle aziende, gli osservatori più credibili (giornalisti, economisti, analisti finanziari, ecc.) si esprimono come se non conoscessero un solo modo di esprimersi: quello economico. Tutti i discorsi “seri” fanno così apparire l’imprenditore come un essere che prende ogni decisione in funzione della sola razionalità economica. Ma, a questo punto, lo scarto tra realtà e linguaggio può diventare ragguardevole, in quanto nessuno affronta il “non detto”, il non economico, che diventa pertanto un vero tabù.

Sembra pertanto – dice Bauer – che gli imprenditori seguono in modo esclusivo la logica dell’efficacia economica e che le questioni di potere e le vicende famigliari non pesano affatto sulle loro decisioni.
Per comprendere le difficoltà incontrate da un imprenditore al momento di preparare la sua successione occorre rendersi conto del carattere riduttivo delle argomentazioni economiche; à necessario uscire dagli schemi strettamente economici o “manageriali” per comprendere il comportamento effettivo dei dirigenti e degli imprenditori.. Ai vertici delle aziende, anche se tabù, le logiche politiche e famigliari sono ancora importanti. Occorre mettere in discussione la regola del parlare-soltanto-economico, cogliendo così le complesse dinamiche che agevolano o impediscono la successione dell’impresa familiare. Vi sono logiche sotterranee che, pur non essendo economiche, pesano sulle decisioni. Occorre scoprire il non detto e far apparire in tutta la sua evidenza che l’imprenditore, nella sua attività professionale, è un essere molto più complicato rispetto alle usuali rappresentazioni, molto più sensibile e complesso di quanto non rivelino i discorsi freddi ed astratti della teoria economica. Il nodo critico della trasmissione, sottolinea Bauer, sta nella pluralità delle razionalità presenti nella testa di ogni imprenditore e nell’esito dei conflitti che le diverse scelte possibili provocano.

Un imprenditore è “un uomo a tre teste”. Questa la “legge fondamentale” dedotta da Bauer. In parte è Homo oeconomicus, interessato ai risultati della sua azienda e ai guadagni che produce. In parte è Homo politicus che, come tutti gli uomini politici, cerca di consolidare il suo potere o, quanto meno, di conservarlo. Infine è Pater familias che, come molti padri di famiglia, cerca a suo modo di aiutare i figli.
Al comando della sua azienda un imprenditore agisce non soltanto secondo una razionalità economica, ma allo stesso tempo secondo una razionalità politica ed una famigliare. La sua attività professionale, costituita dall’insieme delle decisioni che prende, va considerata come il prodotto di questa tripla razionalità.

Bauer delinea alcune situazioni tipo per descrivere come dirige la sua impresa un capo che funziona soltanto secondo la sua razionalità politica e come immagina la sua eventuale successione. Secondo l’autore, alcuni capi non trasmettono spontaneamente la loro impresa, a meno che non si intenda con questo: “abbandonare volontariamente la poltrona dopo aver selezionato e poi formato il successore”. La loro testa di homo politicus non li spinge affatto ad abbandonare il potere, ma anzi a conservarlo.
Altri capi evitano di avere accanto un delfino; al massimo accettano un “erede di famiglia”, ma mantenendolo nella condizione di “erede-che-aspetta-passivamente”.
Vi sono altri imprenditori particolarmente reticenti a dividere l’esercizio del potere. Vegliano perchè la loro autorità non possa essere messa in discussione.
Alcuni capi d’impresa provano molta difficoltà a smettere di lavorare a un’età che per i dipendenti corrisponde a quella della pensione. Tendono piuttosto a rimanere aggrappati al loro potere ed a conservare le loro prerogative il più a lungo possibile. E’ il caso di quelli che rimangono al timone anche da vecchi e non pensano di preparare la successione perché non hanno che settant’anni …

La storia di ogni passaggio generazionale d’impresa è frutto di una complessa interazione tra le tre “teste” dell’imprenditore e le soluzioni aprioristiche per risolvere i problemi di successione rischiano di essere poco incisive se non tengono conto delle modalità di gestione (del potere) della governance.

Promozione del clima come buona pratica dell’impresa di successo


La competitività di un’azienda risiede nella sua capacità di tendere alla Qualità Totale, ovvero al soddisfacimento dei propri clienti tramite lo sviluppo di un sistema eccelso in tutte le sue prestazioni.

Recentemente la visione dell’azienda si è evoluta: prima che produttrice di profitto, è un luogo sociale in cui si creano valori in armonia con il mercato, la società e l’ambiente. La stessa Costituzione Italiana sottolinea questa mutata concezione dell’impresa: “ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, una attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società” (art.4), e: “l’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana…” (art. 41).

Coerentemente con quanto appena esposto, sempre più aziende oggi adottano un comportamento socialmente responsabile (aderente all’ottica del Corporate Social Responsability- CSR) che porta benessere a tutti gli interlocutori aziendali (gli stakeholders), tra i quali anche la comunità. L’art. 41, di cui sopra, prosegue dichiarando che “… la legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali”. Il ministero del Welfare, infatti, promuove la CSR come garanzia di competitività, attivandosi anche con azioni concrete di informazione, supporto, agevolazioni e finanziamenti che premiano l’adozione di questo atteggiamento da parte delle imprese.

Alla luce di questa premessa, appare inevitabile, nell’ambito dell’impresa, una visione più sistemica anche dei concetti chiave della qualità totale, cliente e qualità.

I clienti sono coloro che fruiscono dei servizi/prodotti che l’azienda offre per il soddisfacimento dei loro bisogni, delle loro aspettative e dei loro desideri. In tal modo è possibile considerare clienti tutti coloro che traggono beneficio dal rapporto con l’azienda, quindi tutti i suoi stakeholders:

(1) “interni” – sia i dipendenti, fruitori di servizi loro preposti (mensa aziendale, amministrazione, medico del lavoro…) sia i fornitori;

(2) “esterni”– i clienti tradizionalmente intesi, ma anche gli azionisti, che portano maggiori investimenti a fronte di una elevata fiducia nell’azienda; il mercato, che ha il potere di decidere l’inclusione o l’esclusione dei suoi partecipanti; e ancora, tutte le parti sociali, quali le Pubbliche Amministrazioni, le collettività, le associazioni e le istituzioni, che possono trarre benefici dall’impresa che porta prosperità, posti di lavoro ma anche, nell’ottica della CSR, sostegno per le attività sociali (attività sportive, iniziative di assistenza, programmi di ricerca…). Ognuno di questi interlocutori aziendali trae beneficio dai servizi dell’impresa; beneficio che a sua volta ritorna all’azienda in termini di maggiore competitività, soprattutto dal punto di vista economico.

Anche il concetto di qualità è mutato: è necessario perseguirla su tutti i livelli dei processi aziendali, interni ed esterni. Le azioni devono essere trasparenti e progettate in una giusta combinazione di etica e qualità, in cui la prima suggerisce come essere e la seconda come fare.

L’impresa opera attualmente in questo tipo di situazione.

Per parlare di responsabilità sociale è però necessario partire dalle persone: prima di agire sulla realtà esterna (comunità e ambiente), l’azienda deve in primo luogo agire sulla sua realtà interna (i dipendenti). Comportandosi in maniera responsabile con coloro che sono l’azienda, essa potrà garantire un comportamento etico anche verso l’esterno. Quindi il primo passo verso la QT è l’orientamento alla soddisfazione dei lavoratori. Tale scopo è perseguibile attraverso un clima aziendale principalmente determinato dall’attenzione all’etica e alla qualità. Questo significa che i primi clienti cui l’impresa deve dedicare attenzione sono coloro che ne costituiscono l’essenza: i dipendenti. L’UNI EN ISO 9001:2000 menziona il coinvolgimento del personale tra i suoi 8 principi fondamentali. Il pieno coinvolgimento dei dipendenti è un’opportunità per metterne le capacità al servizio dell’organizzazione e renderli coscienti della loro importanza. L’azienda deve attivarsi affinché l’ambiente di lavoro incentivi la motivazione e la soddisfazione del personale. Questo è possibile attraverso una gestione proattiva e creativa: proattiva in quanto promotrice di cambiamenti, non vittima di essi, e creativa in quanto tesa all’innovazione, soprattutto nel management. Il cambiamento verso una migliore soddisfazione del personale è perseguibile attraverso interventi mirati che vedano il personale come primo attore del cambiamento. Poiché si può migliorare solo ciò che si misura, si procede innanzitutto con il monitoraggio del clima in cui i dipendenti lavorano; se si vuole intervenire sulle emozioni e percezioni del personale, si deve intraprendere una raccolta sistematica di queste tramite un’analisi del clima aziendale. L’analisi climatica in genere è utilizzata proprio per individuare i punti di forza e i punti critici dell’organizzazione, al fine di sviluppare azioni mirate al suo miglioramento (Majer, Marcato e D’Amato, 2001).

L’importanza del clima aziendale rispetto alla qualità di un’azienda è dovuta all’influenza da esso esercitata sull’ordinamento degli attributi dell’ambiente di lavoro, assumendo il ruolo di filtro di percezione della realtà da parte dei dipendenti (Battistelli e Loi, 2003). In tal modo, influenza importanti processi organizzativi (soluzione di problemi, processi decisionali, comunicazione, processi psicologici di apprendimento, creatività, motivazione e impegno), che a loro volta lo influenzano: il miglioramento del clima aziendale porta a un circolo virtuoso che incentiva creatività e innovazione (Ekvall, 1997).

Questa condizione comporta:

_ l’elevamento della qualità interna, grazie al clima positivo promotore di salute, benessere e sicurezza nel luogo di lavoro. Questo migliora motivazione e job satisfaction;

_ la diminuzione dei costi, per il contenimento/controllo dei rischi legati alla professionalità: diminuiscono le spese per l’assicurazione e i risarcimenti per infortuni sul lavoro, le spese dovute ad un alto turnover e a lunghe assenze per malattie/infortuni, e per contenziosi e vertenze tra l’azienda e i dipendenti.

Il monitoraggio del clima deve procedere attraverso la valutazione, da parte dei dipendenti, del clima in cui lavorano. La raccolta di queste opinioni può avvenire tramite l’accordo/disaccordo riguardo ad affermazioni relative all’organizzazione. Per esempio una frase che esprima una valutazione relativa a uno dei fattori che concorrono al mantenimento di un buon clima aziendale, quale la qualità degli strumenti. Un prodotto adatto al segmento di mercato, di qualità affidabile e strumenti adatti alla gestione dei clienti esterni, aiuta infatti i dipendenti a sentire di possedere controllo nel loro lavoro, e di controllare la propria condizione lavorativa. Essi sono quindi più soddisfatti e operano in modo più produttivo.

Come la qualità degli strumenti, esistono altre potenziali aree la cui percezione da parte dei dipendenti influisce sul clima da loro percepito: l’ambiente di lavoro, flusso e fluidità del lavoro, l’immagine dell’azienda, remunerazione e riconoscimento, l’interesse al lavoro, i rapporti interpersonali, l’autonomia decisionale, l’assunzione di responsabilità e la gestione delle altre persone. Due ulteriori dimensioni aziendali sono indicatori rilevanti per la conferma dell’adesione da parte dell’azienda a una linea di comportamento più etico:

_ l’attenzione ai rischi psicosociali sul luogo di lavoro: stress lavorativo e disagi relativi alle differenze di genere, oltre che i rischi loro correlati;

_ l’attenzione all’interfaccia casa-lavoro e il supporto psico-sociale ai problemi extralavorativi dei dipendenti.

Il prendersi carico dei problemi dei dipendenti, attraverso la loro tutela da potenziali rischi legati al lavoro e alla vita extralavorativa è una testimonianza aggiuntiva della centralità che si vuole dare al benessere del cliente, nel caso specifico “interno”.

Un modalità di attenzione verso i propri dipendenti può essere, per esempio, l’adozione di un punto di vista di genere riguardo alla prevenzione della salute e sicurezza sul luogo di lavoro (European Agency for Safety and Health at Work, 2003). Le normative a tutela dei lavoratori sono erroneamente orientate verso l’uguaglianza di genere, sebbene le differenze esistano e richiedano un relativo trattamento differenziato. Un passo in questa direzione può essere l’attenzione all’interfaccia casa-lavoro.

L’azienda si può attivare mediante la disposizione di un supporto psicologico, sociale, o anche semplicemente informativo, dedicato ai propri lavoratori sul luogo di lavoro; o anche mediante un sostegno concreto a problemi non inerenti alla sfera professionale, quali agevolazioni individuali o consulenze specifiche per problemi personali (dipendenze da alcool, droghe, tabagismo…), di salute (fisica o psicologica), o familiari (anziani a carico, salute di familiari stretti, situazioni familiari anomale o difficoltose). Queste tipologie di problemi sono destinati sicuramente ad aggravarsi e ad aggravare anche lo stress sul lavoro, innescando un circolo vizioso sempre più difficile da interrompere.

L’attenzione da parte dell’azienda al benessere dei propri dipendenti, e soprattutto la relativa percezione di questo atteggiamento da parte di questi ultimi, rivela il reale livello di interiorizzazione della cultura del CSR e incentiva i dipendenti stessi ad interiorizzare loro volta il medesimo atteggiamento verso l’azienda e verso i suoi clienti. Per questo motivo il prendersi cura dei propri dipendenti, anche al di fuori della sfera professionale, è il primo step verso un comportamento etico più ampio: capace di tutelare il proprio benessere interno, l’azienda può poi operare anche per quello esterno (sociale e ambientale).