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Oltre il giardino – 52 spunti per accompagnare un anno di lavoro

Oltre il giardino

Miscellanea di appunti scritti dall’autore tra il 2002 e il 2004 – riferimenti di cronaca aggiornati nel 2017

Uno spunto di riflessione a settimana

“Venire oltre”, dicono ancora nelle campagne toscane, intendendo con ciò: “venite avanti, entrate, venite in qua”. In questo senso viene “oltre” chi procede verso di noi. Entra chi va “oltre il giardino”.

Il nome di questa raccolta (un chiaro riferimento al bellissimo film di Hal Ashby, del ’79, interpretato da Peter Sellers) vuole proprio essere un invito a entrare nel metaforico giardino dell’anima. Così come ben evocato da Chance, il giardiniere del film, e dalla sua storia.

Con lo scopo di ricreare un luogo di incontro ideale. Quello che un tempo presentava simbolicamente il luogo della crescita, della coltivazione dei fenomeni interiori della vita, della relazione con le forze creatrici cosmiche.

Un posto dove si possa riscoprire la vita di sentimento e non solo quella della ragione, coltivare un pensiero che medita (quello del cuore) e non solo quello che calcola.

C’è in questo l’opportunità di ripercorrere la strada dell’evoluzione interiore, assai lunga, che è giunta a una notevole ricchezza di contenuti, troppo spesso trascurati e dimenticati.

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      Essere al servizio degli altri, implica prendersi cura di noi stessi

      Dale Larson, l’autore di “Aiutare chi soffre” (The helpers journey: Working with people facing grief, loss, and life-threatening illness. Research Press, Champaign, Illinois, 1993) che La Meridiana ha pubblicato in traduzione italiana nel 2007, ci ha aiutato negli anni a comprendere con molto realismo ed umanità perché così tanti, fra chi svolge una professione d’aiuto, cadono nel burnout. Quella forma invasiva di esaurimento emotivo, fisico e psicologico, derivante da un coinvolgimento intenso e a lungo termine con persone che richiedono particolare impegno ed attenzione. Uno stato in cui una persona arriva a dire “non ne posso più”.

      Larson, con questo suo libro ci offre un manuale che cerca di divulgare aspetti psicologici e fornire al lettore strumenti che accrescono concretamente la sua efficacia. Egli – a ragione – ritiene che, per diventare caregiver più efficaci e capaci di affrontare lo stress, sia necessaria la conoscenza e l’acquisizione di specifiche abilità psicologiche che non si apprendono automaticamente lungo il percorso di aiuto, come il senso comune vorrebbe affermare nel dire “si impara facendo”. Il libro propone molti esercizi ed attività pratiche che il lettore potrà applicare e personalizzare valutando criticamente le idee e le tecniche presentate.

      La prima parte del libro si focalizza sulle esperienze interiori di chi aiuta, sul coinvolgimento emotivo e la realtà intima dell’helper. La seconda parte si occupa della dimensione interpersonale e approfondisce la relazione d’aiuto e le abilità comunicative che sono i mezzi attraverso cui si esprime e concretizza l’aiuto all’altro. La terza parte, infine, analizza il lavoro di gruppi, équipe e sistemi di aiuto operanti nella realtà statunitense.

      Il libro è frutto della lunga e autorevolissima esperienza dell’autore, viene presentato come guida per chi offre relazioni d’aiuto a persone colpite da lutti e malattie terminali; in realtà contiene numerosi spunti di riflessione validi per tutti coloro che desiderano affrontare il problema del burnout a partire da un orientamento “centrato sul cliente”, così come ci è stato trasmesso da Carl Rogers, il quale per primo ci ha fatto comprendere la importanza del counseling condotto in modo non direttivo. Larson in questa sua opera offre spunti di osservazione e suggerimenti pratici che ci aiutano a considerare in modo nuovo un problema che coinvolge molte attività professionali e, di conseguenza, molte organizzazioni di lavoro.

      Attraverso questo libro ogni lettore, a partire dalla propria esperienza del proprio ruolo sociale e dei compiti ad esso connessi, potrà rendersi conto che ogni attività di “servizio” o di aiuto, qualsiasi forma di consulenza, utilizza un insieme coerente di atteggiamenti che sono profondamente radicati nell’organizzazione individuale dell’operatore. Pertanto se chi presta aiuto o consulenza cerca di usare solo un “metodo” di intervento, egli è votato all’insuccesso (burn out) se tale metodo non è genuinamente in linea con i suoi stessi atteggiamenti: i sentimenti, le azioni, i pensieri.

      Riusciremo a comprendere meglio questo assunto, rendendoci conto che il primo elemento di stress, quello che può creare molti problemi, è situato proprio nel nostro modo di porci di fronte agli eventi. Riguarda il modo in cui noi vediamo le cose, come le pensiamo. Noi stessi siamo fonte delle nostre tensioni, del nostro “scoppiare”. Molto spesso abbiamo pensieri irrazionali che ci possono danneggiare. I fatti o le situazioni scatenanti non hanno un valore emotivo in sé ma è il nostro modo di valutarli che provoca una diversa reazione psicologica.

      A volte ci è capitato – e capita tutt’ora – di trovarci di fronte a una situazione difficile in cui non sappiamo cosa fare, non sappiamo come affrontarla o non abbiamo gli strumenti necessari per intervenire in modo efficace su di essa, non possiamo agire in modo adeguato.

      Si tratta in genere di un evento, un compito o una prova che in quel momento fa emergere il limite delle nostre possibilità, un sentimento che viene da noi vissuto con un certo grado di disagio.

      A questo punto, il segnale della nostra inadeguatezza si manifesta attraverso l’ansia che a sua volta sottintende l’indice della nostra fatica psicofisica o del nostro stress.

      Tutto questo capita quotidianamente: in famiglia, a scuola, al lavoro, ecc..

      Avviene anche nei casi in cui ognuno di noi agisce professionalmente con l’obiettivo di aiutare un’altra persona.

      Ma nel momento in cui non riusciamo a raggiungere quella meta, a realizzare cioè quel compito richiesto al nostro ruolo, questo può – in moltissimi esempi – tramutarsi in una minaccia nei nostri confronti. Diventa un attacco alla nostra autostima, in quanto ci sentiamo a disagio e immaginiamo che qualcuno – oltre il nostro senso di colpa – potrebbe anche avere da ridire sul nostro operato.

      E’ pur vero però che quando riusciamo a renderci conto di vivere una tale situazione possiamo dire: “io posso lottare, posso fronteggiare la minaccia alla mia autostima”.

      Però, ahimé, quasi mai ce ne accorgiamo in tempo …

      C’è un aneddoto simpatico raccontato da Larson che definisce molto argutamente la situazione vissuta, dagli operatori delle professioni di aiuto. Un uomo si trova a casa sua nel bel mezzo di un’alluvione. L’acqua ha invaso il piano terra e lui è salito al primo piano. Arriva a un certo punto una barca a soccorrerlo e lui risponde così: “No, rimango perché ho fede in Dio”, poi l’acqua sale ancora e lui sale al 2° piano. Arriva un’altra barca a soccorrerlo e lui soggiunge: “Resto, perché ho fede in Dio”. L’acqua continua ad aumentare: l’uomo è costretto a salire sul tetto. A quel punto arriva un elicottero che gli getta una corda e lui ancora: “No, resto perché ho fede in Dio”. Dopo di che l’acqua raggiunge il tetto, lo travolge e lui annega. Arriva poco dopo alle porte del Paradiso, vede San Pietro e si lamenta con lui: “Come mai è successo questo? Avevo riposto tutta la mia fede in Dio e sono annegato!” e San Pietro serafico gli risponde: “Non so di cosa ti lamenti: noi ti abbiamo mandato due barche e un elicottero!”

      Ecco, esistono barche ed elicotteri intorno a noi e potremmo servircene per trarne beneficio. Certo, possiamo ricevere un supporto dagli amici o dalla famiglia, ma l’ideale è riceverlo da persone adeguatamente preparate, meglio ancora, le persone che abbiano la capacità di mettersi negli stessi nostri “panni”.

      In conclusione, sembra voler dire Dale Larson, il servizio di cura ed assistenza, cioè l’essere al servizio degli altri, implica il prendersi cura di noi stessi. In questo caso una formazione specifica è fondamentale.

      Questo libro va oltre il suo scopo, ci fa capire che non solo i caregiver, ma i medici, gli infermieri, gli insegnanti e quanti svolgono un’attività di servizio con forte coinvolgimento emotivo, si trovano continuamente sfidati a ricercare la “giusta distanza” che permette loro di essere adeguatamente coinvolti senza rovinare il rapporto professionale. Sfidati a mettere in pratica adeguate modalità di comportamento per evitare il rischio di scoppiare (burn out) e mantenere un proprio equilibrio, con un coinvolgimento emotivo adeguatamente distaccato, che non sia del tutto distaccato e tantomeno sia un coinvolgimento emotivo totale. Una sfida continua in cui ciascuno è chiamato a ricercare ogni volta un coinvolgimento adeguatamente distaccato (empatia), un modo di essere emotivamente coinvolti senza esserlo totalmente.

       

      Vittorio Tripeni (2008), “Essere al servizio degli altri, implica prendersi cura di noi stessi”. Prevenzione Oggi (Ispesl), Supplemento numero 3, anno 2008, pag. 77-78

      Il cuore e la mente rivolti alla sofferenza dei sopravvissuti e all’impegno dei soccorritori.

      A me ha sempre fatto piacere considerare la “medaglia del rovescio” piuttosto che il “rovescio della medaglia”; preferisco tener conto delle opportunità e del futuro, piuttosto che rimanere ancorato a ciò che è stato.

      A margine dei disastri sopraggiunti in questi ultimi mesi, dalle rovine dei terremoti e dalla catastrofica valanga, sorgono molti spunti di riflessione per aggiornare le conoscenze e migliorare le pratiche.

      Innanzitutto penso alla sofferenza dei sopravvissuti e all’enorme fatica dei soccorritori. Questi ultimi sono stati esemplari, oltre le capacità e l’altezza del compito, in grado di superare gli ostacoli con l’esperienza professionale e la notevole forza d’animo.

      Mi soffermo per auspicare l’apertura di una (ampia) finestra della ricerca scientifica riguardo a ciò che è accaduto e alle esperienze accumulate in quelle circostanze. Individuando almeno due grandi temi: quello del trauma e della resilienza e il vasto campo relativo alla studio delle organizzazioni complesse e della leadership: quella “partecipata” e la “followership”, ad esempio.

      Argomenti che, al di là della banalizzazione dei temi, possono aprire prospettive feconde per dare un senso più profondo e definito alla “protezione civile”, oggi vista soprattutto come una pluralità babelica.

      Penso, ad esempio, a come un’osservazione longitudinale dei protagonisti e delle vicende, possa ampliare le conoscenze sullo stress post traumatico (soprattutto perché ci troviamo di fronte ad esperienze in cui il pericolo della vita è risultato veramente “tangibile” e allo stesso tempo si è manifestato su uno scenario diverso).

      Penso poi al “governo delle operazioni” e a quanto – nei fatti – è andato oltre la banale linea delle gerarchie e delle “catene” di comando.

      Riserverei una parte della riflessione agli aspetti di colore (dell’anima) a quell’empito genuino e generoso di partecipazione e soccorso che – in ambienti complessi e articolati – richiede soprattutto di essere “temperato” dall’alta specializzazione e funzionalità, oltre che dall’esperienza.

      Mi piacerebbe anche vedere ampliato e aggiornato il tema della “capacità negativa”, con lo stesso entusiasmo e dedizione di Giovanni Lanzara, che fu il primo a mettere in evidenza questa speciale competenza nel corso degli eventi critici.

      Insomma, non basta il buon cuore e, per ricordare una persona protagonista della nascita del volontariato dico: “per fare del bene, occorre saper fare bene”.

       

       

       

      Le malattie mentali, i soldati della Prima guerra mondiale e l’allora nuovissimo ospedale psichiatrico di Treviso


      La salute mentale non è solo affare degli psichiatri. E’ una faccenda che coinvolge le varie espressioni del vivere organizzato dal punto di vista socio-economico e territoriale  (servizi, scuola, organizzazioni produttive, luoghi di lavoro e di cura, forze dell’ordine e della difesa, ecc.).

      Trovo molto interessante questo scritto di Gerardo Favaretto, psichiatra sul campo e docente di psichiatria all’Università di Padova, che riporta alla luce il dibattito sulla Psichiatria italiana all’epoca della prima guerra mondiale e sull’organizzazione dell’assistenza ai soldati.

       

      Si sono scritte milioni di parole sulla guerra, forse di più degli uomini uccisi e feriti , forse di più dei proiettili sparati da fucili e cannoni. Parole  che nella tragedia aspirano a  raccontare  storie di eroi  o  di vittime. Parole che ripetono incessantemente il motto degli antichi guerrieri greci : “ è caro agli dei chi muore giovane “. Parole che raccontano di vittorie , di gloria e di disperazione, di desertici orizzonti della catastrofe e della retorica di avere prevalso sul nemico. Non vi è dubbio però che il modo di ricordare, raccontare e di conoscere la guerra è profondamente cambiato dopo la prima guerra mondiale.

      Da lì non sono più bastate  le parole per poter descrivere  dolore, angosce e  rabbia,   freddo e  paura, parole adeguate a raccontare la profonda  disperazione di essere soli  di fronte alla morte  che si è portata via il mondo .

      Tutto è definitivamente cambiato a partire dal Novecento, dall’avvento della modernità, delle masse , delle macchine . La tecnica disegna un confine  dal quale è impossibile tornare in indietro e dal quale sarà da allora in poi  impossibile dimenticare di averlo varcato . Macchine serve che diverranno padrone , macchine sterminatrici, dissacrartici dei corpi . Macchine e tecniche  che faranno morire nei primi minuti di battaglia più persone di quante ne siano morte in guerre precedenti e che  faranno contare a milioni i morti, alla fine della guerra: una intera nazione cancellata dalla terra.

      Partendo da qui chiedersi quale sia la natura del rapporto fra  la prima guerra mondiale e la follia resta  una ardito paradosso. Anche nel caso, come il nostro, nel quale si voglia rivedere quale ruolo e quale parte  abbia giocato  l’allora nuovissimo  ospedale psichiatrico di Treviso: per quali persone questo istituto divenne rifugio e via di allontanamento da un fronte drammatico e pieno di morte , per quanti infine la rottura della dimensione emotiva significò, prima ancora di ogni ferita al corpo, la impossibilità a svolgere quello che la disciplina di guerra chiama, e qui davvero c’è molto da discutere,  il proprio dovere.

      Per comprendere lo specifico aspetto di questo evento bisogna però rievocare  brevemente i termini del dibattito  che caratterizzava la Psichiatria italiana all’epoca della prima guerra mondiale.

      Reduce da una recente riforma ( 1904 ) che istituiva gli ospedali psichiatrici in una nazione relativamente giovane nella sua unità, la Psichiatria   era, in quegli anni, percorsa da  confronti significativi e da radicali contrapposizioni.

      La legge del 1904 veniva promulgata anche in conseguenza di uno scandalo su come venivano  incatenati e maltrattati gli alienati, scandalo che aveva richiamato l’attenzione  dell’intero paese e  che traeva origine dal lavoro di una commissione di indagine condotta dal prof. Belmondo, illustre cattedratico a Padova,  presso l’istituto Fatebenefratelli a San Servolo di Venezia  allora uno dei principali ospedali , primo fra manicomi del Veneto.

      Il professor Belmondo era uno dei sostenitori della psichiatria norestraint come testimoniano molti suoi scritti, ovvero di una tecnica manicomiale assistenziale che non si basasse su strumenti di contenzione fisica .

      Pur essendo però specialità medica  alquanto recente ( la società Freniatrica nata nella seconda metà dell’ottocento,  aveva richiesto l’istituzione dell’insegnamento di Psichiatria solo nel 1892) la Psichiatria poteva contare su una cultura della psiche e della  follia  millenaria e  su una solida tradizione  culturale e istituzionale iniziata fin dai primi dell’ottocento. Tale cultura agli inizi del novecento è  eterogenea e vede molti e fecondi sviluppi in tutta Europa.

      In tutte le nazioni, è diffusa, e dominante, specie nelle Università, la convinzione che  la malattia mentale sia una malattia del cervello  di cui ancora non si conoscono chiaramente cause e meccanismi . In questo contesto il confine attuale  fra Neurologia e Psichiatria è ancora impreciso e tutto da tracciare. In realtà Philippe Pinel, fondatore della psichiatria e degli ospedali per alienati  ai primi dell’ottocento, distingueva le malattie mentali curabili  di origine morale , sensibili alla educazione del trattamento morale   dalle alterazioni fisiche del cervello e del sistema nervoso in generale  per le quali le terapie morali  si rivelano inefficaci .

      Sulla natura  dei sintomi  , sul loro determinarsi  e sulla loro cura che si esplicava in insegnamenti individuali e in  organizzazione manicomiale, esiste un importante dibattito in tutta Europa che  trae origine  dalla ottocentesca teoria delle passioni, teoria  che stava alla base del trattamento “morale“ delle emozioni e della mente,  primo fra gli orientamenti psicologici e pedagogici  basata sulla  convinzione che  la ragione , indebolita, avesse perso il controllo delle passioni e ne fosse da queste sovrastata.

      Mentre nelle università tedesche si definiscono sulla base del decorso clinico i grandi quadri psicopatologici altre nuove teorie sostengono che i fatti psichici seguono un determinismo psichico ovvero che,  i sintomi neurotici  siano  il risultato di una catena di eventi consequenziali e dotati di potere causale per cui da  movimenti  emotivi, da conflitti e traumi interiori si determinano, poi,   condizioni psicopatologiche.

      Fra il primo e il secondo  decennio del novecento nasce e si diffonde la psicoanalisi , scrivono le loro opere fondamentali non solo Freud ma anche Eugen Bleuer,  Pierre Janet e  Karl Jaspers  autori importantissimi che pure   non saranno riconosciuti come tali immediatamente nel nostro paese. Anzi , l’inizio della guerra determinerà un certo disprezzo , una verità nei confronti di ciò che è germanico . Morselli , uno dei più eminenti psichiatri dell’epoca scriverà sulle patologie mentali del kaiser e del popolo tedesco tutto.

      Questi dibattiti sulla teoria della mente all’inizio della guerra ebbero un peso rilevante come andavano considerati : i soldati che si ammalavano e che sempre più numerosi  dimostravano sintomi nervosi?

      Erano, in realtà,  degenerati  che venivano scoperti in conseguenza   delle difficoltà belliche ma che, alla base,  avevano  una condizione di debolezza costituzionale  oppure  era la guerra ad essere generatrice di traumi tramite  eventi che in modo del tutto universale potevano creare disturbi mentali ed emotivi ?

      Era dunque la guerra la responsabile delle difficoltà che i soldati dimostravano a decine di migliaia o erano invece i più deboli , i degenerati , i simulatori , a presentare questi disturbi?

      E nel caso fosse la guerra come agiva il trauma sul sistema nervoso ?

      Quali erano i meccanismi profondi con cui si generavano i tanti quadri clinici che venivano ricoverati negli ospedali ?

      E , ancora, se era la guerra la causa dei disturbi nervosi, i soldati avevano diritto a un  risarcimento ?

      Altro punto molto rappresentato negli scritti psichiatrici dell’epoca è che la guerra  dovrà fornire la dimostrazione della indispensabilità della scienza psichiatrica e delle sue istituzioni dimostrando l’utilità  delle conoscenze e riconoscendo l’efficacia  del supporto del servizio psichiatrico di guerra.  Questioni che sembrano molto teoriche in realtà  diventano piuttosto concrete e legate  sia alla gestione  degli ammalati sia alla natura stessa della nuova assistenza manicomiale .

      Dal punto di vista clinico gli psichiatri italiani , convinti assertori della natura biologica del disturbo mentale,  si trovano in difficoltà ad ammettere che una genesi traumatica potesse essere alla base di sintomi psichici quanto più erano propensi a credere che una sorta di vulnerabilità temperamentale e costituzionale , erede delle teorie di Cesare Lombroso, potesse essere alla base dei comportamenti folli riscontrati in molti soldati. Da qui, poi, al vedere alla base della missione della psichiatria  quella di dover  depurare l’esercito dei combattenti dalle  eccezioni inquinanti di malati costituzionali  che sono di intralcio  al lavoro delle truppe, come  molti dei più  noti psichiatri italiani scriveranno nelle riviste dell’epoca, il passo è breve.

      E’ con questi interrogativi, più o meno esplicitati che comincia il lavoro degli psichiatri durante la guerra.

      Molti psichiatri  si  entusiasmano pensando la Guerra come un grande “laboratorio” che fornirà informazioni su comportamento degli uomini  e sul funzionamento di numeri “importanti e indiscutibilmente significativi“ di persone . Un esperimento in grado di fornire risposte a questi interrogativi . Fra questi Luigi Zanon Dal Bo direttore del nuovissimo ospedale psichiatrico S. Artemio di Treviso .

      ***

      Il servizio  psichiatrico di guerra Italiano  ebbe una organizzazione puntuale e articolata. Ad ogni armata fu associato un consulente ;  il coordinatore generale di tutta l’attività psichiatrica fu Augusto Tamburini consulente della prima armata ;  delle altre furono consulenti Bianchi , Arturo Morselli e Alberti tutti noti alienisti dell’epoca . Il sistema prevedeva soccorso negli ospedali da campo per poi passare agli ospedali di tappa, sostanzialmente di passaggio e smistamento per poi poggiarsi su molti degli ospedali ricavati nei manicomi e su alcune cliniche specializzate. Fra gli ospedali di zona Treviso era uno dei principali ed era diretto da Luigi  Zanon dal Bò. A Treviso faceva riferimento la 3 armata ma non era escluso poter trovare fra i ricoverati militari di altre armate.

      Treviso accolse , fino al 1917,  il maggior numero di militari rispetto agli altri ospedali del Veneto: 1575 di poco superiore a Padova , 1556 . In occasione della disfatta di Caporetto S Artemio venne evacuato , trasferito in Emilia ,  quindi, ovviamente non accolse più nuovi casi.

      Particolare non irrilevante dal  S. Artemio dipendevano delle case di salute , dei cronicari , collocati a Crocetta,  Valdobbiadene, Oderzo , Mogliano alcuni dei quali in occasione della ritirata dell’esercito passarono sotto il controllo degli austriaci con esiti per la sopravvivenza dei malati e della malate ivi accolte davvero disastrosi come Zanon dal Bo stesso relazionerà già alla fine del 1918.  I dati della relazione di Zanon dal Bo sull’esito di tale gestione sono terrificanti : malate e malati deportati a Udine , una mortalità in media del 70 % per cento causata da  sovraffollamento e fame nel periodo che va dalla occupazione alla  fine della guerra.

      Si calcola che circa  in tutto il paese circa 40.000 persone furono valutate   durante la guerra per motivi legati a disturbi nervosi ;  un numero davvero inferiore a quello degli altri paesi e verosimilmente sottostimato. Di fronte ai comportamenti di fuga,  simulazione , diserzione l’atteggiamento dei comandi sarà molto repressivo. Soldati mandati all’assalto sotto la minaccia di mitragliatrici “amiche”, soldati considerati disertori sommariamente giustiziati . Gli autolesionisti saranno un numero incalcolabile , difficile da determinare, ma sicuramente superiore alle poche  migliaia di cui parlano le statistiche ufficiali.  E’ facile immaginare se fossero calcolati tutti questi casi  il numero dei soldati con difficoltà  potrebbe facilmente raggiungere un numero molto superiore a quelli  valutati per motivi nervosi . Un numero importante anche per i massacri della prima guerra .

      Negli Ospedaletti di prima linea, dove di solito venivano ricoverati tutti coloro che erano giudicati bisognosi di cure immediate e di valutazioni urgenti,  venivano portati anche tutti i soldati sotto shock , non reattivi, in un evidente stato di alterazione mentale. Una volta valutati anche nell’ospedale di tappa  principale potevano essere avviati presso uno degli ospedali principali con  del  funzioni psichiatriche fra  cui  il S. Artemio.

      Del passaggio di circa 1600 militari fra truppa (84 %) sottufficiali (6 %) e ufficiali(10%)  ritroviamo oggi  traccia nei registri e negli archivi delle cartelle cliniche . Fra i  documenti si trovano valutazioni delle commissioni medico militari , relazioni cliniche , rapporti sul funzionamento dell’ospedale. Le cartelle contengono oltre ai documenti di ingresso e ai diari clinici documenti di altro tipo , qualche foto, lettere mai inviate e lettere giunte dalla famiglia, corrispondenze con i sindaci , provvedimenti sul destino del militare. I soldati che arrivano in ospedale sono spesso confusi . Molti sono mutatici , ovvero non parlano, altri sembrano continuare a vivere in un incubo , vedono morti intorno a loro e sentono rumori di guerra. Alcuni sobbalzano a ogni minimo rumore , sono spaventati , temono che una minaccia possa celarsi dietro ogni ombra e ogni momento . Poi ci sono quelli che invece si sentono stanchi svuotati pravi di energia , oppressi dal loro stesso essere al mondo , tristi sconfortati . Altri ancora sono agitati , furiosi , aggressivi .

      I soldati ricoverati a S Artemio  saranno studiati , indagati conosciuti nelle loro vite , relazioni , abitudini . Quasi il 40 %  non ricevono una classica diagnosi ma vengono valutati di “ non competenza”  ovvero non mostrano un evidente malattia  psichiatrica  ma un quadro più lieve , di prognosi benigna che si risolverà probabilmente con un periodo di riposo.

      Negata dal punto di vista medico l’influenza dello shock sulle emozioni  e sulla condizione nervosa, fatto  ampiamente riconosciuto in tutti gli altri paesi belligeranti ,  riappare, anche in Italia nella forma  di una  prognosi favorevole  e nel riconosciuto  diritto al riposo.

      Per altri invece ci saranno diagnosi psichiatriche più note , più consuete ; amenza , demenza , melanconia , psicosi cui non sempre seguirà la dimissione con consiglio di riposo ma  il prolungamento del ricovero fino al ricovero definitivo.

      Spesso i familiari con angoscia chiedono notizie lasciando  trasparire lo sgomento di sapere il figlio ricoverato i  manicomio. Spesso le notizie sono tempestive in altri casi lo sono meno. Succede anche che   dopo aver rassicurato la famiglia  comunicando lo stato di perfetta salute del ricoverato il direttore debba scrivere, dopo una settimana , che lo stesso è deceduto.

      E la follia dove sta?

      Per gli  psichiatri è difficile capire dove sta il limite : chi è stato colpito da eventi talmente intensi da un punto di vista emotivo da perdere la ragione ? Chi è invece il degenerato, il difettuale da eliminare ?  Il sospetto di un difetto costituzionale , caratteriale, spinse molti psichiatri specie all’inizio del conflitto ad auspicare una sorta di eugenetica, di selezione degli alterati dal corpo sano dell’esercito . Tematica poi tristemente ripresa dal fascismo e soprattutto dal nazismo una quindicina di anni dopo .

      Le considerazioni morali , sulle abitudini , e quelle più propriamente mediche si sovrappongono.

      E’ di prassi per ogni ricoverato chiedere  al Sindaco del comune di provenienza  o ai carabinieri  di indagare e riferire  sul soggetto e  sulla sua famiglia la sua storia , su eventuali precedenti suggestivi di una qualche anomalia.

      I Sindaci raccontano di storie di gente normale ; contadini che lavorano la terra, padri di famiglia , con mogli e genitori spesso preoccupati e premurosi. In qualche caso, è vero,  è noto il comportamento poco morale della persona , l’abuso di alcool . Spesso la persona proviene da famiglie poverissime, indigenti , altre volte pero’ la famiglia provvede al sostentamento del congiunto ed è in grado di accoglierlo nel caso dovesse tornare a casa.

      Che i casi di paralisi e di tremore o di mutismo e di confusione che si ricoverano provenienti dal fronte fossero casi di neurosi, causata dalla violenza delle esperienze e delle condizioni al fronte  era difficile da ammettere  e spesso la cosa migliore era aspettare la soluzione spontanea del problema .

      La cure sono abbastanza relative:  il regime dietetico , l’osservazione quotidiana,  la vita di ospedale. In quei casi chiari di malattia mentale segue invece l’internamento in ospedale psichiatrico  a titolo definivo utilizzando quella legge del 1904 su manicomi e ricoveri tanto voluta ma che già nel 1918 gli psichiatri giudicheranno inadeguata e vetusta.

      Certo esistono i bagni freddi, le terapie faradiche basate su scariche elettriche, quelle febbrili, oppure cure basate sull’ipnosi e sulla catarsi emotiva ma a S. Artemio non esiste traccia nelle cartelle. Alcune delle forme suddette peraltro hanno poco di terapeutico .

      La “cura“ tramite corrente elettrica applicata per condizionare la persone a reagire a comportamenti di scarsa reattività o ritenuti ingiustamente di volontaria passivizzazione ebbe delle applicazioni decisamente sadiche ed in più parti di Europa fu nel dopoguerra oggetto di commissioni di indagine.

      Durante la guerra gli psichiatri  sono pochi , molto personale è stato richiamato al fronte;  in realtà si pensa che l’accudimento manicomiale e l’assistenza di base  siano le cure migliori che si possono dare a pazienti ricoverati.

      Il direttore Luigi Zanon dal Bo’ è uomo di grandi aperture culturali già allievo di Belmondo, sostenitore del no-restraint, favorevole a una assistenza illuminata e non restrittiva e  di sostanziosa formazione scientifica ( la sua biblioteca personale sarà donata dagli eredi alla sua morte all’ospedale psichiatrico e contiene tutte le principali  opere dell’epoca sulla guerra e sui traumi mentali da  guerra )

      Nel 1921 pubblicherà un suo commento sulla esistenza di psicosi da guerra , quindi di malattie mentali  causate dal conflitto. Il suo scritto è un attenta raccolta di una imponente bibliografia , oltre 200 titoli in lingua straniera e in italiano. Ancora oggi troviamo le sue sottolineature e le sue note sparse fra i vari libri che ha consultato . Nonostante la vasta esperienza e i tanti casi e testi consultati egli  conclude , in quell’epoca , che non si poteva certo attribuire alla guerra la causa di tanti disturbi mentali osservati e che questi stessi disturbi mentali , forse lievemente meno gravi di quelli consueti non differivano per qualità dei  sintomi e prognosi  dai classici disturbi mentali riscontrati in tempo di pace fra la popolazione civile .

      L’evoluzione delle diagnostica in Psichiatria gli darà torto, come pure la notevole attenzione che dagli anni 80 in poi si è sviluppata intorno a quelli che allora si definivano “scemi di guerra”. Certo non si può togliere un pensiero e una ricerca dal suo contesto ma forse alla fine si può lasciar parola a uno dei tanti scritti di un  soldato ricoverato del S.Artemio : “la mia vita e gravemente perseguitata di martiri e di croci perpetue e di suplizi. Il mio povero cuore purga sempre di continuo levatemi quel capello di pezza he oh sulla testa quella facci he mi perseguita giorno e notte e he mi mette martiri nella mia vita io mi chiamo Foglio ma sono destinato a non parlare vorrei domandare a voi dotore una cosa io mi sento la volontà di parlare ma oh paura di essere preso dal destino . Lei mi deve dare un consiglio come devo fare per parlare le mie paure sono tante la faccia he gira sempre davanti ai miei ohhi mi tormenta e mi destina male . Il mio cuore he giorno e notte mi purga e sofre molto la mia vita piena di suplisi”

       

      NOTA

      Esiste una bibliografia importante relativa a questi argomenti  non riportata qui vista la natura discorsiva del testo .

      Mi è doveroso citare però il lavoro di Bruna Bianchi La follia e la fuga Bulzoni editore Roma 2001 ; di Nicola Bettiol Feriti nell’anima , Storie di Sodati dai manicomi del veneto 1915-1918 Istresco ; Treviso,  2008 . Fra i testi storici A. Tamburini et al. L’assistenza agli alienati in Italia e nelle varie nazioni , 1918 e naturalmente L. Zanon dal Bò Se esistono particolari forme di psicosi in dipendenza dalla guerra Archivio generale di Neurol. Psichiat. e Psicoanal. 1921, II, I pag 1

       

       

       

      Courtesy: http://www.psychiatryonline.it/node/6504

      Un Servizio di consulenza psico-sociale per le aziende

      Negli ultimi anni, sulla scia della tradizione anglossassone, vanno sempre più diffondendosi la cultura e la ricerca di azioni volte a realizzare condizioni di benessere:

      • nelle imprese, a favore dei dipendenti e delle loro famiglie;
      • negli enti pubblici, come prevenzione allo stress derivante da attività a diretto contatto con l’utenza;
      • nelle comunità, in quanto i lavoratori sono prima di tutto “persone” e “cittadini” i cui disagi, se non risolti, possono avere pesanti ripercussioni nel contesto sociale di riferimento.

      Sebbene in Italia la legislatura e i Contratti Collettivi Nazionali di Lavoro non contemplino l’obbligo per le aziende di dotarsi di strumenti di sostegno psicosociale per i dipendenti, alcune importanti direttive a livello europeo stanno lentamente mutando questo scenario. Ci riferiamo in particolare ai codici etici, ai principi della Responsabilità sociale d’impresa, alle linee guida di riferimento sulla gestione dei rischi psico-sociali.

      Nel “Libro Verde” del 2001, la Commissione europea auspica che le organizzazioni concilino  finalità di profitto con standard etici più elevati non solo nei confronti del territorio di appartenenza, ma anche nei confronti del proprio personale, attraverso la tutela della salute psicofisica sul lavoro, la gestione non traumatica del cambiamento organizzativo e tecnologico, la salvaguardia di sane relazioni, la garanzia di formazione continua.

      Secondo il Libro Verde (e le successive norme, sino alla recente PAS 1010:2011) scegliere di adottare comportamenti che favoriscano un clima di benessere può diventare un investimento strategico funzionale in grado di incrementare la competitività delle imprese sul mercato.

      Da qui la nostra proposta di un Servizio di consulenza psico-sociale finalizzato non solo a implementare politiche favorevoli allo sviluppo delle risorse umane, ma anche a abbattere i costi inutili che incidono in modo significativo sui bilanci aziendali e, più in generale, sul bilancio sociale del Paese.

      L’offerta nasce dalla consapevolezza che, in un periodo di profondi e rapidi cambiamenti culturali, tecnologici e organizzativi , le imprese devono affrontare a diverse tipologie di disagio organizzativo (stress, conflitti, resistenze al “nuovo” ), al fine di creare un clima agevolante l’impegno dei dipendenti e ottenerne in cambio maggiore produttività, riduzione dell’assenteismo, dei contenziosi e dei comportamenti “a rischio”.

      La nostra equipe multidisciplinare è in grado di gestire la complessità dei problemi organizzativi offrendo supporto:

      • a aziende, enti pubblici e realtà cooperative nell’ affrontare aree di criticità legate al cambiamento e nell’ individuare modalità gestionali che garantiscano un clima di benessere;
      • ai singoli dipendenti, qualora insorgano condizioni di disagio lavorativo (rispetto al proprio ruolo, all’istituzione, ai capi o ai colleghi) o problemi personali/familiari (separazioni, lutti, patologie invalidanti, emergenze  abitative, situazioni debitorie ecc..) che si ripercuotano  sull’attività professionale;
      • all’Ufficio Risorse Umane e il management, per monitorare situazioni di handicap, di patologie psichiatriche o di comportamenti a rischio ;
      • ai team di lavoro, nei  casi in cui si verifichino problemi di relazione, di comunicazione o di conflittualità.

      Campi di intervento

       

      • counselling ai dipendenti (e, su richiesta dell’azienda, ai loro congiunti) che vivono situazioni di disagio personale/familiare/lavorativo
      • percorsi di coaching per acquisire competenze o comportamenti funzionali a migliorare la performance lavorativa
      • affiancamento nella fase di inserimento nuovi assunti o disabili e nei casi di applicazione di ammortizzatori sociali;
      • “accompagnamento” alla pensione
      • segretariato sociale e assistenza ai dipendenti “deboli” attraverso il coinvolgimento della rete dei Servizi socio-sanitari presenti sul territorio
      • mediazione in caso di situazioni conflittuali
      • percorsi formativi per incrementare competenze comunicative e relazionali o per prevenire situazioni di rischio in ambito lavorativo (es: abuso di alcool o sostanze stupefacenti);
      • progetti centrati su specifici bisogni organizzativi (es. analisi clima)
      • supporto psicologico in situazione critiche e di emergenza
      • psicoterapia

      Pronto intervento telefonico

       

      È un servizio telefonico gratuito a uso esclusivo dei dipendenti e dei loro familiari. Facilita non solo il cosiddetto “primo contatto” tra utente e operatore (che può realizzarsi al di fuori dell’ambito lavorativo), ma garantisce anche celerità nelle risposte e assoluto rispetto della privacy.

      Risulta particolarmente funzionale per le imprese che abbiano più sedi sul territorio regionale o nazionale, in quanto può essere utilizzato da tutti i dipendenti e non comporta costi di trasferta.

      Attraverso linea telefonica dedicata offre:

      • ascolto
      • supporto psico-sociale,
      • informazioni pratiche (servizi territoriali competenti, iter burocratici, diritti previsti dalla legislazione vigente) per affrontare i problemi segnalati.