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La necessità di esserci

Le attuali evoluzioni tecnologiche sono rappresentate dalla diversità, la continuità, la velocità e talvolta da una certa inesorabilità nella diffusione di innovazioni riguardanti tutti gli ambiti della nostra vita. Si tratta di una sfida importante per il management delle risorse umane e coinvolgerà tutte le persone perché implicherà un cambio di mentalità profondo e un nuovo modo di “essere” (da-sein) nell’effettività dei processi in atto.

 

Che cosa sta accadendo?
Che lo si voglia o no, il digitale 4.0 continua a produrre cambiamenti permanenti nelle pratiche professionali, nei modelli organizzativi e anche nelle regole del mercato.

Questa ri-evoluzione socio-economica, oggi soprattutto considerata dal punto di vista tecnologico delle applicazioni, è anche e specialmente una questione di persone, di donne e uomini, quelle Risorse Umane tuttora fondamentali nel mondo del lavoro, che vivono intensamente i radicali cambiamenti delle imprese e dei mercati.
Il ruolo del manager sta cambiando e i leader di domani hanno bisogno di imparare come ascoltare le persone e comprenderle, come padroneggiare l’arte del coinvolgimento di esse, perché essere leader nel vortice della trasformazione digitale dell’azienda non vuol dire solo essere presenti sui social network ma occorre soprattutto esprimere competenza nell’uso di tecniche di comunicazione appropriate all’interno dell’azienda. Il cambiamento più profondo che occorrerà realizzare, riguarderà la “trasformazione” delle persone attraverso processi di sviluppo che non riguardano tanto la formazione tecnica quanto la incorporazione di una cultura organizzativa e un modo di pensare al passo con i tempi che attualizzi le modalità operative che meglio rispondono alle sfide delle continue trasformazioni.

Occorre tener conto che i cambiamenti in atto non sono riconducibili solo alle nuove metodologie organizzative e gestionali e alle tecniche che le supportano, ma hanno a che fare con aspetti che riguardano le persone che lavorano, nel loro rapporto con la tecnologia, la società e più in generale con la realtà. È piuttosto evidente che uno degli aspetti critici che desta maggiore attenzione riguarda l’impatto di queste innovazioni sul lavoro e sulle persone che lavorano.

Il lavoro è cambiato, non è più lo stesso di prima, continua a cambiare e sta cambiando le persone ed anche i loro stili di vita.
La fatica fisica si riduce mentre tende a crescere la tensione mentale e lo stress. Cresce pure l’autonomia e la creatività del lavoro, a prezzo però di un’accresciuta instabilità e incertezza dei posti di lavoro. Aumentano le differenze professionali: quelle con retribuzioni che vanno verso l’alto e quelle – come ad esempio, lavori manuali tradizionali – che si trovano sempre più marginalizzate.

Sono cambiamenti che nella mentalità comune stanno delineando due grandi gruppi di pensiero: quello degli scettici o contrari, che rifiutano a priori ciò che sta accadendo, e quello dei convinti sostenitori della rivoluzione 4.0 che immaginano organismi sociali più in linea con il tempo presente, in grado di rispondere con maggiore efficacia ai bisogni dell’umanità.
Tuttavia il problema non è tanto quello di schierarsi da una parte o dall’altra, ma piuttosto di comprendere quello che sta accadendo e quali implicazioni possono emergere da questa ampia fase di rinnovamento.

Con la comparsa di nuove generazioni di tecnologie digitali e il susseguirsi di rapidi cambiamenti nelle organizzazioni aziendali, avvengono importanti trasformazioni nei luoghi di lavoro che richiedono alle persone una “presenza di spirito” (effettività) sempre attiva e desta.
Questa grande varietà di tecnologie, ci dice Luciano Pero (Sindacato Futuro in Industry 4.0 – ADAPT University Press, 2015), potrebbero aprire la strada a una grande varietà di formule organizzative, assai diverse dalla organizzazione dominante delle tre rivoluzioni industriali di fine ‘700, di fine ‘800 e degli anni 80 del ‘900 e sarà un ambio ventaglio di forme organizzative.
Probabilmente tutto ciò avrà un notevole impatto che apre anche una grande opzione per l’umanità del futuro. Perché come è già accaduto in altri periodi dello sviluppo industriale, ci sarà bisogno di addomesticare e di adattare ai fabbisogni reali le enormi potenzialità tecnologiche che avremo a disposizione. L’umanizzazione di queste nuove tecnologie può essere compiuta sia dal punto di vista dell’utente, quindi dal punto di vista delle persone che usano queste tecnologie, sia dal punto di vista di quelli che le producono. In pratica, da tutti coloro che ne verranno a contatto.

Cambiano i mercati, cambia il lavoro, cambiano le persone nella loro professionalità ed anche nei loro modi di vivere il cambiamento.
Il lavoro cambia profondamente e le tradizionali distinzioni tra lavoro manuale e intellettuale tendono a ridursi o a scomparire. I lavoratori non solo si troveranno a lavorare in condizioni di lavoro migliori (meno fatica, ambienti più salubri, garanzie sulla salute e la sicurezza al lavoro) ma anche a far fronte alla richiesta di un maggiore impegno intellettuale e un conseguente aumento di tensione mentale e di stress. Saranno impegni complessi di notevole impegno cognitivo, come ad esempio l’analisi dei guasti, di errori e anomalie, la soluzione di problemi. I tecnici, a loro volta, hanno informazioni e strumentazioni avveniristiche, ma devono anche operare direttamente.

C’è da dire che le trasformazioni sono ormai evidenti e hanno riguardato sia il contenuto del lavoro, sia le macchine e gli strumenti, sia soprattutto le relazioni interpersonali, la socialità e la cultura. Ma, come dice giustamente L. Pero, l’attenzione che il paese ha dedicato a questi cambiamenti sembra essere inversamente proporzionale alla loro profondità. Sui grandi mezzi di comunicazione c’è stata una sorta di rimozione del problema del lavoro che cambia. Il lavoro reale e i lavoratori in carne e ossa sono quasi scomparsi dalla televisione, sostituiti dai ruoli di successo nel mondo virtuale: i presentatori, gli attori e i divi televisivi, i calciatori, le modelle e le veline e così via.

Diventa necessaria un’attenzione consapevole nei confronti di questi fenomeni e un riconoscimento adeguato della dimensione umana del lavoro. Che tenga conto della necessità di ESSERCI (di essere) nel cambiamento e nella trasformazione del lavoro e della produzione dando un senso ai processi in atto e trasformando le risorse umane in relazioni.
In primo luogo è necessario comprendere le forme complesse del cambiamento e le lunghe catene che lo causano, cercando di trovare categorie interpretative moderne e adeguate ai problemi di oggi. Ad esempio quale è il nuovo contenuto intellettuale e relazionale del lavoro e cosa implica, oppure quale rapporto si sviluppa tra le scelte di mercato “mondializzato” delle imprese e le reti professionali e sociali che si creano tra i lavoratori.
Ci sarà anche l’occasione di consentire alle persone e ai lavoratori un maggiore controllo dal basso dello sviluppo delle tecnologie e dei modi di produzione. Con la prospettiva di attivare nuove forme di partecipazione diretta dei lavoratori per favorire il coinvolgimento e la fiducia delle persone impegnate nei processi produttivi.

Quali potranno essere esattamente le competenze necessarie per il futuro? Non è chiaro come sembra a prima vista. Le abilità relazionali, la collaborazione e le capacità interfunzionali potrebbero essere le più utili. I manager delle Risorse Umane dovranno creare un nuovo equilibrio e una fluida corrispondenza tra il contributo (fondamentale) dei dipendenti, il riconoscimento e il rafforzamento del loro impegno. Tenendo anche in considerazione che la relazione tra datore di lavoro e dipendente si costruisce sulla comprensione e sulla appropriazione da parte dei dipendenti del luogo e del ruolo dell’azienda nella società. Il loro impegno diventa la condizione di efficienza dell’azienda. E per questo l’azienda deve proporre un nuovo rapporto di lavoro basato sulla fiducia, l’autonomia e la responsabilità. La maggior parte dei compiti ripetitivi – sia per gli operai che per gli impiegati – sarà sempre più automatizzata/robotizzata, focalizzando le attività umane verso lavori iper-creativi e innovativi e verso attività in cui l’interazione umana è essenziale (consapevolezza desta, empatia, affettività, cura, convinzione, assunzione di rischi, capacità di prendere decisioni, autonomia, ecc.).

È ormai chiaro che nuove regole di comunicazione dovranno basarsi sulla condivisione continua e incessante delle informazioni. Attraverso gli strumenti rinnovati della comunicazione, l’azienda potrà sollecitare e mobilitare i suoi dipendenti attraverso lo sviluppo della cooperazione, del riconoscimento e della valutazione a 360° delle attività in essere.
Per gran parte dei compiti nel settore terziario, nel frattempo il lavoro è stato liberato dai limiti del tempo (orario di lavoro) e posizione (stabilimento, postazione di lavoro). Quindi il telelavoro, già presente, nelle attività intellettuali, si estenderà anche agli altri domini, in particolare attraverso gli oggetti connessi. Ciò richiederà maggiore considerazione sul tempo-spazio di lavoro e sul tempo-spazio della vita privata.

Bisogna tenere conto del fatto che la crescita dei collaboratori si realizza attraverso il lavoro. Ciò avviene per le opportunità di apprendimento che l’azienda è in grado di proporre. Le persone che lavorano si aspettano di imparare di più, di essere coinvolte nelle decisioni di alto livello e di progredire sia in termini di responsabilità che di retribuzione.
Offrire ai collaboratori delle opportunità di crescita è oltremodo motivante. Dimostra che l’azienda crede in loro, che li rispetta e ha a cuore il loro interesse. Trovare un modo per alimentare una passione con loro, rende il lavoro un posto dove i collaboratori vogliono e sono in grado di dare il meglio di loro stessi. Questo è il modo di esserci!

oggi sembra prevalere l’idea che sia possibile semplificare i problemi per risolverli

Ho appena letto questo intervento di Marco Belpoliti dal quale traggo molte suggestioni

Così il caos divenne scienza esatta
La storia del Santa Fe Institute

Il saggio di Morris Mitchell Waldrop mai più ristampato racconta la storia del Santa Fe Institute. Fondato in New Mexico negli anni Ottanta, mise insieme un pool multidisciplinare di ricercatori che cambiò l’approccio epistemologico
Grande è il disordine sotto il cielo, eppure oggi sembra prevalere l’idea che sia possibile semplificare i problemi per risolverli. Nell’economia, nella scienza, nell’arte, nella letteratura, e soprattutto nella società e nella politica, le formule semplici, che cercano di ridurre le questioni, sembrano dominare. Più aumenta il caos e più questa tendenza prende piede.

Nel 1984 un gruppo di studiosi americani di varie discipline scientifiche pensò bene di dare vita a un’istituzione che studiasse proprio la complessità. Non era ancora caduto il Muro di Berlino, il terrorismo non era diventato un fenomeno planetario, la finanza internazionale non era andata in crisi, eppure molti segnali indicavano che il pianeta era attraversato da fenomeni complessi e imprevedibili. Nel 1972 un matematico, che si era dedicato alla meteorologia, Edward Lorenz, formulò la teoria del cosiddetto “effetto farfalla”, da lui delineato nel 1962. In una conferenza si chiese: «Può, il batter d’ali di una farfalla in Brasile, provocare un tornado in Texas?». La risposta era: sì. Era nata ufficialmente la “teoria del caos”. A Santa Fe, nel New Mexico, alcuni studiosi di fisica decisero perciò a metà degli anni Ottanta di mettere in piedi un’istituzione che radunasse ricercatori di differenti discipline per uno studio del caos.

Sembrava loro che nessuna disciplina potesse da sola risolvere le grandi questioni in campo e che fosse necessario incrociare i diversi ambiti di studio: matematica, economia, biologia, fisica, statistica. L’idea venne a George Cowan, chimico sessantasettenne. Era stato uno degli scienziati che avevano partecipato al progetto nucleare.
Convinto che nelle università americane non vi fosse il clima giusto per una ricerca interdisciplinare, era giunto alla conclusione di fondare un apposito istituto non profit. Perciò decise di parlarne con due consulenti scientifici della Casa Bianca, tra cui David Packard, fondatore della Hewlett-Packard.

Saranno scettici, si dice; invece lo incoraggiano a proseguire.
Coinvolge tre premi Nobel per la fisica e l’economia: Murray Gell-Mann, Philip Anderson e Kennet Arrow e in un ex convento di Santa Fe installa il primo gruppo di lavoro: un istituto senza docenti fissi, che organizza seminari e incontri, permanenze di lavoro per scienziati. Servono i soldi per farlo e uno dei partecipanti ne parla con il capo della Citicorp, la banca americana, e lo convince che forse lì si possono studiare modelli economici non tradizionali per capire i mercati finanziari. I soldi, 120.000 dollari, arrivano a una condizione: fare qualsiasi cosa purché non sia convenzionale. La storia del Santa Fe Institut è stata raccontata da Morris Mitchell Waldrop, fisico di formazione e giornalista scientifico di professione, in un libro mai più ristampato: Complessità. Uomini e idee al confine tra ordine e caos (traduzione di Libero Sosio) edito nel 1996 da Instar Libri, che nel 2002 pubblicò poi anche Simmetrie.

Scienza, fede e ricerca dell’ordine di George Johnson, sempre sulla medesima avventura. Waldrop narra la storia delle anime solitarie che hanno incrociato menti bizzarre e idee strane, percorsi tra ricerche, passioni e incontri. Ne esce un profilo affascinante di scienziati e studiosi originali, eccentrici, poco prevedibili, che hanno fornito un contributo importante al cambiamento del paradigma dominante della scienza classica.
Per quanto siano trascorsi parecchi decenni da allora, la nascita del Santa Fe Institute rappresenta una vicenda paradigmatica di come la scienza sia l’effetto di continui scambi di idee al di fuori degli ambiti disciplinari dei singoli scienziati, perché la complessità è diventata la condizione preponderante del mondo contemporaneo.
Il libro, che sarebbe bello veder ristampato per il suo andamento narrativo, è fondato su interviste e conversazioni con i protagonisti di quell’avventura. Racconta la storia di Brian Arthur, un giovane matematico che si occupava di “rendimenti crescenti”, ovvero di come si affermano tecnologie, o si aggregano aziende in una medesima zona, smentendo le teorie neoclassiche del mercato libero.

Oppure quella di John H. Holland, studioso di “sistemi complessi adattivi” che arriva a Santa Fe dopo decenni di ricerche e scopre a cinquantasette anni compiuti che i suoi studi non sono così marginali o strani come credeva. C’è poi la vicenda di un altro eccentrico, Chris Langton, ex hippy, appassionato di alianti, precipitato disastrosamente durante un volo, che dopo anni nel New Mexico non ha ancora completato la sua tesi di Post-Doc tutto preso com’è dall’organizzare convegni e compiere le sue solitarie ricerche sulla “vita artificiale”. Mago del computer – molti dei membri giovani dell’Institute sono degli autodidatti in questo – è arrivato, senza una vera carriera accademica a formulare ambiti di ricerca tra biologia e computer grazie al sostegno dei colleghi di Santa Fe.

Gli elaboratori elettronici sono lo strumento che consente ricerche e modellizzazioni in precedenza impossibili. La cosa interessante che Waldrop racconta è che la scienza, sia del passato come del presente, funziona in base alle metafore, e che queste si modificano. Quella della fisica newtoniana era fondata sull’immagine dell’orologio: semplice, regolare, intuibile, autonomo: così ancora l’economia classica della “Mano invisibile”.

Poi con l’inizio del XX secolo Russell, Whitehead, Frege, Wittgenstein misero mano a un’immagine diversa della scienza; Gödel mise in luce l’incompletezza dei sistemi matematici e Turing diede un altro scossone all’idea della decidibilità delle nostre operazioni. Nel 1989 il Muro di Berlino crollò; nel 2008 la Lehman Brothers fece fallimento; nel 2018 a Santa Fe hanno organizzato un seminario: After Trump and Brexit: A New Economics.

Tratto da: Reubblica 27 settembre 2018

Sarà capace il nostro paese di adeguare velocemente il suo capitale umano ai nuovi scenari ?

Oggi – scrive Salvatore Improta – l’Italia delle imprese improvvisamente scopre che il capitale umano disponibile nel nostro paese non è del tutto qualitativamente sufficiente per affrontare le sfide del prossimo futuro. Chiedendosi e chiedendoci: Sarà sufficiente il capitale umano dell’Italia a fronte delle sfide del terzo millennio?
Sono convinto che per affrontare il futuro e le sfide dell’economia digitalizzata non sarà sufficiente avviare un generico reskilling degli occupati, quanto invece occorrerà concepire (e realizzare) un sistema formativo che, a partire dalla scuola, vada a incoraggiare e coltivare quelle competenze che il WEF ha già indicato come “basilari”. Ma come si fa (solo un piccolissimo esempio) se si è appena azzerata la prospettiva dell’alternanza scuola-lavoro che iniziava a dare già i primi frutti? 
Il contributo di Salvatore Improta, che desidero condividere, è ricco di spunti utili per continuare a riflettere e… tirarsi su le maniche.

Sarà capace il nostro paese di adeguare velocemente il suo capitale umano ai nuovi scenari ? (2. parte)

La soluzione è complessa e va ricercata su tre dimensioni concorrenti, in uno spirito di totale cooperazione di tutti principali attori del sistema Paese.

1. Bisogna rendere più attraente l’istruzione per i nostri giovani

Ispirata dalle nuove prospettive occupazionali, una certa luce si intravede in questa direzione, nei dati delrapporto Anvur : la quota di laureati è cresciuta dal 2007 di 8 punti e negli ultimi tre anni, l’incremento è stato in media di quasi un punto all’anno, anche se concentrato prevalentemente al Nord.

Dopo la discesa negli anni della crisi, dal 2014 le immatricolazioni sono tornate a salire: in rapporto alla popolazione dei diciannovenni, siamo passati dal 46,2 al 50,3 per cento. 

Significativa è anche riduzione degli abbandoni, piaga cronica dell’università italiana che conduce alla laurea appena il 60 per cento degli immatricolati entro otto anni. In particolare, il tasso di rinuncia dopo il primo anno, pari al 16 per cento dieci anni fa, è ora sceso al 12, lasciando presagire un possibile aumento della percentuale di laureati in futuro. 

Rimaniamo però al momento penultimi ,come già detto, in Europa, seguiti solo dalla Romania con un grande gap con paesi quali la Francia (44%), Il regno Unito(52%), l’Irlanda(53,3%), la Svizzera(48,3%), la Svezia(47,3%).

Tra i nostri concorrenti più agguerriti la Germania è quella che ha un tasso di laureati non drammaticamente più alto del nostro (31,3%), ma ben il 37% ha una laurea appartenente all’area Stem contro il nostro 25%.

Noi invece conserviamo il primato dei laureati nelle materie umanistiche, lingue ed arte ( il 23%), pari più del doppio della media Ocse.

Inoltre la Germania ha una formazione terziaria professionalizzante, con università dedicate di pari dignità accademica alle altre, le Fachhochschulen. Da noi esistono solo gli ITS (Istituti Tecnici Superiori), corsi biennali non universitari, con appena 4 mila iscritti ogni anno e di cui i nostri imprenditori non sono completamente soddisfatti.

Le immatricolazioni in area Stem stanno però velocemente salendo (36%) e questo è un segnale nella giusta direzione.

Aumentare i salari di ingresso al mondo del lavoro dei profili più ricercati, sarebbe anche questo un segnale nella giusta direzione.

2. Bisogna incrementare l’investimento in istruzione e formazione.

Le imprese italiane da anni investono molto poco in formazione: secondo dati Eurostat, fra il 2013 e il 2014 solo il 5 per cento ha tenuto corsi di formazione per l’Information Technology, contro il 16 per cento delle imprese tedesche. Cominciare a investire seriamente in formazione tecnica, sia a livello di istruzione scolastica che di formazione sul lavoro, è un passo fondamentale per migliorare le prospettive della nostra economia. I dati Ocse relativi al 2014, riportano una spesa 11500 dollari annui a studente per l’istruzione terzaria che scendono a 7100 se si estrapola il contributo alla ricerca. La media Ocse e superiore di 3900 dollari

Rispetto al 2017, la finanziaria del 2018 prevede risorse per la formazione, sotto forma di un credito d’imposta per le spese di formazione 4.0 sostenute dalle imprese e di un potenziamento degli istituti tecnici superiori. Un timido passo avanti.

Quello che è certo (dati Anvur) che all’università rispetto al 2008 è andato il -20& di risorse economiche in termini reali, ed il numero dei docenti si è ridotto del 13%.
 
3. Bisogna avere una maggiore interazione tra università, istituzioni e industria.

Questa è una direzione fondamentale, una conditio sine qua non.

Bisogna introdurre lauree specifiche professionalizzanti per favorire l’utilizzo immediato ed efficace delle nuove leve. Cercare di ideare sistemi efficaci, sia per l’apprendimento lungo tutto l’arco della vita sia per la formazione sul posto di lavoro, in modo che l’aggiornamento delle competenze possa essere sempre in linea con il rapido ritmo dei cambiamenti tecnologici.
Inoltre dato che la complessità di molte tecnologie emergenti supera le capacità di ricerca anche delle imprese più grandi, si rende necessaria un’ampia gamma di partenariati di ricerca pubblici e privati.
 
La diffusione tecnologica è fondamentale. Specialmente tra le piccole e medie imprese (PMI), una sfida importante consiste nella trasformazione digitale di quelle che non sono native digitali.

La disponibilità alla cooperazione dell’accademia italiana appare al momento limitata.

La maggior parte dei professori dei 96 atenei italiani ritiene che ricerca e didattica sono le sole missioni dell’università e che esse debbano essere svolte in totale autonomia e indipendenza.

L’ università italiana rimane sostanzialmente nella idea, disegnata da Wilhelm von Humboldt in Germania all’inizio del XIX secolo, con la sua unione di didattica e ricerca per il superamento del sapere cristallizzato dei manuali scolastici, un distacco deciso dalla concezione francese della scuola superiore professionale. Dai professori ci si aspettava che portassero avanti i propri compiti di docenti di ricercatori in “solitudine e libertà” . L’”autonomia” era una massima per tutti i membri dell’università.

Forse i tempi sono un poco cambiati. Il sapere dei professori e degli studenti non proviene più dalla ricerca di una singola università, ma è un sapere globalizzato, frutto della ricerca di diversi enti in diverse regioni del mondo, che andrebbe raccolto e trasferito non solo agli studenti ma anche al territorio secondo le esigenze proprie del territorio stesso.

Il successo dell’economia del nostro paese dipenderà in futuro sempre più dall’efficacia di questo trasferimento e molto meno dalla ricerca specifica delle sue università.

Questo vuol dire che tutte le università devono accettare una terza missione : servire la società di cui fanno parte .

Le università dovrebbero anche sentirla importante come le prime due.

Le università dovrebbero instaurare un forte rapporto con il tessuto economico, sociale e culturale che le circonda, a partire dal territorio di appartenenza. Capirne le necessità e le carenze nel medio e lungo termine e agire per quanto di loro competenza e capacità per accrescerne il livello di civiltà e di benessere.

Con in mente questo obbiettivo, le università dovrebbero attingere conoscenze, esperienze ed elementi di cultura da tutto il mondo, produrre eventualmente nuova conoscenza attraverso la ricerca ed in fine tradurre il tutto in insegnamenti pratici per trasferirlo non solo agli studenti attraverso il tradizione processo di didattica ma anche alle imprese, alle istituzioni, ai gruppi sociali del territorio di appartenenza attraverso varie forme di cooperazione .

Occorrerebbe avere una finestra costantemente aperta sul mondo e sul territorio, a partire dalle imprese, con l’obiettivo di aiutarle ad innovare, attraverso collaborazioni di vario tipo, trasferimento di conoscenza, sviluppo di brevetti, avvio di spin-off. e a migliorare e ad aggiornare le competenze del personale, attraverso un processo di apprendimento continuo in cui professori universitari possono avere un ruolo fondamentale. Le università nell’ ambito della terza missione dovrebbero aver un ruolo di interlocutore privilegiato con la Pubblica Amministrazione, con i Comuni e gli Enti locali fornendo e ricevendo linee di indirizzo, servizi di consulenza, formazione al personale. C’è infine la società civile, a cui si può parlare tramite la divulgazione scientifica, le iniziative culturali e formative.

Dell’importanza della terza missione per lo sviluppo e la crescita dell’economia europea, c’è piena coscienza nell’Unione Europea da parecchi anni. Già nel 2009 la commissione europea all’interno del Lifelong Learning programme , affidò ad un pool di università europee un progetto per” promuovere e valutare la terza missione nelle Università Europee (Fostering and Measuring ‘Third Mission’ in Higher Education).

Una buona parte dell’ Università italiane, spinte anche dall’inclusione della valutazione della terza missione nel Ranking Anvur, hanno avviate varie attività in tale ambito. L’analisi dei dati tuttavia mette in rilievo la forte eterogeneità tra le iniziative e la loro incongruenza e incollegabilità.

Le collaborazioni tra alcune università e impresa per quanto non ancora centrali nella crescita del sistema Paese, sono comunque una realtà frammentata ma con forti potenzialità. 

Forse basta solo insistere.

fonte: Salvatore Improta – http://www.quadratodellaradio.it/node/110

Sarà sufficiente il capitale umano dell’Italia a fronte delle sfide del terzo millennio?

Oggi – scrive Salvatore Improta – l’Italia delle imprese improvvisamente scopre che il capitale umano disponibile nel nostro paese non è del tutto qualitativamente sufficiente per affrontare le sfide del prossimo futuro. Chiedendosi e chiedendoci: Sarà sufficiente il capitale umano dell’Italia a fronte delle sfide del terzo millennio?
Sono convinto che per affrontare il futuro e le sfide dell’economia digitalizzata non sarà sufficiente avviare un generico reskilling degli occupati, quanto invece occorrerà concepire (e realizzare) un sistema formativo che, a partire dalla scuola, vada a incoraggiare e coltivare quelle competenze che il WEF ha già indicato come “basilari”. Ma come si fa (solo un piccolissimo esempio) se si è appena azzerata la prospettiva dell’alternanza scuola-lavoro che iniziava a dare già i primi frutti? 
Il contributo di Salvatore Improta, che desidero condividere, è ricco di spunti utili per continuare a riflettere e… tirarsi su le maniche.

Il capitale umano di un paese è l’insieme delle conoscenze e delle capacità produttive possedute dalla sua forza lavoro attraverso l’istruzione, la formazione e l’esperienza lavorativa.

Produttività, sviluppo e crescita saranno sempre più dipendenti dalla capacità del paese di sviluppare il suo capitale umano tenendolo costantemente allineato alle nuove esigenze frutto dei dirompenti sviluppi tecnologici. L’inerzia al cambiamento del capitale umano è uno dei più grossi rischi che un paese in questo momento possa correre.

Fondamentale è prevedere in tempo la necessità e la direzione del cambiamento, perché il cambiamento per la complessità dei fattori in campo non può che avvenire con una certa isteresi temporale rispetto al presentarsi delle necessità.

Fondamentale è anche di cercare ridurre questa isteresi, velocizzando il cambiamento attraverso processi di istruzione e formazione continua nella cui progettazione e attuazione sia il mondo della formazione, che quello dell’impresa si devono sentir coinvolti

Oggi l’Italia delle imprese improvvisamente scopre che il capitale umano disponibile nel nostro paese non è del tutto qualitativamente sufficiente per affrontare le sfide del prossimo futuro

In una recente intervista al quotidiano “La nazione” Giovanni Brugnoli, vice presidente di Confindustria con la delega per il capitale umano, ha dichiarato : “Le imprese sono affamate di talenti per Industria 4.0, ma non li incrociano. L’indagine da noi svolta ha riguardato 5 settori-chiave per l’Italia: la meccanica, l’agroalimentare, la chimica, la moda e l’Ict. Tenendo conto del saldo tra pensionamenti e diplomati dagli istituti tecnici, il gap previsto per i prossimi 5 anni è di 280.000 super-tecnici che la nostra manifattura non riuscirà a trovare”. 

Gianni Potti, presidente di Confindustria Servizi innovativi e tecnologici, parla di una figura ideale ambita dagli imprenditori di supertecnico di Industria 4.0 che dovrebbe avere competenze “di ingegneria gestionale, di economia, It e digitali”, che risulta al momento poco reperibile 

A maggio di questo anno il sistema Informativo Excelsior (Union Camere) nella pubblicazione “Previsione de fabbisogni occupazionali e professionali in Italia a medio termine (2018-2022)” ha previsto che nei prossimi 5 anni ci sarà la necessità di 2,5 milioni di nuovi occupati nel privato e nel pubblico (di cui 780mila laureati) e che oltre il 70%, ossia 1,8 milioni, dovrà possedere competenze specialistiche nelle discipline tecniche Stem (science, technology, engineering, maths).

Dalla analisi delle disponibilità nell’arco temporale analizzato il report arriva alla conclusione che la domanda di laureati non potrà essere completamente soddisfatta sia in termini numerici, che soprattutto in termine di profili adeguati, anche nell’ipotesi di assorbire tutti gli attuali disoccupati.

Oggi una richiesta su tre di laureati di area Stem, rischia di rimanere vacante.

“Tutto questo potrà nel medio tempo portare ad una semi-paralisi degli investimenti e dell’espansione malgrado i notevoli incentivi fiscali per l’industria 4.0, con conseguente perdita di competitività del manifatturiero italiano” .

La maggior parte degli imprenditori italiani attribuisce al sistema formativo la causa primaria di questa carenza soprattutto per quanto riguarda i profili dei giovani laureati, a cui l’università non darebbe uno “skilling” adeguato alle attuali esigenze.

Indubbiamente il sistema formativo non è esente da colpe, ma le cause di queste situazione sono da ricercare in un più ampio spettro di deficienze strutturali del nostro paese.

Vediamo dove si innesta questa improvvisa e pressante domanda di molti, giovani e brillanti laureati.

I laureati nel nostro paese non sono mai stati tantissimi e il sistema Italia fino adesso non ne ha mai sentito la mancanza.

L’Italia oggi registra appena il 18% di laureati nella fascia 25-64 anni, dato superiore solo a quello del Messico, contro il 37% della media nella zona Ocse.

Per quanto riguarda la fascia giovane della popolazione (25 – 34 anni ) nel 2017 il numero dei laureati i è stato il 26,9% contro una media europea UE27 del 39%.

L’80% dei 25-64enni con un’istruzione terziaria ha un lavoro, ma il tasso di occupazione si riduce al 64% per la fascia 25-34 anni, il livello più basso dei paesi industrializzati, dove la media è dell’83%. Solo l’Arabia Saudita ha un tasso inferiore (62%).

Nel 2016 solo il 57,7% dei laureati risultava occupato entro tre anni dalla laurea. Un dato in miglioramento rispetto al 2015 (53,5%) e al 2014 (49,6%) ma che pone l’Italia tra i peggiori paesi dell’Unione Europea, avanti solamente alla Grecia. Imbarazzante il confronto con la Germania, dove il 92,6% dei laureati lavora entro tre anni dal conseguimento del titolo.

Solo il 21% del personale non direttivo in Italia ha un titolo di laurea e di questi il 27,6% di quelli nella fascia 25-34 anni, risulta “overeducated” cioè più competente di quanto serva all’azienda che l’assunto (dati Cedefop). Inoltre il 35% dei lavoratori è occupato in un settore non correlato ai propri studi.

Quindi fino ad adesso il mondo delle imprese e la pubblica amministrazione non sono stati mai capaci di assorbire completamente lo scarso numero dei laureati che il sistema formativo ha prodotto, ma non sono stati neanche capaci, una volta assunti, a sfruttarne a pieno le competenze.

In Italia lo stipendio medio dei laureati nei primi 5 anni di lavoro, una volta stabilizzati, si aggira tra i 27 e i 28 mila euro a fronte dei 46mila euro della Germania e dei 35mila euro della Francia.

Laurearsi in questo paese può in alcuni casi peggiorare la probabilità di trovare un lavoro.

L’Italia è uno dei pochi paesi in cui le prospettive di lavoro (49%) per i 25-34enni con un livello di studi terziario sono inferiori ai diplomati dei percorsi di studio professionali della scuola secondaria superiore che è pari al 68%. 

A fronte della attuale pressante domanda di alti profili professionali, nel 2015, secondo dati Istat, le assunzioni non stagionali, previste dalle imprese per livello di istruzione, hanno riguardato per il 40% lavoratori in possesso del solo diploma secondario, per il 28% soggetti in possesso di alcuna formazione specifica e solo per il 16,5% e il 15,4% rispettivamente lavoratori in possesso di qualifica professionale e di laurea.

Abbiamo infatti tuttora un primato per l’ impiego di lavoratori in possesso di un basso livello di istruzione (31,8%), al quarto posto in Europa e precediamo, come abbiamo visto solo la Romania per la bassa quota di occupati altamente qualificati 21%, con un divario dalla media europea di 12 punti percentuali.

E’ un dato di fatto quindi , anche se sembra che tutti non ne siano pienamente coscienti, che fino ad ora l’Italia ha avuto bisogno, nell’attività lavorative, soprattutto di buoni esecutori e non tanto di laureati, super-tecnici, ne tanto meno di scienziati, anche se adesso se ne piange con tanto clamore la mancanza.

L’Italia è il secondo paese manifatturiero in Europa ed il settimo nel mondo, ma una parte importante del nostro sistema industriale rimane ancora legato a una base di competenze artigiane, che si sono evolute, ma che fondamentalmente traggono il loro sapere, che è un “sapere fare”, piuttosto che dalla formazione accademica delle sue risorse umane, da una tradizione antica che fortunatamente pochi altri hanno saputo conservare, e che al momento è un vantaggio competitivo in parecchi campi. Questo legame è presente nel mondo del design, in quella della moda, nella produzione di macchine utensili, ed è profondo e vitale nelle grandi imprese di lusso e nelle piccole imprese della meccanica di precisione.

Oggi il grande timore di questi imprenditori è che il gap che il nostro “saper fare” ha creato in alcuni campi con le imprese manifatturiere dei paesi concorrenti possa essere nel medio termine colmato, dall’avvento delle nuove tecnologie, e dall’affermarsi dell’industria 4.0 in questi paesi.

Il solo saper fare forse non basterà più. Per continuare a battere la concorrenza anche la nostra industria, pur mantenendo i piedi ancora ancorati a quella tradizione che è stata vincente nel passato, dovrà evolvere velocemente verso l’industria 4.0 ed è fondamentale che il suo capitale umano venga rafforzato con sostanzioso ingresso di knowledge worker, il cui profilo non potrà che essere preparato dall’accademia con corsi laurea specifici, anche professionalizzanti , ma di alto livello. 

Sarà capace il nostro paese di adeguare velocemente il suo capitale umano ai nuovi scenari ? 

La soluzione è complessa e va ricercata su tre dimensioni concorrenti, in uno spirito di totale cooperazione di tutti principali attori del sistema Paese.

(fine della 1 parte)

fonte: Salvatore Improta – http://www.quadratodellaradio.it/node/110

Coraggio

La competizione, il cinismo, la concorrenza “senza tregua”, il risultato ottenuto a svantaggio del concorrente, “facendo le scarpe” all’antagonista, mettendo quest’ultimo in condizioni di non nuocere, sta provocando effettivamente gli stessi effetti della guerra classica. Sedotti dalla volontà di potenza, dimentichi che il “potere” ha un valore diverso, inconsapevoli che esso è già in noi come talento, come germe di salute costruttiva.

Nella nostra cultura il concetto di “guerra” sta avendo un’estensione tale mai avuta in passato; la guerra è diventata praticamente una realtà civile normale e benefica “al servizio” o “a difesa” delle popolazioni, dei mercati, delle religioni, della cultura, ecc.

La guerra ormai la viviamo – chi più, chi meno – dentro di noi, nelle relazioni che abbiamo con gli altri e con noi stessi. Spesso nascondendo la sofferenza dietro lo stereotipo della parola “stress” rischiamo di non accorgerci dell’insostenibilità della nostra vita. Viviamo dentro una volgarità diffusa che sta stravolgendo la natura umana. Abbiamo da tempo superato il limite e non ce ne siamo accorti perché non abbiamo più un concetto definito di limite. Viviamo nell’ebbrezza del “no limits”.

Proviamo a riscoprire il valore del coraggio, che oltretutto è l’essenza stessa dell’impresa, che ha bisogno di energia, di audacia e naturalmente di buon senso. Il coraggio è un’esperienza attraverso la quale ognuno di noi può contrapporre ai suoi istinti dei valori morali; è un comportamento ad altissimo valore aggiunto. è anche un’emergenza, sapendo che il rovescio di questa medaglia manifesta comportamenti che solo eufemisticamente potremmo chiamare “condotte a rischio”. Ma il vero coraggio ha sempre una portata morale.

Proviamo a mantenere la rotta verso un senso della vita che realizzi veramente il ben essere delle persone, delle aziende e delle organizzazioni, a partire dal coraggio di recuperare il bene comune del nostro lavoro. Proviamo a recuperare la libertà e la dignità dell’essere persona e il senso del suo valore.

Oltre il giardino: 38: Coraggio (2003)