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Se vince il modello americano

Trovo molto interessante e stimolante quanto scrive Daniele Tissone sull’ultimo numero di Rassegna Sindacale. Lo trascrivo perché è giusto riflettere su questi argomenti. Per capire meglio.

A capirlo per prima dovrebbe essere la politica, che dimostra ogni giorno di più di non conoscere quell’organismo delicato preposto alla sicurezza dei cittadini, il suo capitale umano, la psicologia delle sue donne e dei suoi uomini.

 

 

Probabilmente gli avvenimenti di Ferguson, Missouri, dove lo scorso mese di agosto l’uccisione di un diciottenne da parte della polizia locale ha causato diverse giornate di protesta, è la spia di un fenomeno molto più ampio e diffuso in tutti gli Stati Uniti e riguarda la crescente militarizzazione delle forze dell’ordine di quel paese.

In “Rise of the warrior cop” (La nascita del poliziotto guerriero), Radley Banko parla di un fenomeno che negli ultimi anni sta causando negli Usa grande dibattito: uno degli argomenti è la formazione di squadre speciali – le Swat – anche nei centri abitati che sono poco più di paesini, questione che ha fatto riemergere la retorica, vecchia di decenni, che la lotta contro il crimine sia una “guerra”, e che dunque vada gestita e combattuta come tale, anche se entrambi gli “schieramenti” in campo sono formati da cittadini dello stesso paese.

 

Al di là delle ingenti cifre che si spendono con la creazione di squadre di intervento, la militarizzazione delle forze di polizia negli Usa ha molti altri aspetti problematici. Le squadre Swat sono addestrate molto spesso damilitari in servizio, generalmente delle forze speciali dell’esercito.

 

“Nessuno ha preso la decisione di militarizzare la polizia in America – scrive Banko nel suo libro -. Il cambiamento è arrivato lentamente, il risultato di una generazione di politici e funzionari pubblici che hanno sventolato e sfruttato le paure diffuse dichiarando guerra ad astrazioni come il crimine, l’abuso di droga e il terrorismo. Le politiche che ne sono risultate hanno reso quelle metafore belliche sempre più reali”.

Questo è quello che accade negli States e fare oggi un paragone con il nostro paese rispetto alla situazione descritta può sembrare esagerato, ma siamo così convinti che, anche da noi e magari sulla base di alcuni dei presupposti fin qui esposti non si stia andando verso una simile direzione?

 

A questo proposito, un aspetto in particolare, che riguarda già da tempo le forze di polizia del nostro paese, preoccupa. Mi riferisco alla massiccia assunzione di personale proveniente esclusivamente dall’esercito, un ambito dal quale si prevede che nel 2020 proverrà oltre il 60 per cento del personale assunto nella Polizia di Stato, nell’arma dei Carabinieri e nella Guardia di Finanza, avendo il Parlamento varato una legge che, per oltre 20 anni, prevede l’ingresso nei corpi di Polizia di solo personale militare, spesso con esperienza presso i teatri di guerra e con già 4-5 anni di ferma volontaria alle spalle. Una lenta e graduale militarizzazione di apparati che hanno finalità ben diverse da quelle militari e che andrà, nel tempo, a modificare, inevitabilmente e sempre di più, l’intera organizzazione di quei corpi.

 

Tutto questo è un male, oltre che costituire un’anomalia del sistema, anche perché, senza demonizzarla, la provenienza militare reca con sé attitudini diverse dalla formazione di una Polizia civile come quella dell’attuale modello previsto dalla legge di riforma del 1981, che si incentra su un’autorità centrale di pubblica sicurezza con il compito di collaborare in pieno con i cittadini.

 

In relazione alle polizie locali non possiamo dimenticare come, in tempo di devolution, molte di esse – ma non in tutto il paese – si siano dotate di reparti specializzati, facendo ricorso a strumenti e mezzi in alcuni casi superiori a quelli delle forze dell’ordine nazionali. Penso a tanti comuni del Veneto o della Lombardia, ma non solo, dove abbiamo assistito a una vera e propria “metamorfosi” senza valutare mete od obiettivi e dove autoreferenzialità e ostentazione possono condurre a fenomeni incontrollabili.

 

Tutto ciò ci preoccupa non poco, perché la mission di un operatore della sicurezza deve essere cosa ben diversa dagli scenari dei teatri di guerra, nonché dal moltiplicarsi di polizie territoriali che mutano i propri obiettivi e le proprie funzioni.

E’ fuor di ogni dubbio chel’attuale scenario di crisi ha creato un vasto spazio di sofferenza, di ansia, rabbia e tensione, che si può affrontare con responsabilità e cultura riformista o che, al contrario, può rappresentare una grande opportunità di marketing della paura (dai manager della violenza di piazza alla Val di Susa, agli stadi).

 

Purtroppo, con la quasi totale assenza della politica, dimessasi da tempo dal suo ruolo di mediazione-composizione delle tensioni, le operazioni di marketing guadagnano terreno. Avvengono così due fenomeni tra la popolazione, che non percepisce le istituzioni al proprio fianco, lievita la rabbia; dal canto suo, la politica enfatizza il ricorso allo strumento di “compressione”. Salvo poi prenderne nettamente le distanze.

 

Dovrebbe essere scontato, alla luce delle nostre riflessioni e di quanto sta accadendo oltreoceano, che la Polizia avrebbe bisogno, soprattutto in questo momento, di segnali coerenti e in controtendenza con simili operazioni.

A capirlo per prima dovrebbe essere la politica, che dimostra ogni giorno di più di non conoscere quell’organismo delicato preposto alla sicurezza dei cittadini, il suo capitale umano, la psicologia delle sue donne e dei suoi uomini. I riflessi della recessione e delle tensioni su questo personale non andrebbero ulteriormente aggravati attraverso i continui blocchi contrattuali, il mancato sblocco degli automatismi, la scarsità di mezzi e tecnologie.

 

 

 

Se vince il modello americano

Daniele Tissone, segretario generale Silp-Cgil

Rassegna Sindacale, n. 32, 2014,pag. 6-7

Manca una cultura dell’attività di polizia

Dal caso Ruby al delitto di via Poma: 
lo sguardo dell’avvocato Nino Marazzita 
sulla giustizia italiana

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Il 27 gennaio il New York Times ha posto una domanda ai suoi lettori: cosa dice degli italiani la loro tolleranza nei confronti dell’edonismo di Silvio Berlusconi? Io, pochi giorni dopo, ho rigirato la questione all’avvocato Marazzita. “Dice che siamo un popolo che ha perso il senso civico”, mi ha risposto, con la prontezza di chi quella domanda se l’era già posta un milione di volte.

E come lo recuperiamo?


La gente si deve ribellare. Politicamente non c’è soluzione, perché la politica è nelle mani del Presidente del Consiglio. Berlusconi la spunta sempre, perché compra, illude, da. Ha una schiera di fedeli che lo difende con le unghie e con i denti. Quello che serve è una rivoluzione promossa da quella parte di società che ha ancora il senso della legalità, che non può più tollerare un governo incapace di intervenire sulle questioni importanti.

La cosa preoccupante, a mio avviso, è che la mentalità di moltissimi italiani è quella di Berlusconi: del resto non è stato eletto dal Padre Eterno, ma da tantissime persone che in lui vedono un modello da emulare, non certo da condannare. Interpellati sulle feste ad Arcore, in molti hanno risposto: “magari mia figlia partecipasse!”, “beato lui!”. Questo non lascia ben sperare.

Infatti questa storia del Rubygate non sembra aver intaccato più di tanto la sua immagine. In un certo senso, dopo Noemi e la D’Addario, è storia vecchia.
 Intendiamoci, Berlusconi non sarebbe il primo uomo a pagare una donna in cambio di prestazioni sessuali. Quando Gronchi, democristiano, era Presidente della Repubblica, c’era un viavai di donne al Quirinale che non aveva nulla da invidiare ad Arcore. Quello, però, era un uomo che aveva il senso dello Stato e che rispettava le forme. Non si è mai arrivati ad una simile deriva. Si diceva, si mormorava, ma in quell’Italia codina non si sconfinava oltre la dimensione del petegolezzo sussurrato.

Oggi, invece, quello che accade durante le feste di Berlusconi è sulla bocca di tutti e noi siamo oggetto di derisione da parte dei giornali e delle televisioni di tutto il mondo. Il problema è che siamo in un tale stato di arretratezza giuridica e costituzionale che la classe politica attuale risulta inamovibile. Da giurista penso che ci vorrebbe una repubblica presidenziale, perché più agile, più funzionale. Ma poi, se immagino che Berlusconi potrebbe diventare il Presidente, inorridisco: se siamo arrivati fino a questo punto con i poteri che ha ora, tutto sommato limitati, figuriamoci con quelli di Capo di Stato.

La magistratura è al centro del mirino di Berlusconi e dei suoi. Il premier ha definito le inchieste a suo carico “farsesche, degne della Ddr”. Lei pensa ci sia un accanimento nei suoi confronti?
 L’indipendenza della magistratura è la chiave di volta dell’indipendenza di un Paese democratico. La libertà può essere garantita solo dalla divisione dei poteri. Ma, come fanno notare i giuristi più sottili, se l’esecutivo e il legislativo sono due poteri che derivano direttamente dal popolo attraverso le elezioni, quello giudiziario è un ordine. 
Oggi, però, l’ordine giudiziario si è trasformato in un potere, che talvolta prevale sugli altri. Ma perché? Perché la politica è assente e la Procura è costretta ad agire, diventando un controllore etico. 
Il problema è che dopo la Prima Repubblica non si è creata una classe dirigente nuova, ma solo un rimescolamento di quella precedente. Non si parla neanche più di politica, ma solo di un vecchio satrapo incapace di gestire il governo e se stesso. 

Secondo lei ci sono squilibri nella situazione attuale? E’ necessaria una riforma della giustizia o va bene così com’è?
Nel sistema italiano uno squilibrio c’è: quello tra accusa e difesa. Il nuovo Codice di procedura penale, ad esempio, ha degradato la prova agli indizi: si può arrivare ad una condanna se gli indizi sono gravi, precisi e concordanti. Questo è un grosso passo indietro nella cultura giuridica, un danno culturale: prima un sospetto non dava luogo a nessuna iniziativa di tipo processuale e per emettere una condanna serviva una prova certa e assoluta. Qual è il risultato di questa modifica? Ci sono moltissime sentenze in più rispetto a 19 anni fa, quando è stato fatto il nuovo Codice. Ci sono più impugnative, più appelli, più ricorsi in Cassazione e, soprattutto, più revisioni di processi.

In quest’ultimo caso, ad esempio, c’è stato un cambiamento significativo. Una volta si poteva chiedere una revisione del processo solo se in possesso di nuove prove decisive, come una nuova e comprovata confessione. In questi anni, invece, la Cassazione ha considerato anche prove già valutate, ma integrate in un contesto nuovo. Le revisioni dei processi, del resto, aumentano perché si commettono più errori. Il rito inquisitorio precedente era sì arretrato e medievale, ma evidentemente queste carenze erano supplite dalla maggiore professionalità dei giudici, da una più spiccata capacità di capire, di valutare gli elementi probatori.

Mi fa un esempio di una sentenza emessa sulla base di soli indizi?

Un esempio è la condanna di Raniero Busco per l’omicidio di via Poma. In quel processo gli elementi, un morso e alcune tracce di Dna, non mi sembrano sufficienti per una verifica. 
Attenzione alla prova scientifica, non è così certa come si possa pensare. Anche la più semplice come il Dna presenta dei problemi: il Dna può essere preso male, gli elementi organici oggetto di accertamento possono essere contaminati. Quando la prova scientifica è esatta, poi, può essere al massimo un elemento di verifica. Busco era il fidanzato di Simonetta Cesaroni, quindi il fatto che il suo Dna sia stato rilevato sul corpo della vittima non sembra sufficiente per emettere una condanna. Lo stesso vale per il morso. E poi il movente? Il pubblico ministero l’ha ricostruito così: il giorno dell’omicidio la Cesaroni e Busco si spogliano e si mettono a fare l’amore. Da alcune lettere di Simonetta si evince che lei fosse molto innamorata, ma non ricambiata dal suo fidanzato. Simonetta, mentre era con Busco, arrabbiata per qualcosa che lui avrebbe detto, impugna un tagliacarte e inizia a minacciarlo. Busco, di fronte a questa reazione, avrebbe perso la testa e inferto 29 coltellate a Simonetta. Le sembra credibile? A me pare che un movente simile giustificherebbe il contrario, cioè che la persona respinta, in questo caso la Cesaroni, nutrisse sentimenti di odio.

A me, in sostanza, sembra che manchino prove concrete. Ci sono state troppe imprecisioni durante le indagini, troppi dettagli trascurati e poi ripresi anni dopo. I vestiti di Simonetta, ad esempio. Sulla scena del crimine non sono stati trovati perché, secondo l’accusa, erano serviti per pulire il sangue. Sei anni fa, però, in una trasmissione televisiva della Leosini un medico legale, uno dei migliori che abbiamo in Italia, ha dichiarato di essere in possesso di quei vestiti e di custodirli nell’Istituto di medicina legale di Torino. Che senso ha esaminarli anni dopo?

C’è, però, il problema dell’alibi di Busco, che il giorno dell’omicidio prima ha dichiarato di trovarsi con un suo amico, poi nel suo garage a lavorare sulla macchina. 
Busco è la prima persona ad essere sentita. Alle tre del mattino è alla Squadra Mobile che rende l’interrogatorio. Pare, però, che nessuno degli investigatori gli chiese mai l’alibi o, come ha dichiarato l’ex capo della Mobile Nicola Cavaliere, l’alibi venne chiesto verbalmente ma non fu mai verbalizzato. Gli fu chiesto nuovamente nel 2004, a 14 anni dall’omicidio: chi di noi saprebbe dire con esattezza dove e con chi si trovava un giorno di così tanto tempo fa?

Come ho già detto, gli elementi a disposizione sono troppo deboli. I raffronti sul morso sul seno di Simonetta sono stati fatti da una fotografia del cadavere, quindi non sono sufficienti a dimostrare che si è trattato di un episodio di violenza prima dell’omicidio e non un atto durante un precedente rapporto sessuale. Busco, poi, non aveva ferite addosso subito dopo il delitto. L’assassino avrebbe usato la sinistra, mentre Busco non è mancino. Con queste contraddizioni, in assenza di prove e di un movente, non si può emettere una condanna.

In questa tendenza, in cui l’indizio può essere una prova, le intercettazioni hanno un ruolo molto rilevante. 
I grandi fenomeni criminali non si possono combattere senza le intercettazioni. Certo, al momento in Italia si tende a farne un abuso. Per sapere se due persone si incontrano per organizzare un piano criminale, non c’è bisogno di intercettare tutte le persone con cui parlano. E’ tutta questione di buon senso, di misura e di capacità professionale. Sta al giudice capire se una parola è criptata o equivoca.

Ci sono dei casi in cui si commettono errori a dir poco grossolani. Prendiamo, per esempio, il caso di Yara, la ragazzina scomparsa vicino Bergamo. Il primo indiziato è stato un ragazzo marocchino, Mohammed Fikri. Durante una telefonata pareva avesse detto: “Allah mi perdoni, l’ho uccisa io”. Dopo il consueto processo mediatico, però, si è scoperto il malinteso linguistico: si trattava infatti, non di una confessione, ma di un’imprecazione. La persona a cui stava telefonando non rispondeva. Lo stesso è accaduto a Bari: un ingegnere francese e uno sceicco-imam siriano, in seguito ad alcune intercettazioni telefoniche, vengono arrestati con l’accusa di terrorismo internazionale. Per un errore di traduzione, il loro discorso relativo all’acquisto di una tonnellata di melograni, che in francese si dice “pommegranate”, era diventato un piano di attacco terroristico con granate. Il problema è che, nel nostro Paese, manca una cultura dell’attività investigativa. Come si cerca di ovviare? Con intercettazioni telefoniche a tappeto: tanto qualcuno prima o poi parla.

Pensa che se ne faccia un uso eccessivo?


Le intercettazioni devono essere concentrate. Nel caso di Berlusconi, i magistrati di Milano pare abbiano fatto molte ore di intercettazioni: è normale che la gente si ponga anche il problema del costo. In Inghilterra, la prima sentenza sul caso Calvi [trovato morto sotto un ponte sul Tamigi, n.d.r.] è stata quella di suicidio. Un secondo processo, però, dimostrò che si trattò di omicidio. Il giudice che emise la prima sentenza, allora, fu costretto a risarcire l’erario dei soldi spesi per un processo il cui esito fu poi smentito.
In Italia c’è stato un referendum per la responsabilità civile, per la quale l’82% degli italiani si è espresso a favore. Una legge, però, non è mai stata fatta. Io credo, invece, che una responsabilità civile ed erariale sia necessaria: se ti mettono ingiustamente in carcere, non devi risarcire solo la vittima, ma anche lo Stato che ha speso soldi in intercettazioni e agenti.

Alcuni sostengono che la pubblicazione sui giornali delle intercettazioni comporti un ingiusto processo mediatico prima di una sentenza effettiva. Lei cosa ne pensa?
Io penso che il dovere del giornalista sia far sapere, anche se talvolta finisce per essere controproducente. Il segreto investigativo serve a tutelare l’acquisizione delle prove. Guarda il caso dell’Olgettina: rendendo note le intercettazioni si sono avvertite tutte le persone coinvolte. Tanto è vero che Berlusconi le ha convocate tutte per organizzare una difesa: questo è un chiaro caso di inquinamento probatorio. 
Il problema è che, se venisse osservato il segreto investigativo, in un Paese in cui ci vogliono due anni per fissare un’udienza preliminare, le cose le verremmo a sapere molti anni dopo. Che senso avrebbe venire a conoscenza di Ruby nel 2013?

 

“In Italia manca una cultura dell’attività investigativa”

L’opinione dell’avv. Nino Marazzita

intervista raccolta da  Eleonora Fedeli

 

courtesy: Polizia e Democrazia, Gennaio-Febbraio/2011 – Interviste

 

Che cosa pensano i cittadini europei della loro polizia ?

La loro percezione varia se i essi vivono a Madrid, Lisbona o Parigi?

 

L’EUPCN (European Crime Prevention Network) ha pubblicato recentemente “Public opinion and policy on crime prevention in Europe”, un rapporto che raccoglie l’opinione dei cittadini di 21 paesi europei e che si basa su uno studio condotto dall’ESS (European Social Survey) tra il 2010 e il 2011. Purtroppo mancano i dati relativi alla Romania, Lettonia, Lussemburgo, Malta e Italia; tuttavia la ricerca mantiene inalterato il suo importante valore documentale.

L’obiettivo principale di questo studio è stato quello di valutare il livello di fiducia degli Europei per la loro polizia e la legittimità che essi le riconoscono.

Tre sono state le domande poste ai cittadini europei per rilevare la percezione globale che essi hanno dell’attività di polizia:

–      i servizi di polizia lavorano bene o male?

–      entrano spesso o raramente di loro iniziativa in contatto con la popolazione ?

–      i cittadini sono soddisfatti della loro azione?

E’ stato posto in evidenza in primo luogo che gli europei sono piuttosto positivi, il 65% si è espresso a favore della qualità dell’attività di polizia. Tuttavia le risposte date alle domande mettono anche in risalto che non esiste per forza una correlazione diretta tra questi tre item.

In concreto, la frequenza dei contatti tra la popolazione e servizi di polizia non sembra influenzare sistematicamente il livello di soddisfazione dei cittadini e nemmeno il loro apprezzamento qualitativo del lavoro di polizia.

Tra i Paesi nei quali i contatti tra polizia e popolazione sono frequenti, alcuni evidenziano buoni risultati in termini di soddisfazione della popolazione, mentre per altri, questo livello di soddisfazione è nettamente inferiore. Allo stesso tempo, un paese come la Finlandia registra un consenso comune sulle frequenze di contatti tra la polizia e la popolazione, con soddisfazione dei cittadini rispetto all’attività  della polizia e la valutazione positiva della qualità di tale attività. Vi sono però altre realtà di paese che mostrano dati molto diversi.

Per valutare la fiducia che gli Europei hanno nei confronti della loro polizia, lo studio si è concentrato sulla capacità di prevenzione delle forze di polizia e anche sulla loro imparzialità.

La polizia è in grado di prevenire la criminalità?

Solo la metà degli Europei ne è convinta. Un dato interessante: nelle persone che sono state vittime recenti di un fatto di criminalità, l’apprezzamento dell’efficacia della polizia in termini di prevenzione è minore. E’ stato  anche messo inluce che l’opinione della popolazione varia poco tra i diversi paesi che hanno partecipato allo studio. Alla domanda sull’imparzialità dei servizi di polizia, i risultati sono più contrastati secondo i paesi. Un esempio? Mentre il 91% dei Finlandesi è convinto di tale imparzialità, all’incirca il 50% degli abitanti della Lituania condividono la stessa opinione. E quando si tratta di una eventuale differenza di trattamento in funzione dello stato di ricchezza o di povertà delle persone oggetto di un intervento di polizia, le differenze tra i paesi sono ugualmente importanti: il 76% di opinioni positive nei Paesi Bassi, rispetto al 22% in Grecia con, tuttavia, una costanza tra tutti i paesi: più la persona coinvolta sarà povera, meno essa sarà convinta di questa imparzialità. 

Come valutano cittadini europei la legittimità della loro polizia?

Nei confronti del quesito, lo studio ha avuto la possibilità di stabilire una correlazione tra due percezioni, cioè che:

–      le forze di polizia e il cittadino hanno lo stesso apprezzamento di ciò che è bene e male;

–      il cittadino ritiene che obbedire agli ordini della polizia è un obbligo.

Chiaramente, più il cittadino sente di condividere gli stessi valori morali della polizia, e più sarà incline a rispettare le sue direttive … anche se questo sentimento di valori condivisi può fortemente variare secondo i paesi.

In generale, i 2/3 degli Europei apprezzano positivamente il modo in cui la loro polizia agisce, anche se i risultati rimangono contrastanti in funzione dei Paesi.

Sta mancando una visione strategica delle politiche per la sicurezza

A me sembra a dir poco esagerato dire “impossibile garantire la sicurezza perché non ci sono forze sufficienti”.

Mentre ritengo del tutto sensata una riflessione fortemente critica sull’uso dei militari per attività di polizia.

 

I numeri dell’allarme, pubblicati nell’articolo di A. Custodero (L’allarme del capo della polizia: “Impossibile grrantire la sicurezza”) pubblicato su Repubblica del 25 novembre 2013, sono sicuramente veritieri.

Tuttavia – è solo un mio punto di vista – eccessivamente carichi di pathos; come da tradizione nazionale.

 

Propongo una tabella di riferimento che, seppure datata, rappresenta bene la realtà del nostro Paese in raffronto con quella Europea e con quella degli Stati Uniti.

Da essa emergono spunti molto interessanti che suscitano domande alle quali non è possibile rispondere in questo contesto.

 

rapporto polizia cittadinanza

 

 

 

Le polizie europee valutate dai loro cittadini

Che cosa pensano i cittadini europei dei loro servizi di polizia?

La loro percezione varia se i essi vivono ad Oslo, Lisbona o Bruxelles?

 

L’EUPCN (European Crime Prevention Network) ha pubblicato recentemente “Public opinion and policy on crime prevention in Europe”, un rapporto che raccoglie l’opinione dei cittadini di 21 paesi europei e che si basa su uno studio condotto dall’ESS (European Social Survey) tra il 2010 e il 2011. Purtroppo mancano i dati relativi alla Romania, Lettonia, Lussemburgo, Malta e Italia; tuttavia la ricerca mantiene inalterato il suo importante valore documentale.

L’obiettivo principale di questo studio è stato quello di valutare il livello di fiducia degli Europei per la loro polizia e la legittimità che essi le riconoscono.

Tre sono state le domande poste ai cittadini europei per rilevare la percezione globale che essi hanno dell’attività di polizia:

– I servizi di polizia lavorano bene o male?

– Entrano spesso o raramente in contatto con la popolazione di loro iniziativa?

– I cittadini sono soddisfatti della loro azione?

E’ stato posto in evidenza in primo luogo che gli europei sono piuttosto positivi, il 65% si è espresso a favore della qualità dell’attività di polizia. Tuttavia le risposte date alle domande mettono anche in risalto che non esiste per forza una correlazione diretta tra questi tre item.

In concreto, la frequenza dei contatti tra la popolazione e servizi di polizia non sembra influenzare sistematicamente il livello di soddisfazione dei cittadini e nemmeno il loro apprezzamento qualitativo del lavoro di polizia.

Tra i Paesi nei quali i contatti tra polizia e popolazione sono frequenti, alcuni evidenziano buoni risultati in termini di soddisfazione della popolazione mentre per altri, questo livello di soddisfazione è nettamente inferiore. Allo stesso tempo, un paese come la Finlandia registra un consenso comune sulle frequenze di contatti tra la polizia e la popolazione, con soddisfazione dei cittadini rispetto all’attività della polizia e la valutazione positiva della qualità di tale attività. Vi sono però altre realtà di paese che mostrano dati molto diversi.

Per valutare la fiducia che gli Europei hanno nei confronti della loro polizia, lo studio si è concentrato sulla capacità di prevenzione delle forze di polizia e anche sulla loro imparzialità.

La polizia è in grado di prevenire la criminalità? 

Solo la metà degli Europei ne è convinta. Un dato interessante: nelle persone che sono state vittime recenti di un fatto di criminalità, l’apprezzamento dell’efficacia della polizia in termini di prevenzione è minore. E’ stato anche anche messo in luce che l’opinione della popolazione varia poco tra i diversi paesi che hanno partecipato allo studio. Alla domanda sull’imparzialità dei servizi di polizia, i risultati sono più contrastati secondo i paesi.

Un esempio? Mentre il 91% dei Finlandesi sono convinti di tale imparzialità, all’incirca il 50% degli abitanti della Lituania condividono la stessa opinione. E quando si tratta di una eventuale differenza di trattamento in funzione dello stato di ricchezza o di povertà delle persone oggetto di un intervento di polizia, le differenze tra i paesi sono ugualmente importanti: il 76% di opinioni positive nei Paesi Bassi, rispetto al 22% in Grecia, con tuttavia una costanza tra tutti i paesi: più la persona coinvolta sarà povera, meno essa sarà convinta di questa imparzialità.

I cittadini europei come valutano la legittimità della loro polizia? Nei confronti del quesito, lo studio ha avuto la possibilità di stabilire una correlazione tra due percezioni, cioè che:

  • le forze di polizia e il cittadino hanno lo stesso apprezzamento di ciò che è bene e male;
  • il cittadino ritiene che obbedire agli ordini della polizia è un obbligo.

Chiaramente, più il cittadino sente di condividere gli stessi valori morali della polizia, e più sarà incline a rispettare le sue direttive … anche se questo sentimento di valori condivisi può fortemente variare secondo i paesi.

In generale, i 2/3 degli Europei apprezzano positivamente il modo in cui la loro polizia agisce, anche se i risultati rimangono contrastanti in funzione dei Paesi.

 

 

Fonte: EUCPN (2012). European Crime Prevention Monitor 2012/2: Public opinion and policy on crime prevention in Europe. Brussels: European Crime Prevention Network.