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Aumentano i crimini ai danni degli anziani. L’esigenza di un aggiornamento per i poliziotti si rende necessaria

L’imbroglio, l’inganno, il raggiro, con lo scopo di trarre profitto a danno degli altri, appartengono da sempre alla storia dell’umanità. Dal famoso serpente fino alle strategie illecite dei nostri giorni, che si rivelano attraverso molteplici forme.

Una variegata articolazione di truffe finanziarie, offerte di lavoro poco serie, vincite alla lotteria inesistenti, nipoti inverosimili che compaiono all’improvviso, phishing, Nigeria connection, pratiche commerciali scorrette, venditori porta a porta simili al gatto e la volpe  di Pinocchio. E altro ancora.

E’ unproblema che affligge tutta la società e che molto spesso rimane sottovalutato.

In particolare, le persone anziane, sempre più numerose, sono costantemente bersaglio di malintenzionati che cercano di approfittare della loro scarsa vigilanza. Ogni giorno si registrano vittime raggirate, imbrogliate e derubate. E l’attenzione normalmente è più centrata sul reato e sull’entità del danno, trascurando la la sofferenza diretta della persona.

Se da un punto di vista giuridico, si tratta del comportamento di “Chiunque, con artifizi o raggiri, inducendo taluno in errore, procura a sé o ad altri uningiusto profitto con altrui danno…“; di un’azione illecita che genera un detrimento o pregiudizio materiale (la perdita di un bene); raramente si tiene conto dell’impatto che l’evento delittuoso ha sulle vittime.

Si immagina, infatti, che la truffa sia un crimine meno violento di altri. Ma, come numerose ricerche hanno messo in luce, è minima la differenza tra gli effetti traumatici di un crimine violento e quelli di una “banale” truffa.

Le persone che hanno subito una truffa possono vivere soggettivamente un’esperienza simile a quelle di violenza o di abuso e, di conseguenza, provare sentimenti di colpa, vergogna, scarsa autostima, “rabbia”, umore depresso, isolamento e insensibilità sociale, giudizio morale negativo da parte di altri,sfiducia, somatizzazioni e disturbi di vario tipo.

Spesso, e penso soprattutto alle persone anziane, si patisce una doppia vittimizzazione: quella (primaria) direttamente in relazione con il comportamento dannoso e quella (secondaria) relativa alla stigmatizzazione da parte dei parenti e degli amici della vittima e anche a ciò che si vive nel corso delle indagini.

Molto spesso accade anche che, chi ha subito il reato, viva il proprio dramma nel silenzio assoluto e nell’isolamento, sviluppando nel corso del tempo problematiche psico-sociali molto più complesse.

La vigilanza dei parenti e degli amici risulta essere il migliore strumento di difesa, anche se esiste una cornice giuridica sufficiente a inquadrare le attività delittuose e a perseguire i reati che spesso non vengono presi in considerazione, perché non denunciati, oppure perché le denunce non possono essere adeguatamente supportate da prove atte a dimostrare la realtà dei fatti.

Secondo me, un’attività efficace di contrasto alla criminalità fraudolenta può essere realizzata attraverso lo sviluppo di una cultura di prevenzione articolata su piani diversi, quali ad esempio campagne di sensibilizzazione, con adeguate forme di comunicazione e informazione, per medici di base, operatori sociali e della polizia, oppure per la cittadinanza più esposta; corsi di formazione ad hoc per operatori sociali e della polizia; un adeguato supporto psicologico delle persone particolarmente vulnerabili; organizzazione di gruppi di auto mutuo aiuto; una conforme realizzazione di punti d’ascolto e sostegno telefonico, ed altro ancora, che in questa occasione ometto di citare.

Per quanto concerne l’intervento sui casi, ritengo di primaria importanza la qualità della presa in carico da parte della Polizia nel momento in cui la vittima denuncerà i fatti. In queste circostanze, un ascolto paziente e attivo volto innanzitutto al conforto della persona è fondamentale; possibilmente all’interno di uno spazio accogliente, tranquillo e rispettoso della intimità delle esperienze vissute; che offra sicurezza innanzitutto attraverso un ascolto cortese e rispettoso, tale da creare un clima di fiducia e confidenza.

Se adeguatamente preparati, gli addetti della polizia potrebbero essere in grado di fornire anche un primo soccorso psicologico, competente e umano, in grado di sostenere le persone senza essere intrusivi; valutare i bisogni e le preoccupazioni della persona; aiutare le vittime a soddisfare i loro bisogni primari e aiutarle a ottenere le informazioni per raggiungere i servizi e il sostegno sociale di cui hanno bisogno; proteggere le persone da eventuali nuovi danni.

Lo psicologo rimarrebbe a disposizione per i casi più complicati.

 

La dipendenza affettiva: riconoscerla e affrontarla

Nelle persone che soffrono di dipendenza affettiva è facile notare difficoltà di natura psichica che sono da ricollegare all’infanzia. Le diverse forme di “costrittività” subite durante questo periodo potrebbero porsi in stretta relazione con la sofferenza.

Per comprendere bene di cosa si tratta, proviamo a inquadrare i sintomi ad essa collegati e le ripercussioni sulla vita delle persone che ne sono afflitte.

 

Sintomi della dipendenza affettiva

Difficoltà a stimarsi nel modo giusto

Cioè ad identificare con precisione quali siano le proprie responsabilità.

Ciò può esprimersi in tre modi:

– la persona sta soffrendo di un complesso di inferiorità;

– la persona è orgogliosa e megalomane;

– la persona si preoccupa solo del giudizio degli altri.

 

Difficoltà a stabilire dei confini efficaci

I confini ci proteggono dalle aggressioni esterne e, nello stesso tempo, contengono la nostra aggressività.

Ci aiutano inoltre a definire meglio ciò che siamo e cosa vogliamo.

Le persone dipendenti affettivamente possono presentare quattro modalità disfunzionali diverse:

– l’assenza totale di barriere: in questo caso la persona non si rende conto della aggressività di cui è vittima o che, al contrario, rivolge verso gli altri;

– scarsa efficacia dei limiti: in alcune situazioni i limiti posti dalla persona funzionano bene, in altre si rivelano del tutto inefficaci;

– eccessiva strutturazione dei limiti: per proteggersi completamente, la persona utilizza una maschera, una corazza. Erige quattro tipi di muro: la collera, la paura, il silenzio o le parole;

– un continuo passare da una posizione di difesa totale a una completa incapacità di difendersi.

 

Difficoltà a riconoscere la propria identità

L’identità è determinata dalla realtà del corpo, dall’organizzazione del pensiero, dai sentimenti che si provano e dal comportamento.

La difficoltà a riconoscere la propria identità può presentarsi in due forme distinte:

– la persona conosce la propria identità ma non arriva a comunicarla: la nasconde agli altri, per paura di un rifiuto. Crede che la propria identità non corrisponda alla aspettative delle persone che le stanno intorno;

– la persona non ha alcuna idea di ciò che costituisce la propria identità: deve allora costruirsene una in funzione di ciò che desidera offrire agli altri.

 

Difficoltà a riconoscere e a soddisfare i propri bisogni e le proprie aspettative

Si possono presentare quattro atteggiamenti diversi:

– dipendenza: la persona conosce i propri bisogni e desideri ma non li esprime e non fa nulla perché possano essere soddisfatti. Lascia che altri se ne curino al posto suo.

– indipendenza: la persona conosce i propri bisogni e desideri ma sceglie di non soddisfarli piuttosto che chiedere aiuto.

– indifferenza: la persona ritiene di non avere alcun bisogno o desiderio. Qualcuno dovrà quindi vegliare costantemente  su di essa per assicurarsi che almeno i suoi bisogni primari vengano soddisfatti.

– confusione tra desideri e bisogni: la persona sa quello che vuole e in genere si attiva per ottenerlo. Tuttavia, è incapace di definire un personale progetto di vita, di stabilire le priorità, poiché non ha una idea chiara dei propri bisogni.

 

Difficoltà ad avere  comportamento e reazioni equilibrate

Questo sintomo è più facilmente identificabile da chi vive vicino alla persona che soffre di dipendenza affettiva: le sue reazioni vanno da un estremo all’altro, senza una ragione apparente.

 

Aver riscontrato in noi qualche sintomo della dipendenza affettiva è già un passo avanti verso la guarigione.

 

Trattamento della dipendenza affettiva

Per un trattamento efficace, va rispettata una regola importante: “Apprendere a combattere contro i problemi esistenziali”.

Ad esempio migliorare l’autostima, affrontare la vita con più equilibrio, ecc.

Per fare questo, pè possibile utilizzare le seguenti strategie:

– Riconoscere la natura dei  problemi: scoprendo come subite i sintomi e come essi influiscono su ogni aspetto della vostra esistenza.

– Farsi aiutare: per avere un sostegno nella ricerca di voi stessi, scegliete una persona che sia capace di aiutarvi, di offrirvi l’ascolto di cui avete bisogno.

– Affrontare subito i problemi che vi fa vivere la dipendenza.

 

In conclusione

Il cammino che conduce alla soluzione del problema è spesso difficile. L’impressione di passare da un estremo all’altro fa in modo che ci si possa sentire male nei propri panni.

Di più, il passaggio tra la dipendenza e l’indipendenza crea talvolta molta insicurezza.

Bisogna tuttavia mantenere la fiducia sul fatto che questo disturbo è transitorio e che, in fin dei conti, se ne può uscire.

Magari, con il supporto di un professionista esperto che vi aiuti a porre in una prospettiva migliore il senso della vostra esistenza.

Truffe a danno di anziani: l’attenzione va “centrata” sulle vittime

L’imbroglio, l’inganno, il raggiro, con lo scopo di trarne profitto a danno degli altri, appartengono da sempre alla storia dell’umanità. Dal famoso “serpente” fino alle strategie illecite dei nostri giorni che si rivelano attraverso molteplici forme: una variegata articolazione di truffe finanziarie, offerte di lavoro poco serie, vincite alla lotteria inesistenti, nipoti inverosimili che compaiono all’improvviso, phishing, “Nigeria connection”, pratiche commerciali scorrette, venditori porta a porta simili al “gatto” e la “volpe”, e altro ancora.

 

E’ un problema che affligge tutta la società e che molto spesso rimane sottovalutato. In particolare, le persone anziane, sempre più numerose, sono costantemente bersaglio di malintenzionati che cercano di approfittare della loro scarsa vigilanza. Ogni giorno si registrano vittime raggirate, imbrogliate e derubate.

E l’attenzione normalmente è più centrata sul reato e sull’entità del danno e si trascura la sofferenza diretta della persona.

 

Se da un punto di vista giuridico, si tratta del comportamento di “Chiunque, con artifizi o raggiri, inducendo taluno in errore, procura a sé o ad altri un ingiusto profitto con altrui danno …”; di un’azione illecita che genera un detrimento o pregiudizio materiale (la perdita di un bene)  raramente si tiene conto dell’impatto che l’evento delittuoso ha sulle vittime, si  immagina, infatti, che la truffa sia un crimine meno violento di altri. Ma, come numerose ricerche hanno messo in luce, è minima la differenza tra gli effetti traumatici di un crimine violento e quelli di una “banale” truffa.

 

Le persone che hanno subito una truffa possono vivere soggettivamente un’esperienza simile a quelle di violenza o di abuso e, di conseguenza, provare sentimenti di colpa, vergogna, scarsa autostima, “rabbia”, umore depresso, isolamento e insensibilità sociale, giudizio morale negativo da parte di altri, sfiducia, somatizzazioni e disturbi di vario tipo. Spesso, e penso soprattutto alle persone anziane, si patisce una doppia vittimizzazione: quella (primaria) direttamente in relazione con il comportamento dannoso e quella (secondaria) relativa alla stigmatizzazione da parte dei parenti e degli amici della vittima e anche a ciò che si vive nel corso delle indagini. Molto spesso accade anche che chi ha subito il reato viva il proprio dramma nel silenzio assoluto e nell’isolamento, sviluppando nel corso del tempo problematiche psico-sociali molto più complesse.

 

La vigilanza dei parenti e degli amici risulta essere il migliore strumento di difesa; anche se esiste una cornice giuridica sufficiente a inquadrare le attività delittuose e a perseguire i reati; che spesso non vengono presi in considerazione, perché non denunciati, oppure perché le denunce non possono essere adeguatamente supportate da prove atte a dimostrare la realtà dei fatti.

 

Secondo me, un’attività efficace di contrasto alla criminalità fraudolenta può essere realizzata attraverso lo sviluppo di una cultura di prevenzione articolata su piani diversi, quali ad esempio campagne di sensibilizzazione, con adeguate forme di comunicazione e informazione, per medici di base, operatori sociali e della polizia,  oppure per la cittadinanza più esposta; corsi di formazione ad hoc per operatori sociali e della polizia; un adeguato supporto psicologico delle persone particolarmente vulnerabili; organizzazione di gruppi di auto mutuo aiuto; una conforme realizzazione di punti d’ascolto e sostegno telefonico, ed altro ancora che in questa occasione ometto di citare.

 

Per quanto concerne l’intervento sui casi, ritengo di primaria importanza la qualità della “presa in carico” da parte della Polizia nel momento in cui la vittima denuncerà i fatti.

In queste circostanze, un ascolto paziente e attivo volto innanzitutto al conforto della persona è fondamentale; possibilmente all’interno di uno spazio accogliente, tranquillo e rispettoso della “intimità” delle esperienze vissute; che offra sicurezza innanzitutto attraverso un ascolto cortese e rispettoso, tale da creare un clima di fiducia e confidenza.

 

Se adeguatamente preparati, gli addetti della polizia potrebbero essere in grado di fornire anche un primo soccorso psicologico, “competente” e “umano”, in grado di sostenere le persone senza essere intrusivi; valutare i bisogni e le preoccupazioni della persona; aiutare le vittime a soddisfare i loro bisogni primari e aiutarle a ottenere le informazioni per raggiungere i servizi e il sostegno sociale di cui hanno bisogno; proteggere le persone da eventuali nuovi danni.

 

Lo psicologo rimarrebbe a disposizione per i casi più complicati.

Amicizia e salute

Le persone che hanno buoni rapporti sociali subiscono meno l’incidenza di malattie gravi come i tumori o i disturbi cardio circolatori, perché l’amicizia non si limita solo a dare sostegno agli individui, essa partecipa anche alla cura e alla salutogenesi delle persone.

Ciò accade in quanto le relazioni, quando sono serene e positive, apportano benessere innescando processi psico-neuro-endocrini che migliorano le nostre risorse immunitarie.

Dalle prime ricerche sui “legami sociali” risalenti al 1929, sino ad oggi, la letteratura scientifica ha continuamente fornito riscontri qualificati e documentati che mettono in luce le potenzialità dell’amicizia. Essa amplia il senso d’appartenenza e aumenta la voglia di vivere. Incoraggia la nostra tendenza a stare bene e previene/elimina lo stress. Amplia il sentimento d’autostima. Riduce il rischio di problemi gravi per la salute psichica. Aiuta a superare i momenti critici della nostra vita, ad esempio i lutti e le malattie. Gli amici più intimi possono aiutarci a cambiare le cattive abitudini, come la dipendenza da sostanze. Con un amico sincero possiamo lasciarci andare ed essere completamente “trasparenti” nei momenti felici e in quelli più difficili e dolorosi.

L’amicizia è una qualità del legame sociale che aggiunge valore alla relazione interpersonale (in famiglia, al lavoro, ecc.) e non è solo prerogativa infantile o adolescenziale.

Se penso ad essa come a un ambito spazio-temporale al cui interno si sviluppano interazioni aventi un alto grado di similarità (culturale, di interessi, valori, stili di condotta, ecc.) posso immaginare una relazione più appagante anche nelle interazioni sociali al lavoro. Tuttavia, oggi mi chiedo se l’amicizia esiste ancora in una società dove il successo a scapito degli altri sembra la via maestra. Alludo, ad esempio, a quelle organizzazioni del lavoro basate sul benchmarking, in cui i dipendenti si trovano continuamente in competizione tra loro, condizione che compromette gravemente la salute; evento testimoniato anche da una recentissima sentenza di un tribunale francese che impone alla Caisse d’Epargne Rhône Alpes Sud di fermare la loro modalità gestionale, proprio ispirata al benchmarking.

Credo che occorra impegnarsi molto responsabilmente affinché questo patrimonio immateriale della nostra umanità (l’amicizia) ritorni ad essere la fonte benefica alla quale attingere le risorse per stare in salute: il piacere di stare insieme, l’accettazione e il rispetto dell’altro, la fiducia, la comprensione, la spontaneità e l’ascolto attento dell’altro.

I rapporti amichevoli al lavoro riguardano direttamente le persone, il loro stato di salute e gli interessi delle imprese e societari, cioè la “salute” delle aziende. Pure in questo campo, ricerche ormai numerose lo confermano postulando la necessità di prestare particolare attenzione ai rischi psico-sociali e valutare attentamente l’incidenza dello stress lavoro-correlato che ha un forte impatto sull’ambiente di lavoro e sulle relazioni umane; di conseguenza, direttamente sulla salute delle persone e delle aziende. E’ proprio per questo che oggi si usa parlare di “benessere organizzativo”, facendo riferimento al fatto che un’azienda “amichevole” o friendly è capace di realizzare un clima relazionale sano e, di conseguenza, prevenire manifestazioni di malessere a livello organizzativo e individuale.

Una azienda poco amichevole è caratterizzata da fattori organizzativi come ad esempio la mancanza di relazioni di supporto sul luogo di lavoro, l’insicurezza del lavoro e la cultura organizzativa. Tali fattori costituiscono la matrice dei rischi psico-sociali e dello stress lavoro-correlato che possono causare degli effetti negativi sulla salute, un aumento del rischio di incidenti ed una diminuzione della performance capaci di portare in un secondo tempo all’abbandono del posto di lavoro. queste conseguenze hanno un impatto sia a livello individuale che a livello organizzativo, ma possono anche avere un impatto a livello di settore e nazionale.

Egoismo e responsabilità

Vi è nella responsabilità un “dovere” di risposta coniugato ad una “libertà” di scelta che si risolve in ambito giuridico, nella “imputabilità” al singolo delle azioni e delle sue conseguenze, in ambito morale in un obbligo di valutazione correlato agli altri del proprio agire.

Max Weber a fronte della tragedia della Grande Guerra parla di una “etica della responsabilità”, dell’agire tenendo conto degli effetti delle proprie azioni, contrapponendola a quella che lui chiama l’ “etica della convinzione”, in cui si giudica sulla base dell’intenzione fornendo un giudizio morale sul movente e non sugli effetti.

Nell’impossibilità di sostenere un “libero arbitrio assoluto” senza la presenza di alcun determinismo si deve introdurre una “responsabilità della riflessione”, ossia la necessità della presenza di una valutazione adeguata alle conseguenze, di un controllo razionale dei mezzi impiegati e delle loro conseguenze in cui i “valori” costituiscono premessa e coordinate dell’agire.

Questa etica della responsabilità è da Hans Jonas estesa anche a coloro che non sono ancora nati fino a ricomprendere l’intera biosfera, infatti vi è un dovere per chi ha potere di agire per il bene di coloro che da lui dipendono, un dovere essere fatto che nel proiettarsi supera la semplice rendicontazione di ciò che è stato fatto, in questo completando e saldandosi con la “sostituzione vicaria” richiamata da Bonhoeffer, nella quale vi è attraverso l’assunzione di responsabilità nei confronti degli altri il tratto distintivo dell’uomo rispetto agli altri esseri animati, tuttavia questo può risolversi in arbitrio senza il riconoscimento delle altre responsabilità proprie dell’uomo.

Ne discende una particolare responsabilità per il politico il quale deve agire “per” anziché “su” gli amministrati, con una responsabilità che investe ogni aspetto dell’esistenza in una costante continuità nel tempo tale da rinsaldare l’identità collettiva.

In quest’opera nasce l’esigenza per il politico di sviluppare le potenzialità dell’uomo anziché renderlo un semplice lacchè o automa, ma tale necessità può realizzarsi solo creandone le condizioni, ossia l’ambiente idoneo per la collettività futura, ciò non può accadere tuttavia in senso deterministico attraverso una precisa consequenzialità di atti predeterminati, ma sarà la responsabilità per gli effetti dei singoli atti a dare luogo al complesso imprevedibile del futuro, si passa pertanto da un’etica kantiana individuale ad una collettiva politica nella quale il tempo, quale tensione verso il futuro, assume una propria autonoma dimensione.

La necessità del valutare la collettività dell’essere umano proiettata nel futuro evidenzia il tessuto della comunicazione linguistica quale substrato nella

relazione intersoggettiva ( Habermas), da cui ne deriva una “comunità ideale di comunicazione” quale misura di responsabilità e moralità sulla natura consensuale delle norme che devono guidare l’agire pratico anche sulla valutazione dell’impatto tecnologico ( Apel), ma proprio la complessità delle valutazioni fa sì che tale “comunità ideale” non sia che una galassia di un insieme di comunità ideali differenziate tra loro, nel quale solo una comunicazione politica può costituire l’interconnessione.

In questo processo, sebbene Sartre assolutizzi la responsabilità di ciascun individuo, Derrida nega la possibilità di una “imputabilità” giuridica assoluta per il singolo se non ci si riferisce al contesto del suo agire, tuttavia bisogna evitare di giungere ad automatismi comportamentali in cui venga archiviato quello che Arendt definisce il “gesto del pensare”, anticamera per una deresponsabilizzazione che giustifichi qualsiasi arbitrio derivante dalla manipolazione delle coscienze, infatti solo dalla “facoltà di giudizio” può provenire quel nesso tra morale e diritto che costituisce la responsabilità personale giuridica da calarsi nella più ampia “etica della responsabilità” descritta da Jonas.

La “libertà” di giudizio che appare alla base della “facoltà” di giudizio sembra premettere a sua volta una “volontà” di giudizio che Nietzsche interpreta come inclinazione al comando, volontà di potenza al di là del semplice desiderio, che viene a risolversi in un piacere di comando e arbitrio, un surplus di forza rimesso all’esclusivo giudizio kantiano del singolo, vi è insito in questo un potenziale difetto di giudizio che aleggia semplicemente su tutti i campi umani del sapere, un errore sempre in agguato anche in qualsiasi norma o regola imposta dall’esterno al comportamento umano ( Arendt).

Solo il principio di una “etica della responsabilità” può essere parametro di giudizio, contraltare all’eccessivo ideologico individualismo sociale (Dumont) tratto comune nella modernità con l’ universalismo (Simmel), una differenza individuale propria delle differenziazioni culturali ed economiche insite nella crescita della società moderna, la quale giustifica sé stessa sulla crescente qualità della forma di vita sociale, ne consegue che l’individualismo deve sfociare nella cooperazione strategica in presenza di obiettivi sociali comuni in un’alternarsi di cooperazione/conflitto, contrapposto alla mera ed esclusiva egoistica competizione di tipo atomistico (Genovese).

Nell’evoluzione vi è la ricerca di una giusta combinazione fra selezione del gene e selezione di gruppo al fine di una continua adattabilità all’ambiente che l’uomo stesso in buona parte ha creato, in questa strategia mista intervengono i “geni culturali” quale eredità culturale nel definire il rapporto ottimale del campo da gioco (Lunsden- Wilson) ; al bagaglio genetico del comportamento si sovrappongono le condizioni generali determinate dai meccanismi della selezione di gruppo, sì ché ad una strategia pura singola di primo livello si aggiunge ed interseca una strategia mista di secondo livello nella quale il gioco è visto nella sua interezza ( Mérò ), anche se vi è sempre uno stato d’animo in qualsiasi ragionamento, un portare all’eccesso un rapporto, un sistema non solo per fini utilitaristici ma quale gioco in cui sfidare ed esaltare il proprio sé contro gli altri, quale volontà di potenza.

Scrive Huizinga, “Il guastafeste è tutt’ altra cosa che un baro. Quest’ ultimo finge di giocare il gioco. In apparenza continua a riconoscere il cerchio magico del gioco. I partecipanti al gioco gli perdonano la sua colpa più facilmente che al guastafeste, perché quest’ultimo infrange il loro stesso mondo…. Perciò egli deve essere annientato; giacché minaccia l’esistenza della comunità “giocante”…. Anche nel mondo della grave serietà, i bari, gli ipocriti, i mistificatori hanno sempre incontrato più facilitazioni dei guastafeste: cioè gli apostati, gli eretici, gli innovatori e i prigionieri della propria coscienza”.” ( p. 15 Homo ludens, Einaudi 1973).

 

Sabetta Sergio, Egoismo e Responsabilità. Alla ricerca della qualità

Pubblicato in Sociologia e Psicologia del diritto

http://www.diritto.it/docs/33428-egoismo-e-responsabilit?page=2

 

Bibliografia

  1. Weber, L’etica della responsabilità, La Nuova Italia 2000;
  2. Furiosi, Uomo e natura nel pensiero di Hans Jonas, Vita e Pensiero 2003;
  3. Vergini, Jacques Deridda, Bruno Mondadori 2000;
  4. Arendt, responsabilità e giudizio, Einaudi 2004;
  5. Dumont, saggi sull’individualismo, Adelphi 1993;
  6. Adorno, La crisi dell’individuo, Diabasis 2010;
  7. Simmel, Sociologia, Edizioni di Comunità 1989;
  8. Genovese, Com’è possibile un individualismo sociale ? , 2011 – web. Kainos-prtale.com;
  9. Abbagnano, Storia della filosofia, Vol. III, Utet 1974;
  10. Mérò, Calcoli umani. Teoria dei giochi, logica e fragilità umana, Dedalo ed. 2005;
  11. J. Lumsden – E.O. Wilson, Genes, Mind and Culture, Harvard University Press 1981.