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Coraggio

La competizione, il cinismo, la concorrenza “senza tregua”, il risultato ottenuto a svantaggio del concorrente, “facendo le scarpe” all’antagonista, mettendo quest’ultimo in condizioni di non nuocere, sta provocando effettivamente gli stessi effetti della guerra classica. Sedotti dalla volontà di potenza, dimentichi che il “potere” ha un valore diverso, inconsapevoli che esso è già in noi come talento, come germe di salute costruttiva.

Nella nostra cultura il concetto di “guerra” sta avendo un’estensione tale mai avuta in passato; la guerra è diventata praticamente una realtà civile normale e benefica “al servizio” o “a difesa” delle popolazioni, dei mercati, delle religioni, della cultura, ecc.

La guerra ormai la viviamo – chi più, chi meno – dentro di noi, nelle relazioni che abbiamo con gli altri e con noi stessi. Spesso nascondendo la sofferenza dietro lo stereotipo della parola “stress” rischiamo di non accorgerci dell’insostenibilità della nostra vita. Viviamo dentro una volgarità diffusa che sta stravolgendo la natura umana. Abbiamo da tempo superato il limite e non ce ne siamo accorti perché non abbiamo più un concetto definito di limite. Viviamo nell’ebbrezza del “no limits”.

Proviamo a riscoprire il valore del coraggio, che oltretutto è l’essenza stessa dell’impresa, che ha bisogno di energia, di audacia e naturalmente di buon senso. Il coraggio è un’esperienza attraverso la quale ognuno di noi può contrapporre ai suoi istinti dei valori morali; è un comportamento ad altissimo valore aggiunto. è anche un’emergenza, sapendo che il rovescio di questa medaglia manifesta comportamenti che solo eufemisticamente potremmo chiamare “condotte a rischio”. Ma il vero coraggio ha sempre una portata morale.

Proviamo a mantenere la rotta verso un senso della vita che realizzi veramente il ben essere delle persone, delle aziende e delle organizzazioni, a partire dal coraggio di recuperare il bene comune del nostro lavoro. Proviamo a recuperare la libertà e la dignità dell’essere persona e il senso del suo valore.

Oltre il giardino: 38: Coraggio (2003)

Esprimere gratitudine alla vita

Per ognuno di noi è difficile cambiare abitudini e la vacanza “costringe” a comportarci in modo diverso dal solito. Variano gli orari, i riti e i ritmi, cambia l’atmosfera e l’ambiente. Ciascuno di noi subisce un processo di mutamento verso il quale è chiamato ad adattarsi. Chi lo farà intenzionalmente e consapevolmente non soffrirà molto. Per la maggior parte di noi, è invece faticoso adattarsi alla nuova situazione di riposo. In genere si cerca di affrontare la situazione mettendo in atto comportamenti di tipo reattivo, trasformando le giornate di riposo in “normali” giornate frenetiche.

Chiunque può verificarlo osservando i comportamenti delle persone che, indipendentemente dalla località, cercano di occupare con impegni, appuntamenti, attività, l’intero arco della giornata di vacanza. Soprattutto per evitare di sentirsi smarriti e senza senso.

In alcuni casi si corre il rischio di trovarsi addirittura in una situazione in cui al di là del proprio volere – ci si sente i in crisi, di fronte a un momento più o meno caotico che sfida le nostre capacità e fa affiorare i nostri limiti. Certamente non è la stessa cosa; ma, fatte le debite proporzioni, si può avere idea di come si può sentire una persona che va in pensione o è costretta a rimanere inattiva.

Credo che qualsiasi programma antistress non possa fare a meno di una ricerca attiva delle fonti per rigenerarsi. La vacanza in questo senso è certamente il momento migliore, soprattutto quando viene utilizzata per recuperare le energie vivificanti. Se serve per organizzare, in forma finalizzata e consapevole, momenti salutari alla ricerca di benessere e gratificazione o contentezza.

Pensando che questo è il momento in cui ci troviamo sicuramente più disponibili al contatto e alla relazione, ognuno di noi potrà fare le proprie scelte privilegiando maggiormente i rapporti con se stesso e con gli altri e soprattutto esercitandosi a stabilire un rapporto attivo (di accoglienza-ascolto consapevole) con il proprio essere o le persone con le quali egli ha scelto di frequentare.

In primo luogo le relazioni con il proprio corpo (pensate alla carica di positività di una doccia giocata sulla consapevolezza del contatto della mano sulla pelle alla ricerca delle zone più sensibili) alle emozioni e la sessualità: il sesso va riscoperto innanzitutto attraverso la consapevolezza del corpo, della voce e dell’ascolto. E’ molto arricchente intraprendere consapevolmente un percorso che porta alla riscoperta di sé e alla umanizzazione dei propri rapporti.

Ho ritrovato su alcune vecchie agende delle annotazioni che trovo ancora interessanti: brevi riflessioni, credo non banali rispetto al tempo in cui le ho scritte.
Ne ho scelto cinquantadue, risalenti al 2002, 2003 e 2004, con l’intenzione di proporre un motivo di ispirazione settimanale per il corso dell’anno.
Questa è la n. 31:
Esprimere gratitudine alla vita (2003)


Qualità del lavoro e salute mentale

Stare bene vuol dire fare bene. Quando i dipendenti sono soddisfatti del loro ambiente di lavoro e delle loro condizioni di lavoro, possono sentirsi maggiormente coinvolti e responsabilizzati in ciò che fanno e offrire servizi e prodotti di alta qualità alla clientela.

La qualità del lavoro può influire direttamente sulla nostra salute fisica e mentale.
Quando si parla di salute mentale al lavoro si fa riferimento al sentimento di benessere o di malessere psicologico e emotivo che la persona sperimenta sul luogo di lavoro. La letteratura in questo caso mette in relazione specifici fattori di rischio psicologico con il rischio lavorativo (in relazione ai ruoli e ai compiti delle persone, in termini di quantità di lavoro, responsabilità, capacità o competenze, incertezze, priorità, processi spesso interrotti, ecc.) e il rischio organizzativo (conseguente a un conflitto di valori, a uno scarso coinvolgimento nelle decisioni, a una mancanza di riconoscimento e di rispetto da parte dei superiori e/o colleghi, alle limitate prospettive di carriera, alla scarsa autonomia decisionale, ecc).

A queste evenienze possono aggiungersi caratteristiche più individuali, che possono predisporre la persona a sviluppare un vero problema di salute psicologica. Ad esempio, è stato dimostrato che le personalità di tipo A, cioè le persone considerate come competitive, ambiziose, perfezioniste e che hanno bisogno di controllare ogni cosa, sono più soggette a problemi di salute mentale.

Lo stesso si può dire per quei lavoratori che mettono in atto strategie di adattamento inappropriate; ad esempio quelli che consumano droghe o alcolici per tentare di diminuire la tensione psicologica o per alleggerire il proprio stato d’animo e “curare” il proprio stress.

(2003)

Blu notte

La depressione è indubbiamente un oggettivo disturbo dell’umore che colpisce moltissime persone. E tale stato d’animo continua ad essere trascurato e addirittura “mal visto” da quanti pensano che se ne possa uscire dicendosi che in fondo si tratta del male del secolo, oppure che è soltanto un problema di volontà. Occorre fare di più e diffondere una informazione puntuale sul problema e sulle opportunità di cura.

A volte, quando osservo i comportamenti all’interno di un’azienda o di un gruppo di lavoro, mi capita di pensare che gran parte delle difficoltà che gravano sulle persone e le organizzazioni, possa dipendere soprattutto da un “atteggiamento” mentale che ingenera un comportamento depressivo.

Ad esempio, quanti modi di esprimersi esistono per mortificare una idea, un progetto, una nuova iniziativa? Proviamo ad elencarne qualcuno:
– è stato già fatto
– non abbiamo mai fatto così
– abbiamo già provato ma senza successo
– questo non è previsto dal nostro budget
– non abbiamo il personale adatto
– noi non ne avremo alcun beneficio
– con quali soldi finanzieremo questo progetto?
– i rischi intangibili sono troppo elevati
– non siamo ancora pronti per questo ma, al tempo opportuno …
– bisognerebbe avere l’approvazione di …, ma sono sicuro che direbbe di
no
– è una soluzione a lungo termine, ciò di cui avremmo bisogno ora è
qui e presto!
– noi facciamo già meglio dei nostri concorrenti
– questo è qualcosa di radicalmente diverso da ciò che facciamo in
questa azienda
– il cliente non lo accetterà mai
– è troppo complicato, nessuno lo capirà
– questa iniziativa è contraria alla nostra politica
– questo probabilmente funzionerà negli altri paesi, ma da noi
– se questo è opportuno e vantaggioso, perché nessuno lo ha ancora
fatto?
– è già da tempo che avremmo voluto farlo, ma …
– È una ottima idea, facciamo una riunione per organizzare un gruppo
di studio
. . . . . .

Ho ritrovato su alcune vecchie agende delle annotazioni che trovo ancora interessanti: brevi riflessioni, credo non banali rispetto al tempo in cui le ho scritte.
Ne ho scelto cinquantadue, risalenti al 2002, 2003 e 2004, con l’intenzione di proporre un motivo di ispirazione settimanale per il corso dell’anno.
Questa è la n. 18:
Blu notte (2003).

La foto riproduce l’opera “Layer” (Collagraph print on denim, 40cm x 40cm, 2018) di Holly E Brown – https://www.hollyebrown.com/denim.html

Perdersi e ritrovarsi

 

Capita di trovarci di fronte a una situazione difficile in cui non sappiamo cosa fare, come affrontarla, oppure non abbiamo gli strumenti necessari per intervenire in modo efficace su di essa, non possiamo agire in modo adeguato. Si tratta in genere di un evento, un compito o una prova che in quel momento è capace di fare emergere il limite delle nostre possibilità e che viene da noi vissuto con un certo grado di disagio.

Il segnale della nostra inadeguatezza si manifesta attraverso l’ansia che a sua volta sottintende l’indice della nostra fatica psicofisica o del nostro stress. Tutto questo capita quotidianamente: in famiglia, a scuola, al lavoro, ecc.

Quel momento in cui non riusciamo a raggiungere l’obiettivo, a realizzare cioè quel compito che abbiamo di fronte, può – in moltissimi casi – tramutarsi in una minaccia nei nostri confronti. Diventa un attacco alla nostra autostima, uno sconvolgimento della nostra zona di confort. E quando viviamo una tale situazione, abbiamo la possibilità di dire: “io mi sento minacciato da questa difficoltà e però posso lottare, posso far fronte alla minaccia contro la mia autostima”.

In linea del tutto schematica, nel caso mi trovassi nella situazione appena descritta, potrei prendere coscienza di quanto sta accadendo in due modi:
posso entrare in contatto con il mio corpo, attraverso il quale mi “sento” e “capisco” qual è la situazione al mio interno, valutando così le mie energie e le mie risorse (bisogna considerare però che tale situazione potrebbe essere vissuta anche come minaccia e in questo caso il “sentirsi” in tale stato può diventare l’anticamera dello stress).
Posso entrare in contatto con l’esterno, mi sintonizzo e valuto ciò che sta accadendo; per comprendere se il mio “potere” personale è sufficiente e adeguato ad affrontare la situazione. Vivrei pertanto l’evento come sfida e nel momento in cui vivo qualcosa come competizione, mi attivo in modo sicuramente positivo. Questo diventa il modo ideale per affrontare le cose, anche se naturalmente non possiamo sempre interpretare o re-interpetare gli eventi in termini di competizione.

Esiste tuttavia un rischio incombente, quello di voler vincere ad ogni costo, di superare con ingenuità e entusiasmo sprezzante il limite che si pone come sfida; e allora…

 

 

 

Ho ritrovato su alcune vecchie agende delle annotazioni che trovo ancora interessanti: brevi riflessioni, credo non banali rispetto al tempo in cui le ho scritte.
Ne ho scelto cinquantadue, risalenti al 2002, 2003 e 2004, con l’intenzione di proporre un motivo di ispirazione settimanale per il corso dell’anno.
Questa è la n. 17:
Perdersi e ritrovarsi (2003).