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Il fattore umano e lo spirito del lavoro

Esiste, quindi, un legame tra tecnologia ben fatta e un lavoro ben fatto, tra un ambiente tecnologico di qualità e un lavoro di qualità e tra il beneficio di strumenti appropriati e il benessere dei loro utilizzatori?

Esiste. Ne ero convinto da tempo ed è arrivata una conferma “corale” dalla visione del film documentario di Giacomo Gatti “Il fattore umano – lo spirito del lavoro”. In esso si da conto di un viaggio attraverso l’Italia alla scoperta di quindici realtà aziendali distribuite sul territorio nazionale, con proprie prerogative economiche e produttive, culturali e sociali, ma unite da una visione comune, quella della “azienda socialmente sostenibile” e, contemporaneamente, quello della creazione del “senso” del loro agire.

Quelle aziende, raccontate dalle persone intervistate, quelle organizzazioni socio-tecniche, sono animate da un identico principio, da un comune denominatore che ispira la visione imprenditoriale: l’impresa non è solo profitto ma è soprattutto capacità di sviluppare risorse materiali e immateriali per il raggiungimento di un fine non solo finanziario. E’ cultura, è creatività, è un futuro da costruire insieme, innanzitutto nel rispetto dell’umanità e dignità dell’essere di ogni persona. Le donne e quegli uomini, che sono gli attori protagonisti dell’impresa, con i loro sogni, le loro abilità professionali, il loro impegno, la loro fedeltà, realizzano l’impresa e la trasformano ogni giorno in realtà produttiva di beni materiali e immateriali attraverso il loro atto creativo.

Dai viticoltori del Trentino agli operai della catena di montaggio, dai giovani sviluppatori di start-up ai medici che testano mani robotiche, dalle strisce di pasta di Gragnano alle frese di alta tecnologia, queste ed altre storie ancora, raccontano che il lavoro è elemento integrale ed integrante della persona nella società. Le imprese, le aziende, le istituzioni, dovrebbero rimanere i luoghi dove, mentre si costruiscono possibilità di espressione dei singoli, in cui le persone danno un senso alla propria attività, si cerca attraverso l’organizzazione, il raggiungimento di finalità economiche e sociali che vanno al di là del puro tornaconto finanziario.

Accomunate dalla bellezza del fare, come quel meccanico che si compiace per la qualità della saldatura che sta osservando. E’ un lavoro apparentemente banale che come tutti gli altri all’interno della catena di produzione, hanno un “senso” e una bellezza intrinseca (quando il lavoro è ben fatto) che nutre il cuore e la mente di chi lavora e restituisce dignità alla sua stessa opera. Ancora di più oggi, in un’epoca in cui la finanza e la tecnologia rischiano di trasformare le persone in robot e i robot in persone.

Ma è proprio l’umanità a fare la differenza. E’ il “fattore umano” lo spirito del lavoro. Sono le donne e gli uomini che fanno l’impresa e che investendo le loro peculiari caratteristiche individuali (non solo le competenze tecniche) si pongono in relazione con i piani, i progetti, le procedure, i prodotti, le attrezzature, gli ambienti di lavoro, le persone con le quali lavorano, i conflitti, le criticità ed anche gli insuccessi. Sono le persone, in ragione di quanto accennato che, allo stesso tempo richiamano attenzione, rispetto e riconoscimento.

Se penso a quante volte si è parlato di ecologia per il mondo vegetale, animale, delle acque e della terra, mi piace sottolineare che ci occupiamo poco di ecologia delle relazioni umane. E’ la qualità delle relazioni umane che alimenta lo spirito del lavoro. Con ciò vorrei anche considerare che stare bene all’interno dell’organizzazione di un’azienda, lavorare bene in un ambiente gradevole con un clima interpersonale favorevole, rende moltissimo.
Frutta in termini di ritorni economici materiali e soprattutto in termini di valore aggiunto (cultura, immagine, stili di vita, ecc.); giova ai collaboratori che sono più soddisfatti, ritenendosi riconosciuti e quindi maggiormente motivati; ha evidenza sul piano dell’engagement e della responsabilità sociale; produce qualità nel rapporto con il cliente e influisce direttamente sulla soddisfazione di quest’ultimo.

Nel momento in cui scrivo queste brevi annotazioni sul film di Giacomo Gatti, non posso fare a meno di ricordare che è passato oltre un secolo dalla prima formulazione del costrutto “fattore umano”. Fu Agostino Gemelli, che nel 1909 venne incaricato di svolgere alla Settimana sociale dei cattolici italiani una relazione dal titolo “Il fattore umano del lavoro”, su invito di G. Toniolo. Voglio anche segnalare che, nonostante si parli da circa un secolo di fattore umano e relazioni umane al lavoro, sembra che il riconoscimento di questi “valori” sociali ed economici non appartenga ancora alla piena consapevolezza di moltissime persone .

Quando il rapporto “stride” non sempre è colpa dell’altro

Se considero la “relazione”, nell’accezione di contatto con me stesso, il mio lavoro, il progetto di vita, la famiglia, il rapporto reciproco con gli altri, l’incontro con i bisogni ed i valori dell’ambiente circostante e gli altri luoghi da me frequentati, colgo le molteplici sfaccettature e punti di vista che rappresentano la realtà che si presenta all’interno di questo complesso mondo di connessioni.

Di conseguenza, comprendo anche quanto possa essere utile ritrovarsi in armonia con le diversità di “vedute”, accogliendo i valori e i vantaggi delle relazioni intercorrenti all’interno dei diversi organismi sociali di cui faccio parte (famiglia, lavoro, scuola, “squadre” o gruppi, associazioni, ecc.). Allo stesso tempo, ho modo di considerare anche le opportunità che posso cogliere nei momenti in cui tali relazioni si esprimono in modo non funzionale.

Posso pure rendermi conto che ciascuno è diverso dagli altri e chiunque si differenzia da me ogni giorno, ogni ora della giornata, ogni volta. Pertanto potrebbe essere utile riconoscere intenzionalmente ognuna di queste occasioni, per ri-conoscermi e ri-conoscere gli altri. Cioè aggiornare le informazioni, appropriandomi delle nuove esperienze e dare un senso ai limiti e le opportunità emersi dal confronto con “quella” realtà che sto vivendo.

Sono occasioni di sviluppo e aggiustamento in cui ognuno sperimenta costantemente frangenti che lo spingono a cercare soluzioni per farvi fronte; ed è proprio in questi momenti e dalla complessità di tali situazioni che si avverte il peso dell’adattamento e, quindi, la fatica e lo smarrimento che possono rischiare di trasformarsi in un problema ancora più complesso.

Se penso a quante volte si è parlato di ecologia per le piante, gli animali, le acque, la terra, non posso fare a meno di notare che ci occupiamo poco di ecologia delle relazioni tra le persone. Volendo anche considerare che stare bene all’interno dell’organizzazione di un’azienda, lavorare bene in un ambiente gradevole con un clima interpersonale favorevole, rende moltissimo.

Frutta in termini di ritorni economici materiali e soprattutto in termini di valore aggiunto (cultura, immagine, stili di vita, ecc.); giova ai collaboratori che sono più soddisfatti, ritenendosi riconosciuti e quindi maggiormente motivati; ha evidenza in termini di engagement e responsabilità sociale; produce qualità nel rapporto con il cliente e influisce direttamente sulla soddisfazione dei clienti. (2004)

PS
Ho ritrovato su alcune vecchie agende delle annotazioni che trovo ancora interessanti; brevi riflessioni, credo non banali rispetto al tempo in cui le ho scritte. Si tratta di idee e spunti che ho utilizzato per i miei interventi.
Ne ho scelto cinquantadue, risalenti agli anni 2002, 2003 e 2004, con l’intenzione di proporre un motivo di ispirazione settimanale per il corso dell’anno.
Questa è la n. 47: Quando il rapporto “stride” non sempre è colpa dell’altro (2004)

Cambiamento, un bene durevole

La nostra non è la prima epoca che ha attraversato un periodo di grandi trasformazioni e di sfide drammatiche. Nulla è permanente tranne il cambiamento, diceva Eraclito di Efeso. Il fatto che le crisi avvengano e le persone riescano a superare tali momenti, vuol dire che gli uomini e le donne, in realtà sono capaci di far fronte alle condizioni critiche e sono anche capaci di apprendere dalle loro esperienze.

Costa certamente molta fatica gestire i problemi d’adattamento che accompagnano ogni processo di cambiamento. Soprattutto perché, ogni volta, è richiesto un nuovo modo di porci in situazione e una maggiore preparazione (o comunque una preparazione diversa) rispetto al passato.

In questa prospettiva, si manifesta anche la necessità di immaginare uno spazio in cui le persone possono fermarsi un momento per riflettere e ri- conoscersi, un luogo d’incontro e di rispecchiamento. Una opportunità per evitare d’essere o sentirsi “sbalzati fuori” o di diventare drop-out perché nel proprio carattere qualcosa non ha retto “alla velocità del sistema”.

Allora, i rapporti interpersonali, il clima relazionale ed organizzativo, il ruolo dell’emotività e della passione, rappresentano alcuni degli elementi fondamentali costituenti le condizioni favorevoli per “fare gruppo”, capaci di scaldare i cuori e le menti delle persone e delle organizzazioni.

Non basta mettere in atto una valida idea per renderla realtà operativa e nemmeno è sufficiente che il capo la comprenda perché i collaboratori la mettano in pratica.

Ascoltando le esperienze di dirigenti, manager di linea, responsabili del personale, mi capita di cogliere nelle loro parole una certa difficoltà che spesso si traduce in una aspettativa che pone molto bene in evidenza la funzione del marketing interno. Parlo della necessità di realizzare le condizioni per porsi in relazione efficacemente, avere facile accessibilità al cuore delle persone, avere la possibilità di esercitare l’autorevolezza e l’autorità necessarie e proporre un ascolto adeguato e accogliente i punti di vista dei collaboratori. È un’attesa nuova e non deve sorprenderci. Essa emerge abbastanza chiaramente e riguarda un bisogno di esercitare il proprio potere personale per gestire al meglio le relazioni ed aspettarsi che i propri interlocutori facciano altrettanto.

La tecnica o le tecniche in questo caso non sono sufficienti. Ecco perché diventa legittima una “psicologia” delle risorse umane, in termini di opportunità di lettura, di messa a fuoco, per trovare il bandolo della matassa e avviare un processo di crescita a partire da una situazione di criticità. Una “psicologia” intesa come capacità relazionale, in grado di comprendere il funzionamento delle persone, che utilizzando opportune chiavi di accesso permetta a ciascuno di aprire la porta al suo tesoro di professionalità e valori umani, per definire meglio il suo percorso di crescita e la sua occupabilità. Investendo allo stesso tempo intelligenza ed autonomia, per riuscire a colmare il divario tra le aspettative del management e quelle delle singole persone.

PS
Ho ritrovato su alcune vecchie agende delle annotazioni che trovo ancora interessanti; brevi riflessioni, credo non banali rispetto al tempo in cui le ho scritte. Si tratta di idee e spunti che ho utilizzato per i miei interventi.
Ne ho scelto cinquantadue, risalenti agli anni 2002, 2003 e 2004, con l’intenzione di proporre un motivo di ispirazione settimanale per il corso dell’anno.
Questa è la n. 46: Cambiamento, un bene durevole (2002)

Un nuovo mondo del lavoro

È ancora difficile prevedere con chiarezza la portata della digitalizzazione e automazione e il suo probabile impatto sociale.

Per tentare di definire meglio il quadro prendo in considerazione un interessante studio di C. Degrise (Digitalisation of the economy and its impact on labour markets. ETUI, 2016). In realtà si tratta di un documento di lavoro in cui egli traccia un quadro delle nuove possibilità generate dalla quarta rivoluzione industriale e affronta alcune questioni specifiche. Esamina anche il possibile ruolo dei sindacati nell’economia digitale e le principali iniziative già proposte dal movimento sindacale a livello europeo in questo contesto.

Sottolinea che pur non essendo un fenomeno nuovo, la digitalizzazione dell’economia ha raggiunto un punto di non ritorno. Il matrimonio tra Big Data e robotizzazione annuncia l’avvento di una nuova economia con un conseguente rinnovamento del mondo del lavoro. L’enorme portata delle ripercussioni di quella che ormai viene definita “quarta rivoluzione industriale” comporterà molte trasformazioni sui mercati del lavoro e le più evidenti riguarderanno quattro aspetti principali. Innanzitutto, ci sarà creazione di lavoro attraverso la creazione di nuovi settori, nuovi prodotti e nuovi servizi. Inevitabilmente, il lavoro si trasformerà in nuove forme di interazione tra lavoratore e macchina; in nuove forme di lavoro, come la cosiddetta “uberizzazione”, che comportano rischi nuovi (intensificazione del lavoro, salute e sicurezza, confini sempre più labili tra vita privata e vita lavorativa, formazione spesso inadeguata, discriminazione ecc.), e nuove sfide a livello manageriale (nuovo management digitale).

Ci sarà anche e purtroppo un effetto perverso sui posti di lavoro: nei prossimi 10-20 anni i lavori a rischio di computerizzazione, automazione e robotizzazione, probabilmente aumenteranno e sebbene non esista unanimità sul numero esatto di posti di lavoro che andranno persi, quel che è chiaro è che si tratterà di cifre molto elevate.

Si espanderà il trasferimento del lavoro attraverso lo sviluppo di piattaforme digitali e di crowdworking e ciò metterà i lavoratori dei Paesi ad alto grado di tutele sociali in competizione con quelli dei Paesi a basso grado di tutele sociali e dei Paesi in via di sviluppo. Inoltre, il trasferimento dei servizi agevolato da determinate piattaforme della “sharing economy”, riguarderà anche lavori altamente qualificati, come quelli nell’ambito della contabilità, della finanza ecc.

Sono quattro fenomeni, dice Degryse, che considerati nel loro insieme rischiano di creare una società sempre più polarizzata, caratterizzata da forti disuguaglianze tra “vincitori che si accaparrano tutto” e masse di “perdenti”. Ci sarà uno svuotamento delle classi medie con la scomparsa di un gran numero di lavori mediamente qualificati e la proliferazione di una nuova classe di “schiavi digitali” che svolgono mansioni di smistamento, inserimento, filtraggio e archiviazione di dati, di manutenzione dei forum, di monitoraggio delle immagini ecc.
Una serie di fenomeni che metteranno alla prova l’elemento umano del lavoro.

Recuperare la dignità umana del lavoro
Nell’universo non strutturato del lavoro virtuale, i lavoratori sono confrontati con la necessità di ricostruire una specifica identità professionale che può portare all’autostima e al riconoscimento da parte degli altri. Sentono anche la necessità di essere ascoltati attraverso gli strumenti digitali di espressione online, attraverso i quali è possibile manifestare interessi collettivi: diffondere petizioni, sviluppare piattaforme alternative o sistemi di classificazione dei donatori. ordinare, condividere esperienze positive e negative, sfidare i media, ecc. È il rapporto degli individui con il collettivo che qui rappresenta la sfida più alta.

Infine, per chiudere questa riflessione, la digitalizzazione dell’economia può anche fare (ri)emergere la questione del valore del lavoro. Un lavoro non è solo un’attività per sostenersi. È anche un mezzo di integrazione e riconoscimento sociale. E questa funzione sociale del lavoro è fondamentale per il benessere degli individui e la coesione della società nel suo complesso. Con le sue due componenti della robotizzazione e del crowd-work che si traducono in una nuova forma di Taylorismo digitale e una dispersione globale di lavoro-merce, la digitalizzazione dell’economia rischia di erodere questa funzione sociale del lavoro. Questa è anche una grande sfida per le nostre comunità e per le rappresentanze sociali del lavoro di questo nostro XXI secolo.

Per una ecologia del lavoro

Si avverte ormai da tempo la necessità di ritrovarci in una dimensione più umanizzata del lavoro e delle organizzazioni, tenendo conto che le conquiste tecnologiche sono per noi irrinunciabili, per la nostra crescita e il nostro benessere; tuttavia, le donne e gli uomini fanno la differenza, soprattutto per quanto riguarda il valore immateriale di ciò che siamo abituati a chiamare “fattore umano”.

Sarebbe pertanto importante per il “capo” (genericamente inteso) essere consapevole delle proprie capacità, farle emergere e canalizzarle, saper gestire le proprie difficoltà e diventare cosciente del loro funzionamento per aumentare la propria lucidità, per cambiare il proprio modo (legittimamente soggettivo) di vedere gli altri e le proprie relazioni. Apprendere a osservare con obiettività la propria situazione per rafforzare l’efficacia delle proprie azioni e i relativi margini di manovra, potrebbe essere il modo migliore per muoversi all’interno delle dinamiche organizzative.

Ne consegue l’opportunità di incentivare una ecologia del lavoro e delle relazioni umane a tutto vantaggio delle aziende, dei loro clienti e, naturalmente, di chi vi lavora. Insomma, intendiamoci, si può vivere in salute e trarre soddisfazione da ciò che si sta facendo. Questo, va innanzitutto a vantaggio delle persone e delle loro relazioni, ma è anche una convenienza – in termini di valore aggiunto – per le aziende.

Le persone potranno avere così più interesse per la “squadra”. Quel “fare gruppo” inteso come manifestazione vivente di un organismo sociale alimentato dalla armonizzazione delle singole individualità, dalla sintonizzazione delle loro diversità e talenti. La “squadra” come “cuore” e “mente” dell’organizzazione. Perché ci vuole lo spirito giusto, altrimenti manca il “gioco”, manca la pluralità e la convergenza degli intenti. E ci vuole uno spirito diverso, perché altrimenti le partite da vincere non le vinciamo e quelle che non bisogna perdere le perdiamo.

PS
Ho ritrovato su alcune vecchie agende delle annotazioni che trovo ancora interessanti; brevi riflessioni, che credo non banali rispetto al tempo in cui le ho scritte. Si tratta di idee e spunti che ho utilizzato per i miei interventi.
Ne ho scelto cinquantadue, risalenti agli anni 2002, 2003 e 2004, con l’intenzione di proporre un motivo di ispirazione settimanale per il corso dell’anno.
Questa è la n. 45: Per una ecologia del lavoro (2004)