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I multiformi volti della “famiglia” alla soglia del XXI secolo

Nel quadro delle profonde trasformazioni che in questi ultimi anni hanno investito i rapporti tra generazioni e quelli tra generi, la famiglia mononucleare, caratterizzata dalla coppia uomo/donna con figli, non rappresenta più la “normale” struttura entro la quale prendono corpo i legami primari. E’ attualmente necessario includere le forme nuovecoppie senza figli; famiglie ricostituite, con o senza figli di precedenti unioni; singles, uomini o donne, con figli; coppie di omosessuali, con o senza figli; immigrati, con eventuali “altri” stili di coniugalità; famiglie non di tipo coniugale; famiglie multiple; famiglie unipersonali; famiglie con uno dei coniugi pendolare o assente per lunghi periodi e/o residente altroveche la famiglia oggi può assumere, occasione di trasformazione della comunità sociale in cui le famiglie stesse sono inserite [1].

Tra le famiglie europee, la famiglia italiana è quella più legata alla tradizione, è quella che ha resistito maggiormente alle trasformazioni della modernità. La protratta permanenza dei giovani in famiglia (e, di riflesso, la loro ritardata uscita dalla casa dei genitori) è ormai considerato uno dei mutamenti principali della struttura familiare [2]. Le ultime generazioni di giovani sono più lente a lasciare la casa dei genitori [3]. Il fatto che nella nostra società, come negli altri paesi occidentali, si sia affermata la categoria sociale dei giovani adulti, rende manifesta una nuova condizione esistenziale, quasi una nuova fase della vita che vede la compresenza di aspetti di vita giovanile (dipendenza affettiva dai genitori, indefinitezza e dilazione dei propri progetti, ecc.) e di sfere di vita adulta (autogoverno del proprio tempo e delle proprie relazioni extra familiari, eventuale indipendenza economica e stabilità lavorativa, ecc.).

Limitandoci a considerare i fattori di ordine culturale, riscontriamo che nella maggioranza dei casi l’attenzione è rivolta soprattutto sui cambiamenti del rapporto genitori figli in senso più paritario, oltre che sui fattori strutturali. Va scomparendo il ruolo autoritario paterno, i rapporti sono più equilibrati e i giovani hanno più spazi di autonomia e di tempo, inoltre i genitori sono contenti della convivenza con i figli “quasi adulti” e desiderano che essi rimangano in casa. La famiglia è disposta a farsi carico dei figli molto a lungo, dando loro appoggio materiale ed affettivo, per garantire loro una base sicura da cui partire (con modalità diverse a seconda della classe sociale) [4] .

Cavalli e De Lillo [5] pongono in evidenza che la dilazione dell’uscita dalla famiglia sia frutto di cambiamenti culturali nelle relazioni genitori e figli, ma allo stesso tempo che tali cambiamenti siano stati resi possibili grazie al forte valore tradizionale attribuito ai legami familiari, soprattutto tra genitori e figli.

Ogni evento significativo, nello sviluppo dell’individuo e della famiglia, vada studiato quale parte del ciclo di vita familiare, più che di quello individuale, in quanto prodotto dei processi evolutivi dei sistemi di relazioni intra-familiari e intergenerazionali, che a loro volta vengono influenzati dagli esiti dell’evento che li coinvolge.
Faimberg e Corel, evidenziano che il figlio “per la propria sopravvivenza psichica, perde il libero accesso all’interpretazione del proprio psichismo e resta assoggettato a ciò che i genitori dicono o tacciono” [6].

La Kaes scrive che l’individuo assorbe, senza una sua adesione volontaria, soprattutto ciò di cui non si parla, attraverso divieti, rituali, abitudini e tutto quanto prende forma dentro di lui e vi resta in maniera indiscussa e invariabile. Solo se viene riportato a livello di coscienza, egli può rendersi conto dell’alta influenza che questo patrimonio ha nella sua vita:
… la famiglia di cui il bambino entra a far parte, predispone e consegna al nuovo venuto “segni di riconoscimento e di richiamo, assegna dei posti, presenta degli
oggetti, offre dei mezzi di protezione e di attacco, traccia delle vie di realizzazione, segnala dei limiti, enuncia degli interdetti” [7]. Aggiungendo anche che “Se i processi psichici di una generazione non si prolungassero nella generazione successiva, ogni generazione dovrebbe acquisire ex-novo il proprio atteggiamento verso l’esistenza, e non vi sarebbe in questo campo nessun progresso e in sostanza nessuna evoluzione” [8].

Ci ricorda Oliver Sacks che Ognuno di noi ha una storia del proprio vissuto, un racconto interiore, la cui continuità, il cui senso è la nostra vita. Si potrebbe dire che ognuno di noi costruisce e vive un “racconto”, e che questo racconto è noi stessi, la nostra identità.

Se nelle cosiddette società arcaiche tutto era connesso con tutto e l’individuo non era nulla al di fuori della famiglia, della tribù o della “città” di appartenenza, oggi registriamo un vero e proprio capovolgimento di questa prospettiva, così che da un lato la società si differenzia in innumerevoli sistemi parziali, dall’altro gli interessi e i bisogni individuali sembrano aver preso il sopravvento su qualsiasi dimensione Vorremmo essere, in primo luogo, autonomi e liberi da legami troppo impegnativi, ma in questo modo indeboliamo anche quel riconoscimento reciproco dal quale dipende non da ultimo la nostra identità [10]

Grande influenza, nella formazione del bambino, hanno i messaggi non verbali, comportamentali e gestuali; il bambino “legge” e registra quotidianamente le azioni dei genitori e soprattutto nei casi di incongruenza tra parole e fatti, di fronte ai silenzi o ai vuoti del non detto, tenta di darsi delle risposte da solo (Pagano, 2005) [11]

Cigoli [12] è stato il primo in Italia a mettere in luce questa realtà sostenendo l’esistenza di un reciproco vantaggio di tipo psicologico, tanto per i genitori quanto per i figli, nel perpetuare il loro rapporto di interdipendenza e di convivenza. Individuando un meccanismo di doppia identificazione negli atteggiamenti genitoriali, è riuscito a dimostrare che i genitori si identificano con i propri genitori (in quanto genitori), perpetuando il lavoro interno di riparazione in cui recuperano positivamente le figure genitoriali. Dall’altro lato, si identificano con i figli (in quanto sono stati figli) a cui cercano di dare di più di quanto hanno avuto loro e si autogratificano per questo. Realizzando così il loro ideale di rapporto, in quanto riescono ad incarnare l’immagine dei genitori che avrebbero idealmente voluto, auspicando allo stesso tempo che i figli vivano quella condizione che loro stessi avrebbero voluto vivere in quanto figli. Tutto questo disporrebbe i genitori a mantenere viva questa esperienza gratificante di “buona genitorialità” e – inconsciamente – a non incoraggiare l’uscita dei figli. In questo caso è evidente che dei buoni e soddisfacenti rapporti tra genitori e figli, pur essendo delle notevoli risorse evolutive per la famiglia e gli individui, possono diventare un ostacolo al distacco dei giovani dalla famiglia di origine, impedendo loro di vivere quelle positive tensioni alla trasformazione che portano dalla dipendenza all’autonomia.

L’aforisma di Oscar Wilde “è con le migliori intenzioni che il più delle volte si ottengono gli effetti peggiori” sembra essere perfettamente calzante all’evoluzione del rapporto fra genitori e figli in questi ultimi decenni. Risulta evidente anche da un recente studio pubblicato con il titolo “Modelli di famiglia” [13].

Basta osservare ciò che accade quando le famiglie tentano di risolvere i problemi in cui sono intrappolate. Ogni sistema familiare, usualmente, tende ad organizzarsi intorno a quelle interazioni che si riveleranno più utili al mantenimento dell’unità familiare ed a cercare relazioni permanenti. Di solito vengono privilegiate quelle relazioni che si accordano meglio con le convinzioni personali di uno o di entrambi i genitori.
Le ridondanze comportamentali e comunicative nell’interazione fra genitori e figli reiterate danno origine a modelli diversi di relazioni familiari. I modelli emergenti nella società italiana sono:
iperprotettivo : i genitori si sostituiscono continuamente ai figli considerati fragili e impediscono loro di crescere;
democratico-permissivo : i genitori sono amici dei figli, mancano di autorevolezza, sono saltate le gerarchie;
sacrificante : i genitori si sacrificano costantemente per dare il massimo ai figli, aspettandosi che i figli facciano lo stesso, ma essi a volte si imitano, a volte si mostrano ingrati;
intermittente : genitori incerti e disorientati, oscillano da un modello all’altro, sentendosi sempre più inadeguati a fronteggiare le sfide educative;
delegante : i genitori delegano ad altri il loro ruolo di guida (nonni, insegnanti) e non sono un valido punto di riferimento;
autoritario : i genitori esercitano il potere in modo deciso e rigido per mostrare che vince il più forte.) [14]

Sono due le tendenze nello stile educativo dei genitori italiani particolarmente frequenti e, sfortunatamente, dannose quando esse vengono estremizzate: la iper protezione e l’amicizia tra genitori e figli.
Purtroppo favoriscono la mancata assunzione di responsabilità e la realizzazione di personali progetti di vita sulla base di un eccesso di amore e protezione profusi dai genitori in maniera incondizionata, senza cioè alcuna pretesa che i figli se li meritino.

1. FRANCESCONI M, SCOTTO DI FASANO D., (1998) Divenire famiglia: nuovi scenari alla luce di nuovi bisogni, in: IORI V., RAMPAZI M., Strumenti n. 3, Storie di famiglie, Osservatorio Permanente sulle Famiglie di Reggio Emilia
2. DI NICOLA P., (1998) I mutamenti della famiglia dalla società semplice alle società complesse: nuove dinamiche relazionali; in: AA:VV, La famiglia. Trasformazioni, tendenze, interpretazioni, Centro Studi Giuridici sulla Persona, Roma, pag. 21-26
GOLINI A., (1998) Tendenze demografiche e tipologia della famiglia contemporanea; in: AA:VV, La famiglia. Trasformazioni, tendenze, interpretazioni, Centro Studi Giuridici sulla Persona, Roma, pag. 9-20
3. RIGHI A:, SABBADINI L., (1994) La permanenza dei giovani adulti nella famiglia di origine negli anni 80. Comunicazione al Convegno Internazionale “Mutamenti della famiglia nei paesi occidentali”, Bologna 6-8 ottobre 1994.
4. SGRITTA G: B:, (1990) La crescita dell’adolescente tra familiarizzazione e socialità limitata, Studi di Sociologia, 28, pag. 181-200
5. CAVALLI A., DE LILLO A. (1993), Giovani anni 90. Terzo rapporto IARD sulla condizione giovanile in Italia, Bologna, Il Mulino
6. FAIMBERG H., COREL A., (1989) Transmission et assujettissement, in Gros F.et Huber G., Vers un antidestin ?, Paris, Odile Jacob 1992, pag. 278
7. ibidem, pag. 19-20
8. ibidem, pag. 61
9. BELARDINELLI S:, (1996), Il gioco delle parti, AVE Roma
10. Belardinelli S, cit., pag. 57
11. PAGANO D., (2005), La questione intergenerazionale, in: http://www.vertici.it/rubriche/studi/template.asp?cod=8480
12. CIGOLI V., (1988) Giovani adulti e loro genitori: un eccesso di vicinanza? in: SCABINI E., DONATI P., La famiglia “lunga” del giovane adulto, Studi interdisciplinari sulla famiglia, Milano, Vita e Pensiero, pag. 63-84
13. NARDONE G., GIANNOTTI E., ROCCHI R., (2001) Modelli di famiglia, Ponte alle Grazie, Milano, 2001
14. GIANNOTTI E., ROCCHI R:, (2004) Le ultime evoluzioni nella famiglia italiana, Rivista Europea di Terapia Breve Strategica e Sistemica, n. 1/2004, Pag. 298-301

Donna o madre?

Sul Manifesto di sabato 7 marzo 2015, Sarantis Thanopulos, psichiatra psicoanalista napoletano di eccezionale acume, ha pubblicato un bellissimo articolo che trascrivo

 

 

Massimo Recalcati ha prospettato, di recente, il tramonto della madre che si sacrifica per accudire i figli, trattenendoli presso di sé con uno scambio tra la sua abnegazione e la loro fedeltà. Il suo posto è preso dalla madre “narciso”, ossessionata dalla propria libertà e dalla propria immagine, che vede nei figli un ostacolo. Nel passato la madre tendeva a uccidere la donna, oggi è la donna che sopprime la madre.

Secondo Chiara Saraceno, che l’ha criticato, Recalcati rischia di ridurre al vecchio aut-aut (la maternità o la carriera) un dilemma complesso: come conciliare il diritto di dare e ricevere cura con il diritto di essere cittadine. Perché, scrive Saraceno, “l’amore materno, a differenza  di quello paterno, deve essere a riparo da altre passioni, desideri, attività”?

Le madri possono trattenere i figli (unendoli al proprio destino) o respingerli e i due atteggiamenti, perlopiù inconsci, si alternano. Non lo fanno per compensare il loro sacrificio (dettato da convenzioni morali), né per narcisismo, ma perché sono infelici. Sono ferite nel loro desiderio femminile e si difendono da ciò che può impegnare profondamente la loro voglia di vivere (esponendole al dolore). Nulla è più coinvolgente (e rischioso) del loro bambino, che incarna la vita nella sua forma più pura. Devono tenerlo a bada sul piano dell’intensità dei sentimenti e lo legano a un patto simbiotico: eternamente insieme per difendersi dal mondo. Che siano tenere o dure non cambia molto: la devozione e il cinismo si alleano inconsapevolmente in ogni intesa che dimora nella solitudine.

Il narcisismo è una dimensione psichica che non è in sé negativa, essendo il primo passo nella vita. Non è sufficiente per appropriarsi di un posto nel mondo e, lasciato senza sponda, ripiega su se stesso o annega nella melanconia. Quando la donna appassisse, diventa d’obbligo la domanda: dov’è la sponda?  Netta deve essere la risposta: non è nella maternità.

Quando Giasone chiede a Medea il perché del suo misfatto, lei risponde che lui ha tradito il loro letto. Giasone, incredulo, esclama: “Tu per questo hai ucciso i figli!” La risposta di Medea trafigge, attraverso il tempo, le nostre difese (lo sguardo volto altrove): “Credi che sia poca cosa per una donna?”

Non si è compiutamente donne se non si desidera essere madri (non necessariamente facendo figli), ma, più radicalmente, non si può essere madri vere senza essere donne compiute. La maternità nel mondo umano non è un fatto “naturale”, non può essere ridotta alla procreazione e alla conservazione della specie (neppure nel mondo animale). Richiede la socializzazione del desiderio, se con questo si intende il rispetto del soggetto desiderato e non le norme sociali che ingessano la relazione erotica. La maternità è una funzione della “coppia  coniugale”, come la paternità.

Non si è madri ma solo figure (efficienti o renitenti) di accudimento, se non è possibile desiderare il proprio bambino ed essere oggetto del suo desiderio. Una donna non può aprire il suo corpo ai figli, consentendo loro di amare la vita, se non è in grado di accoppiarsi eroticamente (in mondo profondo e non in superficie) con suo marito, un altro uomo o una donna.

La passione amorosa non è poca cosa per la donna, sta al centro del suo mondo di essere.

La sua realizzazione come cittadina e lavoratrice non è in contraddizione con questo, ma ne deriva e ciò pone all’arrivismo maschile un argine.

Il nostro strano mondo esige, tuttavia, la trasformazione di una qualità femminile -condizione necessaria della vita- in dovere sociale che annulla la donna come soggetto erotico

Cosa vogliamo dai carabinieri

Indipendenza dalla politica. Trasparenza. Equilibrio nella gestione delle risorse. Il compito dell’Arma non è facile. A noi cittadini spetta il dovere di vigilare.

Da questa riflessione di Roberto Saviano, pubblicata sull’Espresso del 6 febbraio scorso, si possono trarre ulteriori stimoli per altre considerazioni a margine. Una tra le tante: la cittadinanza “attiva” da parte nostra ed anche delle varie forze di polizia.

 

 

In Italia, le nomine dei vertici delle forze dell’ordine hanno in genere una scarsissima eco nell’opinione pubblica, ma un peso enorme per gli addetti ai lavori. Capire cosa accade, invece, è fondamentale per comprendere il percorso che le istituzioni stanno tracciando.

Conoscere storia e curriculum di chi occuperà posti di rilievo, di chi interloquirà per diversi anni con politica, stampa e magistratura, di chi contribuirà a segnare il corso che l’Italia imboccherà è necessario. Sono convinto che gran parte delle scelte di un governo sia leggibile attraverso la selezione dei dirigenti militari; le nomine dei vertici indicano direzioni, visioni e non semplicemente scelte tecniche.

Il nuovo comandante generale dell’Arma dei Carabinieri Tullio Del Sette ha un profilo interessante, che vale la pena valutare, per capire quale potrebbe essere la direzione che l’Arma intraprenderà sotto il suo mandato. Su di lui si concentrano molte speranze di cambiamento e miglioramento. Ha retto Comandi in tutte le organizzazioni dell’Arma ed è stato Capo Gabinetto al ministero della Difesa. Conosce il settore giuridico e questo potrebbe renderlo un innovatore, potrebbe avere un ruolo riformista all’interno dell’Arma.

Sono quasi dieci anni che vivo sotto scorta, conosco i Carabinieri, spesso trascorro in auto blindate e nelle caserme talmente tanto tempo da sentirmi uno di loro, da sapere di cosa ha bisogno l’Arma per poter ancora una volta giocare un ruolo fondamentale in un Paese che sta vivendo un momento difficilissimo. La necessità prima è equilibrare le risorse, non cedere ai timori di attentati terroristici e continuare a valutare ogni situazione per l’importanza e l’urgenza che ha.

In Italia è fondamentale dare risorse all’antimafia, alle investigazioni, alla presenza sul territorio, alla prevenzione e mi auguro che il Comandante Del Sette saprà gestire questo momento di emergenza. Così come c’è bisogno di una voce autorevole che dia il punto di vista dei Carabinieri sull’immigrazione. Non può essere tutto sempre e solo affidato ai presidi sulterritorio, ma il Paese deve avere consapevolezza, deve essere messo a conoscenza di quali sono le strategie.

Ecco perché la comunicazione è fondamentale. Una comunicazione che non sia strizzare l’occhio alla stampa, passare informazioni, ma che sia rigorosa, che serva a parlare al cittadino più che a creare rapporti personali.

La stampa è diventata spesso un ispettore aggiunto all’inchiesta, e questo spesso svilisce l’autorevolezza delle indagini, ecco perché è fondamentale comunicare, ma bisogna trovare il modo per farlo nella maniera più corretta possibile. È fondamentale poi arginare la quantità di sprechi e privilegi: limitare al massimo l’interlocuzione, quella nociva, con la politica, fatta di assunzioni e favori, che indebolisce politici e forze dell’ordine.

Il Generale Del Sette dovrà mantenere un profilo di totale indipendenza rispetto alla politica. Dovrà essere controllore e poi garante di fronte ai cittadini. Dovrà tenersi autonomo da un governo che tende a mal sopportare qualunque voce critica. Il profilo è quello giusto per non trovarsi impelagato in queste sabbie mobili.

Occorre poi ciò che in Italia manca, ovvero una trasparenza assoluta per quanto riguarda leindagini sui Carabinieri come nel caso di Stefano Cucchi, in quello più recente che riguarda Riccardo Magherini. Il compito di Del Sette sarà difficilissimo e la sua nomina, se la si guarda da questa prospettiva, ha più peso della nomina di un ministro. Il suo, oserei dire, dovrebbe essere quasi un atto di creatività geniale per riuscire a far bene investigazione, tutela e presidio. Perché se c’è una cosa che all’Arma dei Carabinieri variconosciuta è di essere sempre presente sul territorio e non solo insituazioni di emergenza.

Anche nei luoghi più remoti la figura del Maresciallo, diventata ormai un topos, incarna proprio questo: la capacità di esserci e di presidiare, la capacità di dialogare e conoscere, la volontà di cercare e creare vicinanza. Il Generale Tullio Del Sette viene da questa tradizione di presidi, ecco perché da lui il Paese deve aspettarsi una gestione rigorosa e dialettica. Volevo fortemente che queste considerazioni non rimanessero solo nell’ambito ristretto dell’Arma, volevo provare a condividerle. Perché fondamentale è sapere chi guida le forze dell’ordine se la nostra prospettiva è sempre più quella di una cittadinanza attiva. Partecipare alle decisioni e non subirle, significa svolgere il nostro dovere di cittadini: controllare, presidiare, non abbassare mai la guardia. Anche quando una nomina non dipende direttamente da noi, abituiamoci a vigilare. Solo così la democrazia funzionerà.

Le famiglie hanno bisogno di riconquistare le loro funzioni di cura

Nelle attuali condizioni di vita, le persone sono continuamente costrette a superare molteplici e complesse crisi di adeguamento e/o di cambiamento che si presentano in forme diverse durante il loro sviluppo.

Anche in tali condizioni è possibile e sostenibile favorire la crescita delle persone, soprattutto promuovendo concretamente le funzioni sociali che competono loro, piuttosto che intervenire con investimenti rivolti unicamente agli stati “patologici” delle persone e delle famiglie.

Le famiglie hanno bisogno di riconquistare le loro funzioni di cura, di solidarietà e di educazione; è indispensabile perciò che le persone siano riportate al centro della vita quotidiana ribadendo la centralità e la insostituibilità delle loro capacità e potenzialità pro-positive.

Abusi e abbandoni entrano nel manuale che raccoglie le forme del malessere psichico

Voglio tenere in evidenza questa breve scheda redatta da Silvia Vegetti Finzi che, a margine di un convegno sulle esperienze traumatiche, pone in evidenza un dato incontrovertibile. Sono molte e sfumate le forme di violenza psicologica che influiscono negativamente sullo sviluppo delle persone. Occorre prestarvi attenzione, imparare a “leggerle” e mettere in atto interventi adeguati di supporto e terapia. Tra le tante possibilità di intervento che attualmente sono proposte dagli specialisti, trovo molto utili quelle centrate sul corpo e le emozioni. Ad esempio, la psico-vegeto-terapia di matrice reichiana.

 

“Ogni nuova edizione del Dsm ( Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders ), ora siamo alla quinta, pubblicata da Cortina, rappresenta una finestra aperta sul malessere psicologico di un’epoca. Per quanto l’inevitabile generalizzazione lo renda discutibile, questo manuale viene usato da medici, psichiatri e psicologi di tutto il mondo, sia nella pratica clinica sia nella ricerca scientifica, per cui ogni integrazione merita di essere considerata uno stimolo alla conoscenza e alla cura.

Un compito che si è riproposto il convegno «Il Dsm scopre le esperienze traumatiche», che è stato organizzato due giorni fa dal Centro Tiama (Tutela Infanzia Adolescenza Maltrattata) all’Auditorium don Giacomo Alberione di Milano.

La diagnosi e la terapia dei traumi psicologici ha una lunga storia, per lo più correlata ai disturbi presentati dai reduci di guerra. Ma già in Freud la persistenza del trauma e la coazione a ripetere inconsciamente emozioni negative che si vorrebbero dimenticare, assume il valore di un funzionamento mentale generale, esteso a esperienze molto lontane dai campi di battaglia.

In ambito psicologico, consideriamo trauma un evento improvviso, di segno negativo, cui il soggetto reagisce con un blocco del pensiero. La diagnosi e il trattamento di questo tipo di traumi è fondamentale negli interventi di emergenza richiesti da catastrofi collettive: terremoti, alluvioni, attentati. Ma una nuova sensibilità sta prendendo in considerazione anche traumi individuali come maltrattamenti infantili (anche precocissimi), abusi sessuali, stati di abbandono, bullismo scolastico, mobbing sul luogo di lavoro.

Perché un evento sia considerato mentalmente traumatico occorre che la vittima lo abbia vissuto con passività, che si sia sentita impotente, incapace di reagire e persino di pensare, che abbia preferito dimenticare l’accaduto piuttosto che accoglierlo nella mente affrontando il dolore che la rielaborazione comporta. In questi casi, anche anni dopo, la tensione tende a scaricarsi attraverso sintomi psicosomatici (insonnia, anoressia, irrequietezza, incapacità di attenzione e concentrazione) o comportamenti asociali (aggressività verso se stessi o gli altri, isolamento, blocco decisionale).

Il soggetto traumatizzato è vittima di ricordi immagazzinati nella memoria come frammenti di percezioni e di emozioni insensati e incomprensibili, schegge impazzite che ledono il senso di sé nell’ambito della sicurezza, dell’autostima e della responsabilità. Spesso la vittima, specie i bambini, preferisce assumersi la colpa della violenza subita pur di salvaguardare le persone dalle quali dipende la sua sopravvivenza.

Per poter procedere a una terapia occorre quindi che la persona traumatizzata sia disposta ad affrontare un percorso inizialmente destabilizzante e, a tratti, doloroso. Si tratta infatti di rivivere l’evento rimosso in una situazione protetta, ove sia possibile tradurre il caos emotivo in pensieri e parole condivisi e organizzarlo in una narrazione dotata di significato e di senso.

Le metodologie sono molte, spesso integrate, ma lo scopo è lo stesso: ridare alla persona traumatizzata fiducia in se stessa, capacità di gestire la sua vita e di affrontare eventuali traumi futuri”.

 

Silvia Vegetti Finzi

Corriere della Sera, 25 gennaio 2015, pag. 25