Archivio dei tag Vittorio Tripeni

Essere sé stessi. Non solo sopravvivere o adattarsi.

“Durante una vacanza sul Pacifico, me ne stavo su alcune sporgenze rocciose a guardare le onde infrangersi sugli scogli, notai con sorpresa, su una roccia, qualcosa come dei piccoli fusti di palma, non più alti di 70-80 cm, che ricevevano l’urto del mare. Attraverso il binocolo vidi che si trattava di un certo tipo di alghe costituito da un fusto snello e un ciuffo di foglie posto in cima. Osservandole nell’intervallo fra un’onda e l’altra sembrava evidente che il fusto fragile, eretto, dalla chioma pesante, sarebbe stato completamente schiacciato e spezzato dall’onda successiva. Ma quando l’onda gli si abbatteva sopra, il fusto si piegava paurosamente e le foglie venivano sbattute fino a formare una linea diretta dallo scorrere dell’acqua. Tuttavia, non appena l’onda era passata, ecco di nuovo la pianta diritta, resistente, flessibile. Sembrava incredibile che un’ora dopo l’altra, giorno dopo notte, per settimane e forse per anni, potesse resistere a questo urto incessante, e per tutto il tempo potesse nutrirsi, affondare le proprie radici e riprodursi. In breve, potesse mantenere e migliorare se stessa attraverso un processo che, nel nostro linguaggio, chiamiamo crescita. Con la tenacia e la persistenza della vita, la capacità di resistere in un ambiente incredibilmente ostile, riuscendo non soltanto a sopravvivere, ma ad adattarsi, a svilupparsi, a “essere se stessa.”

Questo breve appunto biografico di C. Rogers aiuta a porre in risalto come, in tutti i regni della natura, la vita sia un processo attivo, non passivo. Portando a considerare che, prescindendo dalla provenienza dello stimolo, dal fatto che l’ambiente possa essere favorevole o sfavorevole, l’organismo tende ad assumere forme adatte a mantenere, migliorare e riprodurre se stesso. Sicuramente questa è una descrizione molto generica del fenomeno, ma rappresenta in modo adeguato (almeno nell’economia di questo scritto) la natura propria del processo, in continuo divenire, chiamato “vita”. Cioè quella tendenza intrinseca negli organismi viventi che è presente in ogni momento della loro esistenza. Infatti, è solamente la evidenza o l’assenza di questo processo che può darci la possibilità di dire se un dato organismo è vivo o morto.

Mi è spontaneo pensare al racconto quando capita di incontrare clienti che vivono la loro situazione definendola molto complicata e difficile. Vogliono cambiare e non sanno come fare, sentendosi schiacciati dai loro fardelli personali. A un esame superficiale le loro storie possono sembrare problematiche, disturbate, sorprendenti. Le condizioni in cui queste persone sono cresciute, hanno vissuto la loro esistenza, di solito non sono state molto agevoli e sicure … eppure, ogni volta che si presenta l’occasione, possono contare su una tendenza profondamente volitiva che alberga in loro.

La chiave per comprendere quel modo di essere è che esse stanno lottando, persone ed anche organizzazioni di persone, con le uniche modalità che sentono di avere a disposizione, per muoversi verso la crescita, verso il divenire: per uscir fuori da quella condizione di sofferenza. A chi in quel momento osserva la scena dall’esterno e non sta vivendo quei problemi, i tentativi possono sembrare inammissibili e inspiegabili ma essi sono i coraggiosi, autentici, tentativi della vita di diventare se stessa. È un modo di essere, una forte tendenza che cerca di affermare un processo di crescita costruttivo.

A partire da queste considerazioni, emerge con evidenza il fatto che quando le circostanze sono favorevoli, l’organismo cerca di superare se stesso, raggiungendo un grado di armonia e di integrazione superiori. E – per esperienza – mi sento di affermare che quell’essere bio-psico-sociale vive una condizione di sviluppo costantemente attivo, in virtù di un processo intrinseco naturale, perché in natura non esiste un processo vitale che giunge definitivamente a completezza e stabilità. Di conseguenza, posso anche rilevare sia gli elementi che favoriscono la crescita e sia le modalità attraverso le quali tale crescita può essere facilitata o incoraggiata.

Le caratteristiche generali degli esseri viventi assumono negli umani forme molto più complesse e singolari. Nelle persone le forze “naturali” appartenenti alla sfera vegetativa e quelle legate alla “istintualità” sono certamente meno attive ed evidenti, essendosi metamorfosate in capacità superiori tipiche dell’umanità. Ciò ha portato la persona a crescere individualmente, ad interiorizzarsi sempre di più, ad evidenziare la unicità e la irripetibilità del prorio Io, in un processo continuo di crescita spirituale. Sottolineando così la diversità e la differenza esistente tra ciascun essere umano.

Tuttavia, per essere “Io” bisogna essere almeno in due. Non è possibile crescere se si è da soli, l’Io si trova in divenire soltanto in rapporto a un Tu, solo nel momento in cui si confronta con l’altro. François de Singly ha sviluppato il tema della costruzione/ricomposizione dell’identità adulta all’interno delle relazioni ed ha evidenziato una struttura a quattro termini: un sé visto da sé stessi e un sé visto dagli altri, sdoppiati a loro volta in un sé intimo, privato, e un sé “sociale”, quello che da statuto a una persona. Mettendo in evidenza che la questione dell’identità che sta alla base della definizione di sé, non è mai compiuta una volta per tutte ma richiede costanti aggiornamenti o riaggiustamenti. Quanto detto aiuta a comprendere anche che la costruzione dell’identità diventa un progressivo svelamento e/o rafforzamento di sfaccettature nascoste di noi stessi, da parte di altre persone significative.

Ecco dunque, che per lo sviluppo spirituale-identitario dell’essere umano “l’ambiente” che può facilitare o ritardare la sua crescita diventa maggiormente complesso e complicato dalla presenza e dalla necessità delle relazioni interpersonali che sono alla base della sua esistenza.

La compassione non sarà sufficiente

A margine della giornata mondiale delle infermiere e degli infermieri che viene celebrata oggi, in coincidenza anche con i 200 anni dalla nascita di Florence Nightignale, fondatrice dell’infermieristca moderna,

credo sia chiaro a tutti noi che sorge o, meglio, rinasce un interesse generale per la sofferenza e il superlavoro del personale ospedaliero e di tutti gli operatori socio-sanitari.

Un interesse sicuramente spinto dalla terribile dall’emergenza della pandemia Covid-19, sollecitato anche dalla comunicazione mediatica che, giustamente, ci invita a prenderci cura di medici e infermieri e a sostenerli.

Sicuramente in molti lo stiamo facendo e in questo particolare momento, fintanto che il virus continua a limitare la presenza fisica, sono ovviamente disponibile ad ascoltare storie a volte terribili con la necessaria attenzione e compassione. Da parte mia, fornendo un supporto professionale che ho affinato nel corso degli anni anche grazie alle esperienze di altri professionisti che in precedenza ho assistito.

Tuttavia, mi rendo conto non sarà sufficiente questo aiuto psicologico e umanitario.

Secondo me non sarà sufficiente perché la maggior parte dei problemi che affrontano quotidianamente gli operatori sanitari, non dipendono dai loro spazi intrapsichici, dal loro inconscio, dai tratti della loro personalità o dalle loro nevrosi.

Certo, emerge in questo momento, in molti casi, una condizione di stress intenso che occorre alleviare attraverso debrifing adeguati o, nei casi più complessi, supportare con interventi più strutturati.

Tuttavia – continuo a credere – se vogliamo prenderci cura del lavoro dei medici e degli operatori sanitari, se vogliamo sostenerli e riconoscere il loro impegno e dare un senso al loro sacrificio,

dovremo prenderci cura delle loro condizioni di lavoro materiali, della carenza di personale, dell’assenza di dispositivi di protezione adeguati, degli orari di lavoro, del razionamento forzato delle risorse sul territorio, del sacrificio individuale che viene costantemente richiesto loro dietro la maschera dell’eroismo.

Ecco perché dico che la compassione non sarà sufficiente. L’eroizzazione del sacrificio degli operatori sanitari ancora meno.

La minaccia e la grazia

Capita di trovarci di fronte a una situazione difficile in cui non sappiamo cosa fare, non abbiamo idea di come affrontarla. Oppure ci mancano gli strumenti necessari per intervenire in modo efficace su di essa. Di conseguenza, non possiamo agire in modo adeguato.
Può essere un evento, un compito o una prova che in quel momento fa emergere il limite delle nostre possibilità ed è da noi vissuto con un certo grado di disagio.

Il segnale della nostra inadeguatezza si esprime attraverso l’ansia che a sua volta sottintende l’entità della nostra fatica psicofisica o del nostro stress. Tutto questo può capitare in modo sporadico. Altre volte, invece si presenta quotidianamente: in famiglia, a scuola, al lavoro, ecc.

Un momento in cui non riusciamo a raggiungere l’obiettivo, a realizzare cioè un compito che abbiamo di fronte, può – in moltissimi casi – tramutarsi in una minaccia nei nostri confronti. Lo viviamo inconsciamente come un attacco alla nostra autostima, uno sconvolgimento della nostra zona di confort.

Tuttavia, quando stiamo vivendo una tale situazione, avremmo la possibilità di dire: “io mi sento minacciato da questa difficoltà e posso lottare, posso far fronte al pericolo incombente per la mia autostima”.

Ad esempio, in linea del tutto schematica, nel caso ci trovassimo nella situazione appena descritta, potremmo renderci conto di quanto sta accadendo in due modi:

Possiamo entrare in contatto con il nostro corpo, attraverso il quale ci “sentiamo” e “comprendiamo” qual è la situazione interiore, valutando così le nostre energie e risorse (bisogna considerare però che tale situazione potremmo viverla anche come minaccia e in questo caso il “sentirci” in tale stato può diventare l’anticamera dello stress).

Abbiamo la capacità di entrare in contatto con l’esterno, verificare e valutare. Per comprendere se il nostro “potere” personale è sufficiente e adeguato per affrontare la situazione. Vivremo pertanto l’evento come sfida e nel momento in cui viviamo qualcosa in termini di competizione, ci attiviamo in modo sicuramente positivo. E’ il modo migliore per affrontare i problemi, anche se, naturalmente, non è sempre possibile interpretare o re-interpretare gli eventi in termini di “superamento di Sè”.

C’è, tuttavia, un rischio incombente, quello di voler vincere ad ogni costo, di superare con ingenuità e entusiasmo sprezzante il limite che si pone come sfida; e allora …
E’ facile rimanere impantanati nelle nostre emozioni.

1 – Un equilibrio costantemente instabile

La nostra, continua a essere l’epoca delle mutevoli (instabili) esigenze del mercato, della cosiddetta deregulation delle forme d’impiego, della “complessità”, della flessibilità e … della precarietà. Un’epoca in cui: l’incertezza per l’avvenire, l’intensificazione dei ritmi, la velocità degli adeguamenti, i conflitti, ecc., nuocciono alla costruzione identitaria dell’individuo e al suo equilibrio fisiologico e psicologico.

È in atto, ormai da tempo, una profonda trasformazione delle condizioni di lavoro, in tutti i settori di attività, completamente trasformati dall’impiego di nuove tecnologie e dal conseguente cambiamento dei modelli di produzione.

Tutto ciò – era già chiaro molti anni fa, se considerato dal punto di vista della sicurezza e della salute nei luoghi di lavoro, continua a determinare “la comparsa di nuovi rischi, e induce una progressiva modificazione dei modelli tradizionali di esposizione al rischio. La mutata organizzazione del lavoro, la comparsa e il rapido incremento di nuove tipologie di lavoro flessibile e le diverse caratteristiche della forza lavoro, introducono modifiche nella distribuzione e diffusione dei rischi” (era scritto nel Piano Sanitario Nazionale 2003-2006).

Non è possibile distogliere lo sguardo su questi fenomeni ormai connaturati con la nostra vita ed è opportuno rimanere aggiornati sulla realtà rappresentata dai problemi psico-sociali correlati al lavoro, mantenendo viva ed efficiente una cultura partecipata del rischio. Per attivare, attraverso un sistema dinamico di valutazione, l’adozione di provvedimenti adeguati. Sapendo che la prevenzione dello stress e dei rischi psico-sociali correlati al lavoro, è strettamente legata alla realizzazione di un ambiente di lavoro sano. Senza dimenticare che la soluzione di un problema non consiste semplicemente nella “rimozione” dei fattori di rischio, ma piuttosto nel combinare cambiamenti basilari e preventivi a diversi livelli, allo scopo di creare una vita lavorativa più sana e, allo stesso tempo, maggiormente remunerativa delle attese materiali e immateriali di tutti gli stakeholder.

 

 

Quanto precede appartiene a una raccolta di appunti:

1 – un equilibrio costantemente instabile

2 – Stiamo vivendo una “mutazione genetica” delle nostre abitudini

3 – Comparse in una commedia di cui non siamo né registi né sceneggiatori

4 – Ritmo e intensità invece di fluidificare le attività di lavoro, le rendono spesso stressanti, pericolose e angosciose

5 – Una caratteristica importante del lavoro d’oggi è che l’equilibrio tra routine e problemi da risolvere è stato interrotto

6 – Tener conto dei rischi psicosociali

7 – Un’organizzazione e un ambiente di lavoro sani e sicuri sono fattori che migliorano le prestazioni

8 – la promozione della salute organizzativa

9 – Bibliografia di riferimento

Che costituiscono l’Introduzione alle lezioni del 31 marzo, 5 e 7 aprile 2014) del corso di Psicologia delle relazioni all’Università Cattolica di Milano (Facoltà di Economia)

Il front-line del benessere organizzativo – Attori, fattori strutturali e processi, nella gestione del rischio psico-sociale”.

2 – Stiamo vivendo una mutazione “genetica” delle nostre abitudini lavorative.

Ci troviamo immersi in cambiamenti, molto profondi, nella quotidianità di ciascuno di noi, ed è necessario rendercene conto. Perché i segnali che sottolineano tali trasformazioni sono molto evidenti: frammentazione, segmentazione, individualismo, ritorno a una lotta selvaggia (competitività-conflittualità) per la sopravvivenza, sfiducia, paura, ecc. Tuttavia, il lavoro rimane un elemento centrale della nostra vita e della nostra salute, senza dimenticare che anche oggi si “soffre”; al lavoro di lavoro si “muore”, sia quando c’è e sia quando non c’è; in uno scenario di regressione sociale in cui diventa molto urgente dare un senso al malessere che invade il nostro quotidiano.

 

 

 

 

Quanto precede appartiene a una raccolta di appunti:

1 – un equilibrio costantemente instabile

2 – Stiamo vivendo una “mutazione genetica” delle nostre abitudini

3 – Comparse in una commedia di cui non siamo né registi né sceneggiatori

4 – Ritmo e intensità invece di fluidificare le attività di lavoro, le rendono spesso stressanti, pericolose e angosciose

5 – Una caratteristica importante del lavoro d’oggi è che l’equilibrio tra routine e problemi da risolvere è stato interrotto

6 – Tener conto dei rischi psicosociali

7 – Un’organizzazione e un ambiente di lavoro sani e sicuri sono fattori che migliorano le prestazioni

8 – la promozione della salute organizzativa

9 – Bibliografia di riferimento

Che costituiscono l’Introduzione alle lezioni del 31 marzo, 5 e 7 aprile 2014) del corso di Psicologia delle relazioni all’Università Cattolica di Milano (Facoltà di Economia)

Il front-line del benessere organizzativo – Attori, fattori strutturali e processi, nella gestione del rischio psico-sociale”.