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Essere sé stessi. Non solo sopravvivere o adattarsi.

“Durante una vacanza sul Pacifico, me ne stavo su alcune sporgenze rocciose a guardare le onde infrangersi sugli scogli, notai con sorpresa, su una roccia, qualcosa come dei piccoli fusti di palma, non più alti di 70-80 cm, che ricevevano l’urto del mare. Attraverso il binocolo vidi che si trattava di un certo tipo di alghe costituito da un fusto snello e un ciuffo di foglie posto in cima. Osservandole nell’intervallo fra un’onda e l’altra sembrava evidente che il fusto fragile, eretto, dalla chioma pesante, sarebbe stato completamente schiacciato e spezzato dall’onda successiva. Ma quando l’onda gli si abbatteva sopra, il fusto si piegava paurosamente e le foglie venivano sbattute fino a formare una linea diretta dallo scorrere dell’acqua. Tuttavia, non appena l’onda era passata, ecco di nuovo la pianta diritta, resistente, flessibile. Sembrava incredibile che un’ora dopo l’altra, giorno dopo notte, per settimane e forse per anni, potesse resistere a questo urto incessante, e per tutto il tempo potesse nutrirsi, affondare le proprie radici e riprodursi. In breve, potesse mantenere e migliorare se stessa attraverso un processo che, nel nostro linguaggio, chiamiamo crescita. Con la tenacia e la persistenza della vita, la capacità di resistere in un ambiente incredibilmente ostile, riuscendo non soltanto a sopravvivere, ma ad adattarsi, a svilupparsi, a “essere se stessa.”

Questo breve appunto biografico di C. Rogers aiuta a porre in risalto come, in tutti i regni della natura, la vita sia un processo attivo, non passivo. Portando a considerare che, prescindendo dalla provenienza dello stimolo, dal fatto che l’ambiente possa essere favorevole o sfavorevole, l’organismo tende ad assumere forme adatte a mantenere, migliorare e riprodurre se stesso. Sicuramente questa è una descrizione molto generica del fenomeno, ma rappresenta in modo adeguato (almeno nell’economia di questo scritto) la natura propria del processo, in continuo divenire, chiamato “vita”. Cioè quella tendenza intrinseca negli organismi viventi che è presente in ogni momento della loro esistenza. Infatti, è solamente la evidenza o l’assenza di questo processo che può darci la possibilità di dire se un dato organismo è vivo o morto.

Mi è spontaneo pensare al racconto quando capita di incontrare clienti che vivono la loro situazione definendola molto complicata e difficile. Vogliono cambiare e non sanno come fare, sentendosi schiacciati dai loro fardelli personali. A un esame superficiale le loro storie possono sembrare problematiche, disturbate, sorprendenti. Le condizioni in cui queste persone sono cresciute, hanno vissuto la loro esistenza, di solito non sono state molto agevoli e sicure … eppure, ogni volta che si presenta l’occasione, possono contare su una tendenza profondamente volitiva che alberga in loro.

La chiave per comprendere quel modo di essere è che esse stanno lottando, persone ed anche organizzazioni di persone, con le uniche modalità che sentono di avere a disposizione, per muoversi verso la crescita, verso il divenire: per uscir fuori da quella condizione di sofferenza. A chi in quel momento osserva la scena dall’esterno e non sta vivendo quei problemi, i tentativi possono sembrare inammissibili e inspiegabili ma essi sono i coraggiosi, autentici, tentativi della vita di diventare se stessa. È un modo di essere, una forte tendenza che cerca di affermare un processo di crescita costruttivo.

A partire da queste considerazioni, emerge con evidenza il fatto che quando le circostanze sono favorevoli, l’organismo cerca di superare se stesso, raggiungendo un grado di armonia e di integrazione superiori. E – per esperienza – mi sento di affermare che quell’essere bio-psico-sociale vive una condizione di sviluppo costantemente attivo, in virtù di un processo intrinseco naturale, perché in natura non esiste un processo vitale che giunge definitivamente a completezza e stabilità. Di conseguenza, posso anche rilevare sia gli elementi che favoriscono la crescita e sia le modalità attraverso le quali tale crescita può essere facilitata o incoraggiata.

Le caratteristiche generali degli esseri viventi assumono negli umani forme molto più complesse e singolari. Nelle persone le forze “naturali” appartenenti alla sfera vegetativa e quelle legate alla “istintualità” sono certamente meno attive ed evidenti, essendosi metamorfosate in capacità superiori tipiche dell’umanità. Ciò ha portato la persona a crescere individualmente, ad interiorizzarsi sempre di più, ad evidenziare la unicità e la irripetibilità del prorio Io, in un processo continuo di crescita spirituale. Sottolineando così la diversità e la differenza esistente tra ciascun essere umano.

Tuttavia, per essere “Io” bisogna essere almeno in due. Non è possibile crescere se si è da soli, l’Io si trova in divenire soltanto in rapporto a un Tu, solo nel momento in cui si confronta con l’altro. François de Singly ha sviluppato il tema della costruzione/ricomposizione dell’identità adulta all’interno delle relazioni ed ha evidenziato una struttura a quattro termini: un sé visto da sé stessi e un sé visto dagli altri, sdoppiati a loro volta in un sé intimo, privato, e un sé “sociale”, quello che da statuto a una persona. Mettendo in evidenza che la questione dell’identità che sta alla base della definizione di sé, non è mai compiuta una volta per tutte ma richiede costanti aggiornamenti o riaggiustamenti. Quanto detto aiuta a comprendere anche che la costruzione dell’identità diventa un progressivo svelamento e/o rafforzamento di sfaccettature nascoste di noi stessi, da parte di altre persone significative.

Ecco dunque, che per lo sviluppo spirituale-identitario dell’essere umano “l’ambiente” che può facilitare o ritardare la sua crescita diventa maggiormente complesso e complicato dalla presenza e dalla necessità delle relazioni interpersonali che sono alla base della sua esistenza.

La minaccia e la grazia

Capita di trovarci di fronte a una situazione difficile in cui non sappiamo cosa fare, non abbiamo idea di come affrontarla. Oppure ci mancano gli strumenti necessari per intervenire in modo efficace su di essa. Di conseguenza, non possiamo agire in modo adeguato.
Può essere un evento, un compito o una prova che in quel momento fa emergere il limite delle nostre possibilità ed è da noi vissuto con un certo grado di disagio.

Il segnale della nostra inadeguatezza si esprime attraverso l’ansia che a sua volta sottintende l’entità della nostra fatica psicofisica o del nostro stress. Tutto questo può capitare in modo sporadico. Altre volte, invece si presenta quotidianamente: in famiglia, a scuola, al lavoro, ecc.

Un momento in cui non riusciamo a raggiungere l’obiettivo, a realizzare cioè un compito che abbiamo di fronte, può – in moltissimi casi – tramutarsi in una minaccia nei nostri confronti. Lo viviamo inconsciamente come un attacco alla nostra autostima, uno sconvolgimento della nostra zona di confort.

Tuttavia, quando stiamo vivendo una tale situazione, avremmo la possibilità di dire: “io mi sento minacciato da questa difficoltà e posso lottare, posso far fronte al pericolo incombente per la mia autostima”.

Ad esempio, in linea del tutto schematica, nel caso ci trovassimo nella situazione appena descritta, potremmo renderci conto di quanto sta accadendo in due modi:

Possiamo entrare in contatto con il nostro corpo, attraverso il quale ci “sentiamo” e “comprendiamo” qual è la situazione interiore, valutando così le nostre energie e risorse (bisogna considerare però che tale situazione potremmo viverla anche come minaccia e in questo caso il “sentirci” in tale stato può diventare l’anticamera dello stress).

Abbiamo la capacità di entrare in contatto con l’esterno, verificare e valutare. Per comprendere se il nostro “potere” personale è sufficiente e adeguato per affrontare la situazione. Vivremo pertanto l’evento come sfida e nel momento in cui viviamo qualcosa in termini di competizione, ci attiviamo in modo sicuramente positivo. E’ il modo migliore per affrontare i problemi, anche se, naturalmente, non è sempre possibile interpretare o re-interpretare gli eventi in termini di “superamento di Sè”.

C’è, tuttavia, un rischio incombente, quello di voler vincere ad ogni costo, di superare con ingenuità e entusiasmo sprezzante il limite che si pone come sfida; e allora …
E’ facile rimanere impantanati nelle nostre emozioni.

Le baby-blues dei padri

La figura del padre contemporaneo potrebbe essere illustrata con una immagine pirandelliana: egli non ha un ruolo ben definito, ma è uno nessuno e centomila.

Soprattutto quando l’uomo si trova ad affrontare il periodo di transizione alla paternità facendo affidamento sulle proprie capacità, le proprie risorse, il proprio intuito: Non potendo contare su “linee” di comportamento, privo di qualsiasi rito di formazione o iniziazione che lo incoraggi a entrare in questo ruolo.

A lungo considerata una patologia che colpisce esclusivamente le madri, la depressione postnatale colpisce anche i padri. Secondo i risultati presentati all’ultima convention annuale dell’American Psychological Association, il 10% di questi sarebbe seriamente coinvolto. Sotto-diagnosticato dagli operatori sanitari, il fenomeno sarebbe anche ampiamente sconosciuto nella popolazione generale. Di fondo c’è l’idea sbagliata che la depressione postnatale sia dovuta esclusivamente ai cambiamenti ormonali durante il parto, quando l’impatto della privazione del sonno potrebbe essere maggiore.

C’è anche una serie di stereotipi di genere. Per valutare l’importanza di questi pregiudizi, un team di ricercatori britannici di psicologia ha sottoposto 406 adulti dai 18 ai 70 anni a casi clinici fittizi: a ogni volontario è stata descritta la situazione sia di una donna e sia di un uomo, presentando sempre gli stessi sintomi. I partecipanti dovevano quindi indicare se “qualcosa non andava” nello stato psicologico della persona. I risultati ottenuti sono stati inequivocabili: i partecipanti hanno identificato correttamente la depressione postnatale nel 90% delle madri, ma solo nel 46% dei padri. Non solo le difficoltà di questi ultimi sono state evidenziata meno volte, ma sono state anche più spesso attribuite alla fatica o allo stress.

 

Somatopsicodinamica della depressione

La depressione è un’emozione che può divenire un sintomo, se non un aspetto caratteriale.

La psichiatria classica distingue la depressione in endogena ed esogena, ma se ci atteniamo ai principi energetici di Reich, possiamo individuare certi “blocchi” corporei come responsabili delle diverse manifestazioni della depressione e cogliere l’etiologia di essa molto meglio che la nosografia ufficiale ed attuale.

Rifacendomi a Wernicke, possiamo parlare di situazioni o di processi somato-psichici che ritengo più esatto definire somato-psico-dinamici. Intendo riferirmi ai concetti che sottolineano come ogni condizione di privazione, di perdita, mancanza, determinino una condizione “depressiva” che troveremo, pertanto, ancorata a diversi livelli muscolari del corpo.

Opino che vi siano quattro possibilità per tale ancoraggio, per cui quattro espressioni della psicopatologia depressiva.

La prima possibilità è data dalla depressione psicotica allorché il soggetto non è cosciente del suo stato depressivo, egli non lo “vede”: in tal caso è il livello ad essere bloccato. Il blocco del 1. livello, dei telerecettori cioè, induce la situazione psicotica in cui la depressione è l’aspetto saliente; il blocco di tale livello per l’insoddisfazione, la frustrazione avvenuta durante i primi giorni di vita determina la condizione psicotica che è da ritenersi fondamentale in ogni caso di “psicosi depressiva”.

La sintomatologia si presenta col mutacismo, con la catatonia, con l’esplosione di rapporti distruttivi, molto pericolosi per il soggetto e per gli altri. Per tali motivi come ho già scritto e detto altre volte, non si può parlare di specifiche psicosi, ma solo delle “psicosi”.

Seconda possibilità: dal momento che sappiamo che subito dopo la nascita, attraverso l’allattamento, è la bocca, cioè il 2. livello reichiano del corpo, che entra in funzione, va da sé che se la frustrazione esistenziale si verifica in tale periodo, implode tutta la sintomatologia definita “orale”. Dico “implode” perchè in tali casi si struttura un vero e proprio nucleo depressivo della personalità, pronto ad esplodere allorché determinate situazioni esistenziali fanno rivivere al soggetto le stesse penose emozioni neonatali. Tali emozioni rimosse sono legate ad un cattivo maternage o ad un precoce svezzamento.

In questi casi vi sono due possibilità di manifestazioni orali, quella cosiddetta insoddisfatta e quella rimossa. Nella prima si tratta di soggetti che hanno ricevuto frustrazioni relative all’allattamento: soggetti che hanno sofferto una fame di latte che arrivava o troppo poco o in ritardo, dando loro tutta la possibilità di fantasmatizzare, da cui, in clinica, la presenza di pseudo-allucinazioni. Tutto ciò si manifesta nella caratterialità adulta con una spiccata tendenza alla depressione profonda dell’umore che il soggetto cerca di compensare o di evitare attraverso l’abuso del cibo, dell’alcool, del fumo. È importante, in terapia, cercare di stabilire l’epoca in cui tale frustrazione si è verificata.

L’oralità rimossa, si installa invece per uno svezzamento troppo precoce: la paura e la rabbia provata dal neonato in tale circostanza si manifesta in seguito con una contrazione cronica dei muscoli masseteri; spesso la mandibola è quadrata ed il soggetto parla fra i denti. Tale frustrazione comporta una caratterialità aggressiva di tipo distruttivo, con mordacità e con una suscettibilità al limite della paranoia.

Si delinea così il soggetto borderline che può esplodere in manifestazioni psicotiche allorché il blocco energetico della bocca invade gli occhi, regredendo. Per tali soggetti tra compensazione avviene mediante un privilegiare il “piacere” degli occhi (in tal modo non si accumula energia) con la lettura, l’estetica, ecc., se non con la droga.

Prima di passare alla nevrosi depressiva è opportuno prendere in considerazione la cosiddetta sindrome maniaco-depressiva, la cui alternanza delle fasi corrisponde in chiave reichiana a situazioni nelle quali, per la fase depressiva, da parte del soggetto si ha difficoltà a “vedere” l’altro e se stesso (accomodazione, convergenza) e facilità a ,”rodersi dentro” (mordere) come ruminazione aggressiva. La fase maniacale è caratterizzata da una facilità di “guardare e guardarsi a destra e a sinistra” e nel contempo da un bisogno di “succhiare” facilmente tutto quanto attorno.

In termini di vegetoterapia vi è uno sfasamento tra il primo e il secondo livello con una funzionalità incoerente e discordante.

Nel quadro della depressione è necessario, inoltre, ricordare la forma depressiva criptica; tale sindrome, secondo me psicotica di fondo, è nascosta per la presenza di un “blocco” al naso (ne parleremo prossimamente) che “compensa” quello degli occhi e della bocca: la sintomatologia depressiva esplode o per lo “sblocco” improvviso del naso o perchè il blocco, come difesa, oltrepassa i limiti energetici. Il blocco del naso si accompagna sempre con quello del 6. livello, l’addominale.

Terza possibilità: in relazione alla nevrosi depressiva possiamo collocare l’ipocondria, quadro clinico in cui il soggetto è capace di vedere l’altro o se stesso, ma non con un ritmo alternato per ciò che concerne il 1. livello, bensì nei confronti del 2., della bocca; il funzionalismo, cioè, è fortemente disturbato.

Che tale sindrome sia a cavallo con la nevrosi depressiva lo dimostra la sintomatologia in cui prevale l’attenzione morbosa del soggetto per la propria salute, per il proprio corpo temuto malato, cioè per il proprio Io.

È secondo me, il 3. livello reichiano, cioè il collo, responsabile della vera e propria nevrosi depressiva o depressione nevrotica. Tale 3. livello arriva in basso fino alla linea mammillare; la clinica classica lo conferma e quella reichiana pure. Non si tratta, infatti, né di uno stato né di un processo depressivo nel senso vero dei termini: il soggetto “vede” bene la sua “depressione” che è, piuttosto, una invadente tendenza alla tristezza, alla malinconia, alla “nostalgia” romantica!

Il blocco di tale livello è predominante su quello orale ed impedisce al soggetto di superare una condizione psicodi-namica di ambivalenza, nel senso che per ciò che riguarda il solo blocco degli occhi e della bocca vi è una chiara situazione di dipendenza psicologica, mentre qui vi è anche la problematica di esserlo (dipendente) o non esserlo. Il soggetto desidera essere indipendente, ma c’è qualcosa di più forte di lui che lo… blocca.

Questa dipendenza è legata all’identità poiché un soggetto dipendente è uno che non ha avuto la possibilità di-superare l’identificazione e raggiungere quindi la sua identità. Il dipendente si identifica facilmente e l’identificazione è sempre quella con la figura materna, mentre con l’identità si raggiunge l’Io individuale.

Tale blocco della parte superiore del torace (sempre 3. livello) beneficia in vegetoterapia degli acting delle braccia e, poiché il torace inferiore (4. livello) è condizionato al diaframma (5. livello) è evidente che la nevrosi depressiva si evidenzia insieme a manifestazioni ansiose. Abbiamo, cioè, la depressione ansiosa, in tal caso è l’irrigidimento del collo (blocco) per il tentativo narcisistico di superare l’ambivalenza che comporta la partecipazione diaframmatica legata all’ansia e al masochismo: il soggetto è lamentoso, si ritiene incapace, sfortunato, ecc.

Un quarto tipo di depressione è quello legato a un blocco predominante del 7. livello (il bacino) insieme a residui di oralità insoddisfatta: è dovuto all’impossibilità da parte del soggetto di procurarsi o ricevere una ben soddisfacente gratificazione paragonabile all’equivalente del pia cere sessuale genitale. Tale impossibilità produce come reazione una manifestazione depressiva di tipo reattivo.

Si tratta di “disturbi” convergenti per cui, una volta che l’elemento esogeno è stato superato o eliminato, il soggetto ritrova la sua vitalità, anche se ulteriori frustrazioni potranno di nuovo temporaneamente “deprimerlo”.

Si potrebbe definire, allora, la depressione reattiva meglio come depressione isterica. E l’isteria, per le donne e per gli uomini, come diceva Reich, è l’anticamera della genitalità !

In tali casi vi è sempre una “componente” diaframmatici di masochismo, il che spiega le ricadute come coazione a ripetere.

Questo breve panorama della depressione interpretata in chiave reichiana, ci mette in condizione di poter fare a meno di una classificazione nosografica rigida e ancor più ci spiega perchè in psichiatria “certi” psicofarmaci aiutano solo “certi” depressi e non altri, ciò significa che “energeticamente” influenzano solo certi livelli, ma dal momento che ogni livello ha un substrato emotivo è ovvio che se il soggetto non ha avuto la possibilità terapeutica di esprimere le abreazioni, le ricadute saranno inevitabili.

 

Il linguaggio emotivo delle mani

Il terzo livello descritto da Reich è quello che parte dal collo e comprende le spalle con le braccia e naturalmente le mani, si spinge sino alla linea mammillare e vi include anche la zona alta del torace.  La lingua e la parte profonda della gola, ove si articola la voce, sono anch’esse di questo livello che in chiave energetica è strettamente collegato al settimo: quello della pelvi e delle gambe.

Alcuni individui, grazie allo stretto collegamento tra collo e pelvi, possono apparire come ingabbiati fra due morse: in alto, la gola contratta e strozzata e in basso il bacino carico di energia; perchè le due “aperture” sono legate e non permettono all’energia di fluire liberamente.  Tale dinamica, delinea alcune espressioni della corazza caratteriale come il carattere masochista e quello coatto.  Vale a dire quei soggetti che emotivamente bloccati, sono incapaci di percepire vegetativamente le mani, si muovono “con le gambe, senza sentimento” perchè non possono sentire ed esprimere il contatto e il vero amore.  Nel lavoro sono carichi di odio represso e invidia e tutto questo favorisce la messa in atto della formazione reattiva.

Ricordo, per coloro ai quali questo termine è nuovo, che la formazione reattiva è un meccanismo psichico inconscio in cui all’interno della corazza caratteriale gli impulsi di rifiuto o di odio o di distruttività vengono trasformati esattamente nel loro opposto.

Cito l’esempio di una moglie che può sembrare dolcissima e iper-protettiva con il marito per nascondere rancore e ostilità.  Oppure di colui che nell’attività lavorativa può apparire superattivo, zelante e al limite anche servile, per mascherare inconsapevolmente gli impulsi di odio feroce.  C’è da aggiungere che in una società come l’attuale la maggioranza degli individui cosi detti normali, dall’artigiano, all’operaio, al professionista, mette in atto nel proprio lavoro la formazione reattiva.  La gratificazione cioè non deriva dall’esplicarsi dell’azione ma dal giudizio che altri daranno di essa, dal successo o dal denaro che l’azione produrrà.

Il lavoro, di conseguenza, non viene inteso come piacere di fare e agire, di realizzazione individuale e sociale. Già nella Genesi il lavoro è inteso come punizione ed è in questo senso che sono fioriti i tanti proverbi e luoghi comuni. Espressioni popolari che derivano dal bagaglio inconscio dei bisogni, delle frustrazioni e dei loro impulsi nevrotici, non dalla sfera emotiva funzionale. Impulsi e bisogni che necessitano della formazione reattiva per essere tenuti a freno.

Le mani, dunque, sono collegate al collo che è punto di transizione tra la sensorialità del corpo e la elaborazione della coscienza; per questa ragione un collo libero dovrebbe essere un ponte tra genitalità e capacita funzionale del nostro pensiero fortemente vincolati in chiave emotiva-energetica.

È  da notare come i bambini psicotici, nel rappresentare la figura umana, generalmente disegnino persone con colli molto lunghi, così da mettere più “spazio” tra le sensazioni corporee e la capacità di percepirle.

Ciò che mi colpisce è quanto siano importanti le mani per ogni essere umano.  Servono per “toccare” l’Altro e il mondo, per l’attività lavorativa che dovrebbe occupare con piacere una larga fetta dello spazio sociale; sono dunque così vitali che l’uomo sa usarle ancor prima di nascere.

È  sorprendente vedere, tramite una ecografia, come il feto usi le mani: per succhiare il pollice, per toccare le pareti dell’utero o per afferrare le particelle nel liquido amniotico e portarsele alla bocca.

Una domanda senza risposta è: perchè il feto fa questo, dal momento che alla nascita lo avrà dimenticato? Perchè il neonato è in un certo senso “costretto” ad apprendere l’uso delle mani, quando nella vita fetale questa capacita esisteva? È  un quesito affascinante, al quale vorrei dare una mia risposta personale in un prossimo articolo.

L’uso delle mani, rappresenta per il neonato l’interazione con l’Altro ed è strettamente in rapporto con l’uso della bocca. Il bambino tocca il seno della madre mentre succhia e si porta “il mondo alla bocca”, perchè ogni cosa che percepisce con la lingua fa parte della indagine conoscitiva sull’esterno.  Le mani sono altresì oggetti transizionali, che in assenza della madre-oggetto assumono il compito di sostituirla. Il bambino in mancanza del capezzolo succhia il pollice e in questo modo la mano riveste la funzione dell’oggetto transizionale perchè consola il piccolo dalla sua solitudine.  Più tardi potrà essere un orsetto di pelouche da portarsi a letto ad esplicare le stesse funzioni.  Mani consolatrici e strumento di conoscenza, che nella vita adulta dovrebbero esercitare la mediazione tra la coscienza e la conoscenza, se non emergesse la corazza caratteriale-muscolare, con conseguente blocco più o meno intenso al terzo livello.

Le mani, come le gambe che costituiscono le propaggini del nostro corpo, rappresentano in modo palese la nostra capacità di amare, di muoverci verso il mondo in direzione dell’Altro che è fuori di noi.  Se non sono contratte, se sono vive ed energetiche possono stabilire il contatto con il mondo perchè le mani toccano il mondo come lo toccano i piedi appoggiati in terra e agiscono nel mondo attraverso l’attività lavorativa, come le gambe che si muovono nel camminare.

Le membra agiscono quindi per il mondo e verso il mondo, ed in senso funzionale per la vita.  Molto spesso però, “emotivamente” le gambe si muovono con difficoltà ed “emotivamente” le mani non sanno cosa fare.  Tanta gente spesso si domanda perché sia al mondo, perché vive, che cosa dovrebbero fare… e parecchi finiscono per fare mille cose senza alcun piacere o senza riuscire a portarne a termine una sola; ma sappiamo che il blocco al collo rappresenta il narcisismo e può provocare il blocco affettivo che è eterna insoddisfazione di tutto e di tutti e senso di inutilità.

Così il narcisismo secondario può spingere l’uomo ad una corsa affannosa al successo ed al denaro; ma può anche, inibendo “emotivamente” gambe e mani, indurlo a restare “fermo” e chiedersi che cosa deve fare e perché mai è al mondo.

La formazione reattiva alle volte viene messa in atto direttamente attraverso l’uso che si fa delle mani.  Alcuni individui, con una paura estrema del contatto e di conseguenza incapace di usare le mani, per “aprirsi al mondo” che non vogliono inconsciamente toccare, scelgono delle attività in cui è indispensabile una notevole destrezza manuale. Molti li possiamo ritrovare tra i filatelici, i tagliatori di pietre preziose, gli archeologi o i restauratori d’arte.  Freud definì ciò sublimazione e tale dovrebbe essere, se fosse veramente energia sublimata, ma purtroppo spesso è formazione reattiva perchè alla base di quelle scelte esiste una incapacità di amare non solo l’Altro, il mondo ma anche lo stesso lavoro eseguito con tanto scrupolo.

Ricordo un episodio che può meglio chiarire le mie asserzioni.  Un giorno scoprii che il massaggiatore professionista, cieco dalla nascita, dal quale mi recavo, si lavava a lungo le mani dopo ogni massaggio e non usava assolutamente creme e unguenti per il suo lavoro.

Una volta deliberatamente portai con me dell’olio di arnica affinché lo usasse per massaggiarmi. Fece una espressione disgustata dicendo che creme ed olii da massaggio non li sopportava e che piuttosto rinunciava a lavorare se qualcuno li avesse pretesi.  Così lo guardai con attenzione ripetere il lungo lavarsi delle mani che mi apparve senza più incertezze come un rituale ossessivo. Il massaggiatore forse a causa della sua infermità aveva scelto, mettendo in atto il meccanismo inconscio della formazione reattiva, proprio ciò che mai avrebbe voluto fare, toccare un corpo nudo.

Il rifiuto del contatto della pelle altrui in seguito assumendo carattere di fobia si era “spostato” sulle creme e sugli unguenti che simbolicamente rappresentavano il corpo umano vissuto dal suo inconscio come viscido e scivoloso.  La fobia è infatti lo spostamento di un sentimento, come la paura e il rifiuto, legato ad un oggetto interno, (il corpo nudo) su un altro oggetto (creme e unguenti) che per quanto riguarda il conscio dell’individuo non assolutamente in relazione con l’oggetto originario.

Non a caso la fobia del contatto che determina l’incapacità di amare e di provare piacere nell’attività lavorativa spesso si esprime con la necessita ossessiva di lavarsi ripetutamente le mani.

Gli psicotici fanno cattivo uso delle mani come d’altra parte delle loro gambe e non si tratta solo di una incapacità motoria.  Non hanno pieno contatto con i loro piedi sul terreno e si muovono spesso come automi; d’altro canto “non toccano” con le loro mani perchè lo fanno in modo stereotipato.

Un ragazzo psicotico già abbastanza inserito nel sociale, con una sua vita autonoma propria, era solito servirsi del manico di una qualsiasi posata per grattare ogni parte del suo corpo.  Camminando, le sue gambe apparivano contratte e rigide e appoggiava il piede solo sul tallone riuscendo in tal modo a deformare tutte le scarpe che in breve tempo assumevano la forma di quelle turche, con la punta all’insù. Il suo graduale progresso in psicoterapia è stato sottolineato sia dall’uso più funzionale delle mani che dal modo di calzare le scarpe.

Un bambino dell’età di quattro anni, molto disturbato anche se non autistico, camminava sempre sulla punta dei piedi tenendo le braccine all’indietro come fossero alucce. Era un bimbo che in effetti voleva “spiccare il volo” verso la regressione autistica ed il suo modo di procedere lo denunciava.

A parte i casi clinici rilevanti, ci sarebbe da chiedersi quanti nevrotici camminano in modo funzionale e sanno usare le mani altrettanto funzionalmente.  Se le nostre membra rappresentano il procedere verso il mondo, l’apertura ad esso e la capacità di amare, come possono funzionare da un punto di vista energetico se la conoscenza e l’amore sono così miseramente ridotti oggi sulla terra?

Negli actings di Vegetoterapia spesso le mani si muovono con difficoltà e può capitare che si blocchino in seguito a crampi intensi e diffusi che spaventano il paziente non ancora abituato a percepire la vita che scorre nelle sue mani.  Egli le guarda stendendole in alto sopra di lui e può non sentirle, non riconoscerle, trovarle brutte, staccate dal resto del corpo oppure senza vita.

Nell’acting del No o dell’Io in cui a braccia tese si fanno i pugni e si battono sul lettino, le mani parlano il loro proprio linguaggio in modo palese.  Quando un paziente nel battere i pugni controlla la caduta delle braccia, o il suo pugno rimbalza sul materasso come una palla, oppure dopo averlo battuto non indugia neanche un attimo e riporta immediatamente le braccia in alto, le sue braccia e le sue mani dicono che il suo No non è reale perchè egli ha ancora necessità di sentirsi dipendente dai propri fantasmi.  La sua autonomia è fiacca ed egli si attacca alla zattera della sua nevrosi che sebbene scomoda lo aiuta a giustificarsi e a commiserarsi.

Immaginiamo che per affermare simbolicamente la mia dignità di essere umano debba battere con un pugno il piano di un tavolo e dire No oppure Io.  La mia mano a pugno, se realmente sono determinata, è costretta ad indugiare, anche solo per un secondo, sul tavolo per sentenziare con la sua immobilità e forza il diritto alla vita!

Se un paziente dicendo Io batte il pugno con il pollice infilato e stretto tra le dita, le sue mani dimostrano che quel pugno non è di un adulto ma è quello di un neonato. Il suo Io stenta ad affermarsi e lo fanno vedere anche le braccia che in genere durante l’acting ruotano su se stesse

cosicchè il soggetto batte inconsapevolmente i pugni picchiando con le nocche anzichè con il bordo della mano; proprio come potrebbe fare un bambino molto arrabbiato di cinque o sei anni.

Ad un paziente che batteva i pugni tenendo il pollice teso verso 1’esterno quasi fosse dissociato dalle altre dita, gli feci notare, dopo ripetute volte, come non fossero veritieri quei pugni che mostrava.  Allora si ricordò quando da piccolo alcuni suoi compagni lo avevano picchiato e lui non fosse stato capace di contraccambiare quei pugni nemmeno per difendersi.  In casa sua l’aggressività come l’amore mai trasparivano dai componenti della famiglia e a lui erano richiesti soprattutto passività ed ubbidienza.  Così nella quotidianità della sua vita esprimeva quella ribellione antica ad una non motivata ubbidienza in modo reattiva e spropositata.  Quando si arrabbiava anche solo per delle inezie gli fuoriusciva dalla gola contratta una voce soffocata e stridula.  Se abbracciava qualcuno lo faceva in modo stereotipato magari dando delle pacche sulle spalle che palesavano quella sua aggressività repressa.  Avvicinando il suo volto ad un altro per baciarlo, il bacio schioccava nel vuoto come a dire che “baciava l’aria” oppure si limitava a porgere la guancia come fanno purtroppo tante persone che fingono di baciare.  La grande difficoltà di contatto e il totale disinteresse per l’Altro in lui si evidenziavano nell’andatura pesante, quasi animalesca, dove la fisicità della massa corporea sembrava semplicemente “spostarsi” e non “muoversi” nello spazio per andare incontro al mondo.

Le sue mani pur essendo belle e compatte erano senza vita, incapaci del minimo lavoro manuale e sul lettino dello studio si appoggiavano appena sul bordo esteriore del dorso invece di aderire al materasso.  Dopo gli actings agitava le dita rigide in modo stereotipato lamentando il bisogno di muoverle.  Da sempre cercava un’attività lavorativa soddisfacente.

I pazienti che hanno notevoli difficoltà di contatto in generale non possono appoggiare il palmo della mano sul materasso durante gli actings di  vegetoterapia  o  perchè  le dita s’ attanagliano al lettino o perché le unghie vogliono graffiare il lenzuolo o ancora  perchè  le mani  si  reggono
sui polpastrelli.

Il paziente di solito non si rende conto che spesso la sua mano sollevandosi si appoggia solo sul mignolo oppure è l’indice e il medio che sollevandosi restano in quella posizione anche per l’intera durata dell’acting.

È  sorprendente scoprire che con la mobilizzazione del collo e del torace, impostando quindi un nuovo modo di interagire, il paziente sappia poi abbandonare spontaneamente le sue mani che alla fine aderiscono distese sul materassino.

Questa incapacità di aderire (il soggetto per distendere le mani è costretto a contrarre le braccia) che in vegetoterapia manifesta difficoltà di contatto, trova spesso un suo riscontro nella insoddisfazione dell’attività lavorativa.

Atonia, che appare sempre indecisa e indifferente, per fare aderire le mani al materasso opera una contorsione delle braccia che risultano cosi appoggiate sul dorso anzichè all’interno come se dovesse ricevere una endovenosa.  Alle volte mi guarda come incantata sbarrando gli occhi. Il suo sguardo assume allora una espressione timorosa ma nel contempo vuota e assente.  In genere questo suo modo di guardarmi accade perchè non sa che cosa fare, come se nella sua attività lavorativa dovesse sempre prendere una decisione.  Molto spesso mi chiede cosa fare.  L’indecisione ma soprattutto la diffidenza riescono a rovinare anche quei momenti del suo lavoro e della sfera affettiva che potrebbero essere piacevoli e sereni.

Gabriella appoggia il braccio sul gomito e la mano sui polpastrelli come se premesse con forza sul materasso; mi parla in seduta sempre del suo partner e qualche volta dei suoi genitori.  Fa l’insegnante elementare ma questo lavoro sebbene riempia gran spazio della sua vita non emerge mai nella verbalizzazione. Gabriella si è scissa in due, una che va a scuola e che non comunica alle altre colleghe nulla che riguardi la sua vita privata e l’altra che viene da me e mi parla “soltanto” della sua vita intima.  Non riesce a stabilire un contatto autentico e gratificante sia nel suo lavoro che nella sua vita affettiva.

Le sue mani che comprimono ma non aderiscono lo denunciano chiaramente.  Preme e spinge in un’unica direzione in modo masochistico sul lettino dello studio (è la determinazione ad avere quel partner a tutti i costi) e punta le mani come quel giorno ormai lontano in cui avrebbe voluto puntare i piedi per ottenere l’affetto che oggi come allora non le viene offerto.

La carica libidica, unidirezionata, invadente, di tipo pregenitale, con cui vorrebbe investire l’oggetto e ottenere il contatto con il partner le torna indietro come un boomerang sotto forma di angoscia, caparbietà, insoddisfazione, senso di inutilità.

L’Amore che crede di possedere dentro di sé, che non può essere vegetativamente percepito, si traduce in un’ansia macroscopica da cui si sente travolta.

Voglio ora testimoniare come sappiano le mani comunicare il linguaggio emotive del nostro subconscio.

Osservando Pina mentre fissa a bocca aperta un punto luminoso sul soffitto vedo che la sua mano destra sta lentamente sollevandosi.  Pina se ne accorge e sbatte le palpebre inarcando le sopracciglia.  Ha fatto una cinquantina di sedute (due al mese), abbiamo iniziato il lavoro sul collo e sulle braccia ma, ogni tanto ritorno a questo acting per addolcirle la bocca che appare “caricata)” e rigida.  Non è una isterica, si dibatte al contrario tra un masochismo palese ed il suo fallico-narcisismo con tratti coatti che la riempiono di angoscia.

La paziente sbatte con forza la mano sul materasso continuando l’acting.  Ma la mano riprende a sollevarsi.  Manovra per tenerla ferma, non ci riesce.

Dico: – lascia fare alla mano ciò che vuole -. La mano si solleva sempre molto lentamente sino oltre il corpo disteso, mentre la sinistra è immobile.  Pina è visibilmente sconcertata.  Riabbassa la mano di colpo ma dopo un attimo quella sembra levitare. Dice  affannosamente:  –  non  controllo  più  la  mano…   –

E dopo un po’:ho perso il controllo della mano… come faccio? – La riabbassa sul lettino impetuosamente ma nel frattempo le faccio notare come invece riesca a controllarla.  Riprende l’acting ma dopo qualche minuto la mano torna a sollevarsi.  Sospira molto spaventata: ho paura, sei tu che I’attiri a te! –

Nella verbalizzazione dice che io sono una maga perchè con la mia energia attiro la sua mano e spesso le carpisco i pensieri, ma esce fuori la paura per gli schiaffi terribili che sino ad oltre trenta anni la madre autoritaria e despota le rifilava.  Emerge inoltre il ricordo di quando lei tornava a casa più tardi del previsto e restava chiusa fuori per ore ed ore anche se era notte, senza essere mai certa che quella porta si sarebbe aperta.  Questo succedeva quando all’età di otto o dieci anni indugiava fuori a giocare ma anche a trenta quando avrebbe dovuto avere una autonoma disponibilità del suo tempo.

Domando perchè dovrei attirare a me la sua mano destra. – Non so… – risponde pensierosa, – forse perchè sia buona. – Le faccio notare che non essendo mancina quella sua mano destra potrebbe picchiare, infatti per schiaffeggiare si usa la mano destra… Essendo poi io una “maga” so a priori la volontà di quella mano, so che vuole battermi come riflesso della madre, quindi “l’attiro” a me per neutralizzarla.

È  utile ricordare che l’acting eseguito da Pina, quello del punto luminoso, si riferisce principalmente al contatto primario con la madre.  Nelle sedute precedenti aveva già battuto i pugni sul materasso ma la figura materna con tutto il suo carico emotivo che ne sarebbe derivato non era mai comparsa.

Nel colloquio all’inizio della terapia mi aveva riferito con grande distacco e indifferenza il fatto che sua madre l’aveva sempre picchiata e che allo stesso tempo non aveva avuto dai genitori una benchè minima manifestazione di affetto.

Tutto ciò per confermare come il linguaggio delle mani, al di là dei gesti, esprima in modo palese e profondo il corpo dei sentimenti che solo all’uomo è dato di possedere.

 


  • Voglio precisare che la Vegetoterapia, quando considera il corpo umano a segmenti, lo fa esclusivamente in chiave metodologica poiché è implicito che ogni livello confluisca nell’altro e viceversa in quanto l’uomo è comunque sempre considerato nella sua totalità.