Ciascuno di noi, in quanto portatore di una qualche responsabilità sociale, che lo voglia o no, mette in atto un comportamento esemplare. Nel senso che il nostro modo di fare costituisce una prova di come noi “ci esponiamo”.

In genere la regola vale per tutti, ognuno esemplifica ciò che è, a volte del tutto inconsapevolmente, con i gesti, il modo di parlare, l’abbigliamento e ogni altro elemento attraverso il quale si manifesta.

Certo, l’abito non fa il monaco, ma lo caratterizza in larga misura. Lo rende “visibile”. Una significativa figura di riferimento, che sia un genitore o un insegnante oppure un manager, dovrà pertanto rendersi consapevole di questa condizione obbligante. Perché, credo si possa essere d’accordo, dovrebbe esserci un obbligo di responsabilità che impegna a dare il buon esempio come sprone a far bene e a far meglio. Non bastano le prediche o i buoni propositi.

Chi è genitore avrà già notato che il comportamento problematico (per il genitore) del figlio o della figlia, rappresenta soltanto un’imitazione dei modi di fare dell’adulto.

Il manager potrebbe verificare altrettanto nei collaboratori. Quello che egli fa e dice, è osservato, interpretato, decodificato, compreso in un certo modo. Tutto ciò offre al collaboratore l’opportunità di dare un senso alla sua azione, a legittimare il suo comportamento sull’esempio di colui che viene percepito come un “responsabile portatore di senso”. È la verità.

Il manager deve essere un esempio per i suoi subordinati come un genitore per i figli; come un insegnante per gli allievi.

L’imitazione, ecco una buona leva di motivazione.

PS
Ho ritrovato su alcune vecchie agende delle annotazioni che trovo ancora interessanti; brevi riflessioni, che credo non banali rispetto al tempo in cui le ho scritte.
Ne ho scelto cinquantadue, risalenti al 2002, 2003 e 2004, con l’intenzione di proporre un motivo di ispirazione settimanale per il corso dell’anno.
Questa è la n. 43: Imitazione, leva della motivazione (2004)

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