Oggi la nostra civiltà si basa quasi del tutto sulla fiducia esclusiva negli occhi.

In questo avvio d’autunno, in cui già ci si immagina il caldo risplendere dei gialli, dei rossi e dei bruciati, un pensiero riconoscente va a Jacques Lusseyran, un cieco che in tutta la sua vita ha saputo vedere cose inimmaginabili per chi, come noi, “pensa” di vedere.

Ci ha insegnato a diffidare delle illusioni dei sensi e soprattutto delle illusioni degli occhi. Non tanto mettendo in discussione la importanza della vista, strumento preziosissimo, quanto l’uso che se ne fa.

In un suo minuscolo libretto, apparso in traduzione italiana ormai da qualche anno (Lo sguardo diverso, Filadelfia ed. 1986) Lusseyran ci incoraggia “a chiudere gli occhi”, perché la vista è un senso superficiale che ci mette solo in rapporto con la superficie delle cose. In ciò esiste un pericolo, perché questo sorvolare sulla superficie delle cose noi lo chiamiamo conoscenza.

“Io credo – dice Lusseyran – che la vista sia responsabile della convinzione che si possa scoprire il mondo e esaurirne la conoscenza passando da una forma all’altra, da un’apparenza all’altra. Ma si dimentica che quel moto stesso che porta il nostro sguardo di oggetto in oggetto non può trovarsi nei nostri occhi, ma necessariamente li precede e li dirige”. La vista non consiste solo nel lavoro degli occhi. Finché gli uomini dimenticheranno questo fatto, egli aggiunge, incorreranno in molte illusioni e in molti insuccessi. Diventeranno molto impazienti.

Questo un cieco lo sa.