L’esperienza clinica mi ha spinto a concentrare l’attenzione sul disagio psichico visto anche come risultante di uno squilibrio socio ambientale. Sostengo da tempo, con particolare enfasi, la necessità di interventi che aiutino le persone a confrontarsi con il “limite, l’evento critico che compare nella loro biografia e che si presenta anche come opportunita” di crescita e di sviluppo. 
Ritengo che la cura del disagio e del disadattamento – nella maggior parte dei casi – richieda innanzitutto un intervento di tipo “ecologico“; di riequilibrio del rapporto tra l’ambiente sociale, la persona e la sua storia (la persona e il suo “essere“); del rispetto profondo e incondizionato della differenza di ogni individualità nel suo continuo divenire. Le problematiche relazionali, sia individuali che di contesto, portate alla mia attenzione nel corso dell’attività professionale, mi hanno offerto l’opportunità di porre in risalto sin dai primi anni della mia esperienza una evidenza allora scarsamente considerata: quella della sofferenza relazionale al lavoro e dei pregiudizi sulla salute mentale dei lavoratori.

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