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Affermazione di sé e iniziativa personale

“La cottura è una fase importantissima della cucina e purtroppo nessuna prescrizione scritta può sostituire l’occhio vigile del cuoco. Non si può dire tassativamente se una certa pietanza deve cuocere per cinque o dieci minuti, poiché la giusta cottura dipende dalla forza del fuoco, dalla qualità del prodotto, dalla stagione, ecc. ogni prodotto ha una sua risultanza e sta al cuoco capire il momento in cui la cottura valorizza al meglio il cibo.”

Queste parole di Gianfranco Vissani, mi offrono uno spunto per parlare della affermazione di sé e della iniziativa personale: essere intraprendenti, affermarsi, diventare protagonisti talvolta sfacciati o sfrontati, questo è il problema.

L’affermazione di sé è la capacità di esprimere se stessi, le proprie emozioni, i bisogni, i valori, le aspirazioni, ecc. Una attitudine a rispettarsi e farsi rispettare. È attraverso l’esperienza (quindi la pratica) che si acquista la sicurezza e la garanzia di affermarsi con chiarezza.

Esiste la possibilità di esercitarsi, in vista dei propri obiettivi particolari, per rendere duttile l’affermazione di se’ in modo progressivo.

Perché l’affermazione di sé è come la cottura e perciò bisogna saper dosare il fuoco e il tempo.

Allora potremmo vivere meglio anche il nostro lavoro, dove tra colleghi, pause caffè, riunioni, ecc., ciascuno di noi passa la maggior parte della giornata e non tutti viviamo allo stesso modo tale esperienza.

Non siamo tutti uguali di fronte al piacere o al dispiacere di sentirci operosi. C’è chi si realizza e chi soltanto si abbruttisce.

Qualcuno esercita con passione un mestiere o una professione, altri “soltanto” un lavoro. Vocazione o condanna?

Lavorare in modo più intelligente

Ci sono dei giorni talmente strampalati che verrebbe voglia di dire: basta!

E questa sarebbe già una buona occasione per ripensare alla organizzazione del proprio lavoro, soprattutto per creare delle circostanze più vivibili e, perché no, più gratificanti.

Bisognerebbe iniziare dalla propria agenda. Di solito essa è sempre troppo piena e non ci offre la possibilità di avere sufficiente spazio per gli imprevisti.

Accade perciò che, nel momento in cui essi si fanno sentire, noi … siamo già troppo esposi e non riusciamo a rientrare in tempo.

Poi, bisognerà occuparsi delle continue interruzioni portate dalle urgenze dell’ultimo minuto, perché esse non permettono di canalizzare adeguatamente il flusso delle nostre energie. Anzi, ci sfiniscono.

E che dire della casella di posta elettronica sempre stracarica di messaggi? Varrebbe la pena, molte volte, d’essere capaci di passare direttamente al cestino.

Arrivati a questo punto diventa più facile rendersi conto che l’appuntamento con il dentista, la scuola dei nostri figli, la famiglia, lo spazio per sfogliare il giornale, ecc., fanno parte anch’essi dell’organizzazione del nostro lavoro e della gestione del tempo necessario.

 

Vittorio Tripeni (2002) “Lavorare in modo più intelligente”, in “Oltre il Giardino”. eBook 2018

Un pensiero per i tanti “mister”

“Il fatto che la gente scambi uniformi e titoli per le effettive qualità della competenza non è qualcosa che accade di per sé. Coloro che possiedono questi simboli di autorità e coloro che ne beneficiano devono attutire il modo di pensare realistico, vale a dire critico, dei loro subordinati, e far sì che credano alla finzione. Chiunque si soffermi a riflettere su quanto s’è detto, si renderà conto delle macchinazioni della propaganda, dei metodi cui si fa ricorso per togliere di mezzo il giudizio critico, di come la mente, mediante il ricorso a cliché, venga addormentata e sottomessa, di come la gente sia resa ottusa perché diventi dipendente e perda la capacità di prestar fede ai propri occhi e alla propria capacità di giudizio. Si è così resi ciechi alla realtà dalla finzione in cui si crede”. (E. Fromm, Avere o essere?, 1976 )

In tutte le “squadre” – anche in quelle aziendali – l’allenatore o coach è certamente una figura essenziale, non solo per la preparazione fisica e tecnica delle persone. Tuttavia – lo dicono gli studi sull’argomento – viene molto spesso riscontrata una certa incapacità degli allenatori di comunicare le proprie intenzioni agli atleti. Questi ultimi, altrettanto spesso, percepiscono gli allenatori come molto distaccati e incuranti di quelle che sono le aspettative dei “giocatori”, soprattutto a livello umano.

Capita allora che gli allenatori, o coach o manager, non riescano più a credere ai loro occhi. Perché all’improvviso vengono scossi da ciò che rimette in discussione l’immagine positiva che hanno di loro o che vogliono avere nei confronti degli altri.

Coraggio, quando capita di sbagliare, non bisogna arrabbiarsi. Al contrario, ogni errore ci offre l’opportunità di imparare e migliorare, perché è solo grazie a questo evento critico che noi iniziamo a porre attenzione sulla questione e, allo stesso tempo, se lo vogliamo, siamo in grado di comprenderla nel modo migliore.

Impariamo sempre dai nostri errori e da quelli degli altri.

 

 

Vittorio Tripeni (2002) ” Un pensiero per i tanti mister”, in “Oltre il Giardino”. eBook 2018

Chi non ha tempo prenda tempo

Dal 1967, un secondo è rappresentato dalla durata di “9.192.631.770 periodi della radiazione corrispondente alla transizione tra due livelli dello stato fondamentale dell’atomo di Cesio 133° (sic!). L’ora è rimasta di 3.600 secondi.
24 ore per un giorno, non una di meno o di più; nell’arco della settimana diventano 168, pari a minuti 10.080 e complessivi 604.800 secondi. Una “cifra” direbbero a Roma.
Il tempo è un patrimonio importante della nostra umanità, un capitale democraticamente ripartito per ciascuno di noi e uguale per tutti.
Qualcuno asserisce che è più ragionevole affidare ad altri il proprio portafogli piuttosto che l’agenda, forse pensando al valore del tempo e alla sua importanza vitale.
Spesso però, per aver padronanza sul proprio tempo, è sufficiente la piccola parola NO. Uno strumento semplice e utile.
Gestire il tempo vuol dire amministrare la disponibilità di se stessi. Chiedersi “per chi” e per “che cosa” sono disponibile, riguarda decidere e fare delle scelte chiave.
Ciò significa, ad esempio, che se “il lavoro viene prima di tutto”, la famiglia e/o le mie relazioni extra lavoro soffrono e così la mia interiorità o la mia stabilità esistenziale o il mio equilibrio psicofisico.

Vittorio Tripeni (2002) ” Chi non ha tempo, prenda tempo “, in “Oltre il Giardino”. eBook 2018

Fiducia e condivisione

Per creare un ambiente di lavoro sano e produttivo ci sono condizioni essenziali dalle quali non si può prescindere. In primo luogo realizzare una gestione organizzativa e un contesto di lavoro fondati sui valori e sulla fiducia.
La fiducia si comunica favorendo un vasto grado di autonomia decisionale, riducendo allo stesso tempo i controlli rigidi e creando opportunità per attribuire deleghe più ampie.
Attraverso l’ascolto attivo dei collaboratori si può manifestare il necessario rispetto verso le persone e attivare un libero scambio di opinioni sul “perché” e il “come” fare le cose; rimanendo consapevoli del proprio comportamento e allo stesso tempo incoraggiando la individualizzazione dei valori dell’organizzazione da parte degli altri. Tutto questo è possibile solo se siamo capaci di comunicare “in prima persona”.
Lo stimolo a crescere si trasmette attraverso politiche flessibili, accordando un margine di manovra discrezionale e facendo ben comprendere che l’organizzazione è capace di sostenere i dipendenti che fanno il loro lavoro.
È importante condividere l’informazione sulle finalità dell’organizzazione e le mutevoli priorità di essa; è altresì importante manifestare fiducia nella professionalità dei collaboratori e rispetto della loro onestà e competenza.
Il fatto di condividere il potere nell’organizzazione, favorisce lo spirito di appartenenza, una migliore gestione delle aspettative e allo stesso tempo una più evidente efficacia organizzativa.
In definitiva, condividere il potere vuol dire aprire un dialogo con i collaboratori prima di mettere in atto nuove iniziative e orientamenti strategici; ed anche esplicitare le finalità e le decisioni; cioè essere “trasparenti”.
È inoltre necessario aumentare le occasioni di comunicazione uno a uno e prendere del tempo per conoscere meglio il personale e i colleghi.
La collegialità delle decisioni comporta il vantaggio di un approccio centrato sull’equipe. Ne risulta un coinvolgimento più attivo dei singoli componenti e una organizzazione che lavora in modo più orizzontale. La competizione interna potrebbe addirittura risultare benefica e un processo di pianificazione aperto e sarebbe la migliore garanzia di un contesto di lavoro collegialmente sano. I componenti dell’equipe devono essere in grado di discutere le modalità tradizionali (le abitudini) di fare le cose. Devono poter comprendere ciò che può essere considerato un rischio accettabile e essere incoraggiati ad utilizzare la flessibilità che appartiene al loro potere personale.
Al di là del bisogno di consultarsi regolarmente e di comunicare con il personale ad ogni livello, sarebbe necessario dare importanza all’avere in comune una medesima comprensione dell’attuale orientamento dell’organizzazione del lavoro (e, possibilmente, delle motivazioni) nonché avere una visione comune sul piano strategico per arrivarci.

 

 

Vittorio Tripeni (2004) ” Fiducia e condivisione “, in “Oltre il Giardino”. eBook 2018