Per chi ha sperimentato sulla propria pelle la sofferenza della discordia, dei contrasti, dei conflitti, delle discussioni violente (tutto ciò che rappresenta il contrario di “pace”) e anche l’irrequietezza, l’inquietudine, lo scompiglio, l’ansia, l’angoscia, la paura di sentirsi mortificato e discriminato.
Diventa un impegno irrinunciabile sostenere il valore e l’efficacia di comportamenti che tendono a limitare e/o contenere i danni della discordia, dell’ostilità e dei conflitti.
Convinti pure che, per coltivare la pace, è necessario pure e soprattutto prendersi cura del nostro benessere fisico, mentale, psicologico e spirituale, in ogni ambito delle nostre occupazioni.

Il dovere di ciascuno di noi è quello di conservare la nostra umanità, per dare un senso alla nostra vita e al nostro destino, a prescindere da razza, censo o religione.
Perché se si considera l’unicità della persona, con la sua storia e il suo patrimonio esclusivo e irripetibile di “esperienze” e valori individuali, diventa fondamentale riferirsi a un elemento spirituale individuale, unico e irrinunciabile, per ciascun essere umano.

Quando viene a mancare la nostra presenza attiva di vigilanza (il nostro “Io” desto), la violenza si appropria di ogni parte della vita, la restringe, la rende più povera. Impedisce di lavorare con partecipazione, di avere una famiglia, di giocare, di amare. L’essere umano perde la sua specifica dignità e precipita in uno stato vegetativo con l’unica preoccupazione di procurarsi il cibo e mettersi al riparo, come fanno gli animali. Ciò non è umano.

Basta pensare al cattivo uso delle risorse tipicamente umane, dei talenti, dell’enorme patrimonio d’intelligenza e creatività che si spreca o si rovina per mancate cure e soprattutto per mancanza di fiducia e d’incoraggiamento all’agire costruttivo.
E’ più che sufficiente per affermare con fierezza: Io sono diverso.

37: Coltivare la pace (2003)